Arte e dissenso: intervista a Dutch Nazari

23 Aprile 2026

Tempo di lettura stimato: 4'

Che cosa significa per te parlare di arte e libertà?

Libertà è uno di quei concetti astratti che si possono riempire di tanti contenuti, sappiamo che è una cosa positiva ma non ci fermiamo davvero a pensare a cosa si intende. Nella società in cui viviamo speso associamo la libertà al liberismo, la possibilità di arricchirci senza freni, chi ci riesce e tutti gli altri zitti. Questo potrebbe aver inquinato il nostro pensiero sulla libertà.

C’è l’idea che l’artista debba essere libero di scegliere cosa esprimere, che a volte può diventare una tutela verso le critiche, come ad esempio quella di cantare concetti diseducativi. Se pensiamo all’arte, c’è poi la libertà di contestare il potere, che è un’altra cosa: il fatto di non rischiare il carcere o una condanna se esprimi con l’arte le tue opinioni. Questo nella nostra società è garantito: per me parlare di Palestina non comporta alcun rischio. In altri luoghi non è così. Noi sappiamo di vivere ancora con garanzie di questo tipo, anche se le percepiamo diminuire.

Come tieni insieme nella tua musica critica sociale e arte?

Il mio intento è mescolare cosa macro e cose micro, perché corriamo il rischio di pensare che la politica sia qualcosa di lontano da noi e ci dimentichiamo che invece è tutto connesso.
L’arte che facciamo noi condensa in tre minuti temi che sono ben più ampi di così, più complessi. Inevitabilmente non ci sarà lo spazio per approfondire, ma compensiamo con il linguaggio delle emozioni. Le canzoni riescono, grazie a una serie di tecniche stilistiche, a comunicare delle emozioni e dei pensieri in modo intenso e condensato. Ma non dobbiamo accontentarci di questa sensazione: è affiancando il lavoro di associazioni come Amnesty International o scendendo in piazza che possiamo dare a quelle emozioni concretezza.

Quell’emozione deve spingere all’azione.

Per me l’arte prevede che mi venga comunicato un senso di verità soggettiva: hai guardato il mondo dal tuo punto di vista specifico e me lo stai mostrando. Di fronte all’ennesima polemica e alle critiche del rapper di turno che ha detto qualcosa di sbagliato ai ragazzini che lo seguono, io mi richiamo al senso di responsabilità personale, che io applico fortemente su di me: so bene quello che voglio e non voglio comunicare. Non mi piace dare giudizi sugli altri artisti perché magari non conosco chi sono e che pensieri hanno, ma penso e spero che applichino per se stessi il medesimo senso di responsabilità.

Quali sono le cause che senti più vicine?

A volte abbiamo l’esigenza pratica di separare problematiche diverse per affrontarle, invece, penso che sia molto importante percepire che sono tutte interconnesse da vari punti di vista. I temi sono uniti per esempio dal fatto che esiste un sistema di distribuzione di profitti ingiusto. Pensiamo al rapporto di Francesca Albanese che ci ha mostrato come ci sia una macchina economica dietro al genocidio. Sicuramente la situazione in Palestina è qualcosa che mi tocca profondamente, anche per ragioni personali, perché negli anni sono stato là e ho conosciuto tante persone.

L’intervista è tratta dal talk “Arte e dissenso” tenutosi all’interno del festival “Dissensi” organizzato dal Gruppo Amnesty di Lecce, lo scorso dicembre.

 

A cura di Francesca Corbo, ufficio arte per i diritti umani

 

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