Tony Carruthers, un nero di 57 anni, potrebbe essere messo a morte il 21 maggio in Tennessee, negli Stati Uniti. Potrebbe diventare la prima persona negli ultimi 100 anni a essere messa a morte dopo essere stata costretta a difendersi da sola in tribunale.
Carruthers è uno dei tre accusati di un triplice omicidio a Memphis avvenuto nel 1994. In violazione delle garanzie internazionali vigenti nei casi di pena di morte, è stato costretto dal giudice a difendersi da solo, a causa del suo comportamento nei confronti del difensore d’ufficio.
I suoi avvocati attribuiscono questo atteggiamento a una grave disabilità mentale e sostengono che non fosse in grado né di affrontare il processo né di difendersi e che non sia quindi passibile di pena di morte.
Tony Carruthers è affetto da una grave malattia mentale, diagnosticata come disturbo schizoaffettivo di tipo bipolare e presenta inoltre gravi danni cerebrali.
L’uso della pena di morte nei confronti di persone con gravi disabilità mentali è vietato dagli standard internazionali sui diritti umani.
Chiediamo al governatore del Tennessee di fermare l’esecuzione e di concedere la grazia.
No alla pena di morte!
Alla fine di febbraio del 1994, tre persone – due uomini e la madre di uno di loro – scomparvero a Memphis, Tennessee. Una settimana dopo, i loro corpi furono ritrovati sotto una bara appena sepolta in un cimitero della città. Tre uomini furono accusati degli omicidi. Uno di loro – che aveva condotto la polizia al ritrovamento dei corpi – fu trovato impiccato nella sua cella prima del processo. Gli altri due – il fratello di quello che si era impiccato e Tony Carruthers – furono processati congiuntamente nell’aprile del 1996. Entrambi furono condannati per triplice omicidio di primo grado e condannati a morte. Prima del processo, a Tony Carruthers furono assegnati diversi avvocati d’ufficio. Ciascuno di essi fu autorizzato a rinunciare all’incarico a seguito delle lamentele del proprio cliente. Infine, nel gennaio del 1996, il giudice stabilì che Carruthers avesse perso il diritto a un avvocato, costringendolo a difendersi da solo contro la sua volontà e nonostante le sue proteste.
Dopo la sentenza, Tony Carruthers si offrì di accettare che il suo ultimo avvocato continuasse a rappresentarlo (l’avvocato stesso si dichiarò disponibile), si scusò e ritirò le accuse mosse contro di lui. Il giudice rifiutò le scuse, ritenendo che l’imputato stesse semplicemente cercando di ritardare ulteriormente il processo. Nel 2000, la Corte suprema del Tennessee stabilì che il giudice era stato “pienamente giustificato nel ritenere che Carruthers avesse perso il diritto all’assistenza legale…”. La legge statunitense impone ai tribunali federali di accordare un altissimo grado di rispetto per le decisioni dei tribunali statali: in base a questo principio, i tribunali federali hanno negato a Tony Carruthers la possibilità di ricorso e confermato la sua condanna a morte.
Quando nel 2018 una Corte federale d’appello ha confermato le sentenze dei tribunali statali, i suoi tre giudici hanno espresso la propria preoccupazione, sottolineando che “nulla in questa sentenza intende avallare le azioni del tribunale statale di primo grado o entrare nel merito della sentenza della Corte suprema del Tennessee che conferma tali azioni“. Era “inquietante” che il giudice di primo grado avesse “richiesto a Carruthers di difendersi da solo nel processo per omicidio senza fornirgli gli avvertimenti tipicamente richiesti nel contesto specifico di un imputato che rinuncia espressamente al diritto all’assistenza legale“. Uno dei giudici ha sollevato la questione della “malattia mentale” come causa della cattiva condotta dell’imputato e ha concluso che a un imputato in un processo penale non deve essere negato il diritto all’assistenza legale “come se fosse una forma di punizione”.
Governor Bill Lee
1st Floor, State Capitol
600 Dr Martin L. King, Jr. Blvd.
Nashville, TN 37243, USA
Email: Bill.Lee@tn.gov
Egregio Governatore,
La pregho di fermare l’esecuzione di Tony Carruthers, prevista per il 21 maggio 2026. L’imputato è stato costretto a difendersi da solo durante il processo e la sentenza del 1996, dopo che il giudice aveva perso la pazienza a causa del suo comportamento nei confronti di una serie di avvocati nominati per difenderlo.
Secondo il diritto internazionale, l’autodifesa non può essere imposta a un imputato e questi non può essere privato del diritto a un avvocato come sanzione per una condotta scorretta. L’esecuzione di una condanna a morte inflitta in un procedimento ingiusto costituisce una violazione del diritto alla vita, garantito dal diritto internazionale dei diritti umani.
L’autodifesa di Tony Carruthers è stata ritenuta talmente pregiudizievole per il suo coimputato – processato con lui e anch’egli condannato per triplice omicidio di primo grado e condannato a morte – che gli è stato concesso un nuovo processo. L’uomo, a cui è stato concesso di patteggiare per reati minori, è stato condannato a 27 anni di carcere ed è stato scarcerato nel 2015. Tony Carruthers è stato chiaramente danneggiato dall’autodifesa forzata a causa della sua incompetenza e della sua condotta in tribunale eppure la sua condanna alla pena di morte è stata confermata. Oggi, per quanto ne sappiamo, sta per diventare la prima persona negli Usa in oltre un secolo a essere messa a morte dopo essere stata costretta a difendersi da sola in tribunale.
Tony Carruthers è affetto da una grave malattia mentale, diagnosticata come disturbo schizoaffettivo di tipo bipolare, con sintomi quali deliri paranoici e processi di pensiero distorti. Egli presenta inoltre gravi danni cerebrali. Pur essendo consapevole della sua condanna e della sua messa a morte, non ne ha una comprensione razionale, il che evoca la prospettiva di un’esecuzione incostituzionale che viola anche il diritto internazionale.
Altri aspetti del suo caso, presentati nella richiesta di grazia sottoposta al Suo esame, sollevano ulteriori gravi preoccupazioni. La prego di concedergli la grazia e di commutare la condanna a morte.
La ringrazio per l’attenzione.
Il diritto internazionale prevede che a chiunque rischi la pena di morte sia fornita “un’adeguata assistenza legale in tutte le fasi del procedimento” e che questa debba andare “oltre le tutele previste nei casi in cui non è prevista la pena di morte “. Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, l’organismo di esperti istituito nell’ambito del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) ratificato dagli Stati Uniti nel 1992, ha sottolineato che, in base al trattato, “tutti gli imputati di un reato penale” hanno il diritto “in piena uguaglianza” di difendersi personalmente o tramite “un avvocato di propria scelta”. Pur rilevando che il diritto dell’imputato all’autodifesa “non è assoluto”, il Comitato ha spiegato nella sua autorevole interpretazione (Commento generale 32) sul diritto all’uguaglianza dinanzi ai tribunali e a un equo processo ai sensi dell’ICCPR, che “gli interessi della giustizia possono, nel caso di un processo specifico, richiedere la nomina di un avvocato contro la volontà dell’imputato, in particolare nei casi di persone che ostacolano in modo sostanziale e persistente il corretto svolgimento del processo o che, pur essendo accusate di un reato grave, non sono in grado di agire nel proprio interesse”. Contrariamente a quanto accaduto nel caso Carruthers, il diritto all’assistenza legale non può essere revocato e l’imputato non può essere costretto a difendersi da solo come sanzione per una condotta scorretta.
L’uso della pena di morte nei confronti di persone con gravi disabilità mentali è vietato dal diritto e dagli standard internazionali. La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, firmata dagli Stati Uniti nel 2009, impone agli stati di dare “disposizioni ragionevoli” per garantire alle persone con disabilità il godimento o l’esercizio dei loro diritti umani sulla base di un’effettiva uguaglianza con le altre persone. In questo caso, invece, lo stato ha reagito alla condotta dell’imputato, attribuibile alla sua grave disabilità mentale, punendolo di fatto per essa.
Amnesty International si oppone incondizionatamente alla pena di morte in tutti i casi.