Yuval Peleg: il coraggio di dire no

28 Gennaio 2026

Soul Tsalik Bachar/Mesarvot

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Voglio ringraziare tutte le persone di Amnesty International per il loro sostegno: sapere che nel mondo c’erano persone che appoggiavano le mie azioni e che chiedevano il mio ritorno in libertà mi ha dato una forza enorme, senza la quale non so se ce l’avrei fatta”.  

Yuval Peleg

Dire no

Yuval Peleg ha 18 anni. Vive in Israele e, come tutti i cittadini israeliani, a questa età dovrebbe arruolarsi nell’esercito per un periodo che può durare fino a 32 mesi. È un percorso che per molti è automatico, per lui no. Nel 2024, mentre le autorità israeliane stanno commettendo un genocidio nei confronti della popolazione palestinese della Striscia di Gaza e l’occupazione militare della Cisgiordania continua, Yuval rifiuta di prendere parte al servizio militare nelle Forze di difesa israeliane. Non è una scelta astratta, né simbolica: è una presa di posizione netta contro un esercito e un governo responsabili di crimini e violazioni dei diritti umani. Yuval sa benissimo cosa significa dire no, ma non si tira indietro. 

La detenzione

Il 10 agosto 2025 Yuval viene arrestato per aver rifiutato l’arruolamento ed è costretto a scontare la sua condanna nella prigione militare di Neve Tzedek. Non è un caso isolato: dopo il 7 ottobre 2023, decine di giovani israeliani sono finite dietro le sbarre per la stessa scelta. Per il suo no, Yuval viene condannato per cinque volte consecutive. Centotrenta giorni di prigione militare. Ogni volta che esce, lo richiamano. Ogni volta che resiste, lo rinchiudono di nuovo. È una strategia che punta a spezzare, a logorare, a far cedere. Yuval racconta che è più difficile di quanto avesse immaginato. Ma non arretra. Non si piega. 

Yuval non si nasconde, non si sottrae in silenzio. Scrive una dichiarazione chiara: arruolarsi, dice, è incompatibile con i principi fondamentali di vita ed eguaglianza tra gli esseri umani. Per lui significa entrare a far parte di un sistema fondato su occupazione e violenza contro il popolo palestinese, nella Striscia di Gaza come in Cisgiordania.  

Un sistema che punisce più volte

In Israele chi rifiuta il servizio militare per motivi di coscienza può essere condannato più volte per lo stesso reato. Le autorità negano quasi sempre la possibilità di svolgere un servizio civile alternativo, soprattutto a chi rifiuta per motivi politici. È una pratica che viola il diritto internazionale e che già nel 2003 le Nazioni Unite hanno definito arbitraria, perché punisce ripetutamente la stessa scelta. 

Mentre Yuval è dietro le sbarre, la sua storia non resta chiusa al loro interno. Amnesty International la ascolta, la racconta, la porta oltre i confini. Persone in tutto il mondo scrivono appelli in suo favore, prendono posizione, chiedono la sua liberazione. Yuval lo dice chiaramente: sapere che nel mondo c’erano persone che sostenevano le sue azioni e chiedevano il suo ritorno in libertà gli ha dato una forza enorme. Una forza senza la quale, forse, non ce l’avrebbe fatta. 

Quando Yuval viene finalmente scarcerato ed esonerato dalla leva, è felice di essere fuori. Il carcere è stato duro, lungo, più pesante di quanto immaginasse. Ma una cosa è certa: non si pente. Rifarebbe tutto. Perché per lui rifiutare l’arruolamento non è stato solo un atto personale, ma una scelta politica, morale, necessaria. 

Il genocidio a Gaza è ancora in corso nonostante il ridicolo “cessate il fuoco” e l’occupazione militare della Cisgiordania, ormai in corso da quasi 60 anni, sta accelerando aggiungendosi alla campagna di pulizia etnica portata avanti dai sionisti anche prima del 1948. Ecco ciò contro cui dobbiamo davvero combattere: finché continua, continuerà anche la resistenza, dentro e fuori [Israele]”. 

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