Cina: crimini contro l’umanità nello Xinjiang

28 Agosto 2025

Pierre Crom/Getty Images

Tempo di lettura stimato: 8'

  • Raccomandazioni del rapporto delle Nazioni Unite ignorate dalla Cina
  • Nuove testimonianze rivelano che le minoranze etniche musulmane nello Xinjiang subiscono ancora repressione
  • “Le famiglie dei detenuti continuano a chiedere verità, giustizia e libertà per tutte le persone che soffrono nella regione uigura” – Sarah Brooks

Familiari di persone detenute nella regione autonoma uigura dello Xinjiang hanno raccontato ad Amnesty International le loro sofferenze, tre anni dopo la pubblicazione di un importante rapporto delle Nazioni Unite sulle “gravi violazioni dei diritti umani” commesse dalla Cina.

Il 31 agosto 2022 l’ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha pubblicato una storica analisi concludendo che le gravi violazioni dei diritti umani nella regione uigura “possono costituire crimini internazionali, in particolare crimini contro l’umanità”. In un rapporto del 2021, Amnesty International aveva già rilevato che il trattamento riservato dalla Cina alle minoranze etniche musulmane nello Xinjiang configurava crimini contro l’umanità.

Tuttavia, la comunità internazionale e le Nazioni Unite non hanno ancora agito sulla base di tali conclusioni. Il governo cinese continua, inoltre, a intimidire e ridurre al silenzio le famiglie delle vittime e a mantenere in vigore leggi e politiche repressive nella regione.

“Tre anni dopo che il rapporto delle Nazioni Unite ha concluso che la Cina è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, è vergognoso che la comunità internazionale non sia ancora intervenuta”, ha dichiarato Sarah Brooks, direttrice di Amnesty International per la Cina.

“Sono state distrutte vite, famiglie separate e comunità smantellate dalla continua crudeltà delle autorità cinesi. Oggi le famiglie dei detenuti continuano a chiedere verità, giustizia e libertà per tutte le persone che soffrono nella regione uigura. È trascorso un altro anno senza che sia accaduto nulla. La comunità internazionale deve ascoltare le richieste delle persone sopravvissute e agire ora per porre fine alla repressione nello Xinjiang”, ha proseguito Brooks.

Amnesty International documenta da tempo la schiacciante repressione subita da uiguri, kazaki e altre minoranze etniche a maggioranza musulmana nello Xinjiang. Nel 2021 una sua petizione globale, firmata da oltre 323.000 persone di 184 stati e territori, aveva chiesto la scarcerazione delle centinaia di migliaia di uomini e donne appartenenti alle minoranze musulmane detenuti arbitrariamente e sottoposti a internamento di massa, maltrattamenti e torture e aveva chiesto che venissero accertare le responsabilità di tali violazioni dei diritti umani.

“Ogni giorno che passa senza agire significa più famiglie distrutte”

Da gennaio ad agosto 2025 Amnesty International ha contattato famiglie e consultato altre fonti riguardo a 126 persone della campagna #FreeXinjiangDetainees e ha ricevuto risposte che confermano violazioni dei diritti umani tuttora in corso e che hanno un impatto devastante sulla vita familiare.

Patime*, che ha perso un parente in detenzione mentre un altro è ancora detenuto, ha dichiarato che la speranza di un’azione dopo la pubblicazione del rapporto della Nazioni Unite è ormai svanita:

“L’attenzione globale, che aveva raggiunto il suo apice in occasione del rapporto, è svanita e la Cina non ha subito conseguenze significative. Per le persone uigure ogni giorno che passa senza agire significa più famiglie distrutte. Speravo che il rapporto portasse a un’azione concreta, sanzioni, pressioni politiche e accertamento delle responsabilità di chi commette questi crimini. Pensavo che una volta riconosciute formalmente dalle Nazioni Unite queste atrocità, i governi sarebbero stati costretti ad agire in modo più deciso…Non lasciate che diventi un altro rapporto dimenticato su uno scaffale”.

Riguardo al parente ancora in prigione, Patime ha aggiunto: “Non abbiamo più avuto alcun contatto con lui dal giugno 2018. Neanche una telefonata, una lettera o un messaggio…Questo silenzio non è solo doloroso: sta avendo un impatto devastante sulla nostra salute fisica e mentale. Vivere in questa incertezza è una forma di tortura”.

Mamatjan Juma, il cui fratello Ahmetjan è ancora in prigione, ha detto che la mancanza di notizie rende la vita quotidiana difficilissima:

“È come vivere con una ferita che non guarisce mai, perché non so se sia al sicuro, se sia in salute o se sia ancora vivo. Abbiamo perso compleanni, matrimoni, innumerevoli momenti insieme. Suo figlio è cresciuto senza la presenza del padre e tutti noi siamo costretti a convivere con un’assenza costante che ha cambiato ciò che siamo”.

Altre persone intervistate hanno riferito di avere contatti limitati con i propri familiari, descrivendo una sorveglianza costante da parte delle autorità cinesi. Murekkem Mahmud, che vive in Turchia, ha raccontato che le comunicazioni con i suoi genitori sono sempre monitorate:

“Le visite familiari oggi ci sono, ma sempre sotto sorveglianza, un modo per negare i crimini e ingannare il mondo… Dopo dieci anni di separazione, voglio solo essere di nuovo con la mia famiglia…Voglio che questa incertezza finisca”.

Molti familiari hanno chiesto alla comunità internazionale di agire sulle raccomandazioni del rapporto delle Nazioni Unite e di aumentare la pressione sulla Cina affinché liberi tutte le persone ancora detenute arbitrariamente nello Xinjiang. Nefise Oğuz, il cui zio Alim è ancora in prigione, ha dichiarato:

“Ogni giorno di ritardo è un altro giorno di sofferenza per persone innocenti… Voglio azioni concrete dalla comunità internazionale, non solo parole”.

Medine Nazimi, la cui sorella Mevlüde è ancora privata della libertà, ha espresso la sua frustrazione per la mancanza di progressi negli ultimi tre anni:

“La comunità internazionale, compresi governi, società civile e cittadini comuni, deve smettere di trattare i crimini della Cina come una questione nazionale. Ciò che accade agli uiguri non è un affare interno, è una crisi dei diritti umani e un crimine contro l’umanità. Il nostro obiettivo è che le persone che soffrono nei campi di internamento e nelle prigioni cinesi, quelle che vengono torturate e private della libertà, possano vedere la luce del giorno, riunirsi alle loro famiglie e uscire da quelle quattro mura il prima possibile”.

Raccomandazioni

Amnesty International chiede all’Alto commissario delle Nazioni Unite di fornire un aggiornamento pubblico sul rapporto e sollecita ancora una volta gli stati membri delle Nazioni Unite a condannare le gravi violazioni dei diritti umani commesse dalla Cina nello Xinjiang, ribadendo l’importanza fondamentale di istituire un meccanismo investigativo internazionale e indipendente per garantire l’accertamento delle responsabilità.

Gli stati membri delle Nazioni Unite devono inoltre sostenere l’accesso effettivo alla giustizia e a rimedi concreti, comprese riparazioni per le vittime e le persone sopravvissute, in particolare per coloro che si trovano nelle loro giurisdizioni nazionali, nonché adottare misure adeguate volte a prevenire ulteriori violazioni dei diritti umani.


* I nomi contrassegnati con l’asterisco sono stati cambiati.