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“Aprite il giornale qualunque giorno della settimana e troverete un resoconto, da qualche parte del mondo, di qualcuno imprigionato, torturato o giustiziato perché le sue opinioni o la sua religione sono inaccettabili per il suo governo. Il lettore prova un nauseante senso di impotenza. Eppure, se questi sentimenti di disgusto in tutto il mondo potessero unirsi in un’azione comune, si potrebbe fare qualcosa di efficace”. (Peter Benenson, I prigionieri dimenticati, 28 maggio 1961).
Non è solo l’inizio di un articolo molto famoso: è l’inizio di un’impresa che, all’epoca, aveva contorni così ideali da trascolorare nell’utopia.
Nel 1961 gli stati non si dimostravano molto inclini a rispettare i principi che pure avevano sottoscritto con la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e la comunità internazionale non mostrava quasi alcuna disponibilità a chiamare i singoli stati a rispondere di quelle violazioni né erano diffuse organizzazioni per la difesa dei diritti umani.
Di fronte all’indifferenza degli stati, Benenson decise di mobilitare l’opinione pubblica attraverso un’azione di advocacy internazionale, una modalità poi adottata da molte altre ong. Lanciò l’idea di un “Appello per l’amnistia” per tutte le persone private della libertà – e in alcuni casi a rischio della vita – per le loro opinioni. Contava sulla pressione dell’opinione pubblica, che “cento anni fa [1861] portò all’emancipazione degli schiavi. Ora spetta all’uomo rivendicare per la mente la stessa libertà che ha conquistato per il corpo”.
Benenson pensava a un “movimento di persone comuni per difendere le persone comuni”: una grande idea sostenuta da risorse materiali inizialmente minime che si moltiplicarono rapidamente. Le persone attiviste sono adesso dieci milioni, distribuite in tutto il mondo.
La capacità di raccogliere i dati, validarli e analizzarli alla luce delle norme internazionali è la spina dorsale del nostro lavoro, il punto di partenza delle nostre campagne e dei nostri appelli per fare la differenza nella vita delle persone. Chiamare i governi a rispondere, sottrarre all’oblio le persone imprigionate e torturate per aver espresso pacificamente la propria opinione, cancellare dal mondo l’obbrobrio della tortura e della pena di morte continuano ad essere le nostre battaglie.
Scrisse Benenson: “Coloro che l’appello di Amnesty mira principalmente a liberare sono gli uomini e le donne imprigionati dal cinismo e dal dubbio”.
La storia di Amnesty International dimostra il potenziale delle persone comuni di influenzare la storia, lasciandosi alle spalle dubbi e indifferenza. E milioni di persone, nient’affatto scoraggiate, stanno resistendo all’ingiustizia e alle pratiche autoritarie all’opera in molti paesi del mondo.
Noi siamo al loro fianco, nella convinzione che l’umanità deve vincere!
*Articolo a cura di Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia