A venticinque anni dal G8 di Genova, c’è una lezione che non può restare irrisolta: la necessità di rendere identificabili gli agenti impegnati nelle operazioni di ordine pubblico.
Le violazioni dei diritti umani commesse alla scuola Diaz, alla caserma Bolzaneto e nelle strade del capoluogo ligure hanno mostrato quanto sia difficile accertare le responsabilità individuali quando gli operatori di polizia non possono essere identificati. In molti casi, infatti, l’impossibilità di attribuire specifiche condotte a singoli agenti ha contribuito all’impunità di decine e decine di agenti coinvolti nelle violenze.
Da allora, sono stati diversi gli episodi in cui persone vittime di violenze da parte di agenti di polizia non hanno potuto chiedere giustizia perché non è stato possibile identificarli.
Per questo, Amnesty International Italia torna a chiedere l’introduzione di codici identificativi alfanumerici visibili per gli agenti impiegati nei servizi di ordine pubblico. Non si tratta di una misura contro le forze di polizia, ma di uno strumento di trasparenza e responsabilità che tutela allo stesso tempo loro e la cittadinanza, facilitando l’accertamento dei fatti in caso di violenze e proteggendo chi agisce correttamente.
L’Italia è uno dei pochi stati dell’Unione europea a non aver adottato i codici identificativi. Cosa sta aspettando?
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Dal G8 di Genova si sono verificati altri casi in cui persone che manifestavano pacificamente sono state colpite con violenza dagli agenti.
Paolo Scaroni, un tifoso del Brescia, il 24 settembre 2005 è stato vittima di una violenta aggressione delle forze di polizia che lo ha tenuto in coma per i due mesi successivi e lo ha reso invalido al 100 per cento per tutta la vita. In tanti anni non è riuscito ad avere giustizia perché i nomi dei suoi aggressori non sono mai emersi.
Nel 2023 a Bologna la studentessa Martina Solidoro è stata colpita alla testa da un agente in tenuta anti sommossa mentre manifestava contro lo sgombero di un’occupazione abitativa. Sei punti di sutura in fronte e un trauma cranico l’hanno spinta a denunciare l’episodio. Il caso però è stato archiviato adducendo la motivazione dell’impossibilità di identificare l’agente. Non trovando giustizia in Italia, Martina ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani.
Il 2 ottobre 2025, sempre a Bologna, durante una protesta, una manifestante è stata colpita al volto da un lacrimogeno sparato ad altezza di persona. L’impatto le ha causato la frattura delle ossa facciali e lo scoppio del bulbo oculare, provocandole la perdita permanente della vista da un occhio.
Assistita dai suoi legali e con il supporto di Amnesty International Italia, Lince (questo il nickname scelto dalla manifestante) ha presentato una denuncia per accertare le responsabilità della gestione dell’ordine pubblico e degli agenti coinvolti, chiedendo la fine della criminalizzazione del dissenso, l’interruzione dell’uso di lacrimogeni ad altezza di persona e l’introduzione immediata di codici identificativi per tutte le forze di polizia.
Parallelamente ha lanciato una campagna “Occhi sugli abusi”, che Amnesty International Italia sostiene, con l’obiettivo di mettere insieme altre segnalazioni di violenze da parte delle forze di polizia.
Quella dei codici identificativi è una richiesta storica di Amnesty International Italia. Già nel 2011, in occasione del decennale del G8 di Genova, questa riforma era tra le richieste della campagna “Operazione Trasparenza”. Nel 2018 è stata lanciata una campagna nazionale che ha raccolto oltre 155.000 firme consegnate nel 2022 al Capo della Polizia.
Oggi, in un contesto caratterizzato da crescenti tensioni sul diritto di protesta e da un dibattito sempre più acceso sul rapporto tra sicurezza e libertà fondamentali, l’introduzione dei codici identificativi rafforzerebbe la fiducia nelle istituzioni e garantirebbe l’assunzione di responsabilità di chi gestisce l’ordine pubblico. È una riforma semplice, già adottata nella maggior parte degli stati europei e che rappresenta un passo essenziale per assicurare trasparenza, accountability e tutela dei diritti umani.
Negli ultimi anni, Amnesty International ha espresso a più riprese profonde preoccupazioni per le leggi sulla sicurezza pubblica approvate dal governo, che contengono disposizioni in contrasto con gli obblighi dell’Italia ai sensi del diritto internazionale in materia di diritti umani. In particolare, sono a rischio il diritto alla libertà e alla sicurezza della persona, il diritto alla libertà di circolazione, il diritto a un processo equo, il diritto alla privacy, il diritto alla libertà di espressione e di opinione, la libertà di riunione pacifica, la libertà di associazione e il principio di non discriminazione.
“La Sospensione: Bolzaneto e il G8 25 anni dopo” è un podcast di Francesca Zanni realizzato per Amnesty International Italia, prodotto da Emons Record in collaborazione con Domani.
Attraverso le voci di chi ha subito e denunciato le violazioni verificatesi durante il G8 di Genova, chi le ha narrate e chi ne ha gestito gli aspetti processuali, il progetto ricostruisce ciò che è avvenuta nel luglio 2001 tra le strade di Genova, la scuola Diaz e soprattutto la caserma di Bolzaneto e che Amnesty International definì come “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”.
Il G8 di Genova resta una ferita aperta nel tessuto democratico italiano, ma è anche memoria viva del momento in cui migliaia di persone si riunirono in nome dell’idea che “un altro mondo è possibile”.
Tra i numerosi contributi figurano le testimonianze delle persone sopravvissute Anna Kutschkau, Valeria Bruschi e Daniel McQuillan; le voci degli avvocati e avvocate Stefano Bigliazzi, Laura Tartarini ed Emanuele Tambuscio; Roberto Settembre (estensore della sentenza d’appello), i pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati e il procuratore generale Enrico Zucca; i giornalisti e le persone attiviste Lorenzo Guadagnucci, Nello Trocchia e Marco Preve; Carlo Bachschmidt, regista di documentari e consulente tecnico dei processi, e Valerio Monteventi, responsabile dell’archivio Lorusso Giuliani. Hanno partecipato anche Elena e Haidi Giuliani, sorella e madre di Carlo Giuliani.
Il podcast è disponibile su Youtube e sulle principali piattaforme.
Matteo Piantedosi,
Ministro dell’Interno
Vittorio Pisani,
Capo della Polizia e Direttore generale della Pubblica sicurezza
Egregio Ministro,
Egregio Capo della Polizia,
le forze di polizia svolgono un ruolo fondamentale nella tutela dei diritti umani: ricevono denunce, contribuiscono alle indagini, garantiscono lo svolgimento sicuro delle manifestazioni pubbliche e proteggono tutte le persone da violenze e minacce. Affinché questo ruolo sia pienamente riconosciuto e svolto con la fiducia della collettività, è indispensabile che ogni intervento sia improntato al rispetto dei diritti umani, alla prevenzione delle violenze, alla trasparenza e alla piena accountability, in linea con gli standard internazionali.
Da diversi anni Amnesty International Italia sottolinea la necessità di introdurre strumenti efficaci per garantire l’identificazione degli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico. Già nel 2012 il Parlamento europeo aveva invitato gli stati membri a “garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”. Numerosi stati europei hanno adottato questa misura; l’Italia, invece, continua a non prevedere un sistema uniforme e obbligatorio di identificazione individuale.
A 25 anni dal G8 di Genova, Amnesty International continua a ricordare come le gravi violazioni accertate in sede giudiziaria siano rimaste in larga parte impunite anche perché non fu possibile identificare molti degli agenti coinvolti. La mancanza di strumenti di identificazione chiari e visibili ha contribuito a ostacolare l’accertamento delle responsabilità, alimentando sfiducia e percezioni di impunità.
Negli anni successivi, Amnesty International Italia ha documentato e segnalato episodi di uso eccessivo o ingiustificato della forza durante manifestazioni pubbliche, ribadendo come la trasparenza sia un elemento essenziale di tutela. L’introduzione di codici identificativi alfanumerici ben visibili rappresenterebbe uno strumento di garanzia per tutti: per la cittadinanza, che così avrebbe maggiore fiducia nelle istituzioni; per gli agenti, che sarebbero maggiormente tutelati da accuse infondate e per lo stato, che potrebbe assicurare un sistema più efficace di controllo e responsabilità.
Per queste ragioni chiediamo l’adozione di una normativa conforme agli standard internazionali che preveda l’utilizzo obbligatorio di codici identificativi alfanumerici chiari, leggibili e ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico.
Vi ringrazio per l’attenzione.