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Il 1° luglio è entrata in vigore in Cina la Legge sull’unità etnica, con gli ostentati obiettivi di “rinvigorire” la comune identità nazionale, far progredire gli ambiziosi progetti della dirigenza del Partito comunista e promuovere il “Pensiero di Xi Jinping”.
La legge vieta azioni che possano “compromettere l’unità nazionale o creare divisioni etniche”: questa formulazione, del tutto generica, apre la strada a un’applicazione del tutto arbitraria.
Il Consiglio di stato ha anche sottolineato che alcune parti della legge potranno essere applicate anche oltre i confini della Cina, a conferma dell’approccio transnazionale della repressione orchestrata dal governo di Pechino, che si avvale della collaborazione di ambasciate e consolati all’estero, che spesso premono sui governi locali affinché espellano (dunque, riconsegnino alla Cina) persone dissidenti e attiviste della diaspora.
Amnesty International ha commentato che l’accanimento nei confronti delle minoranze, in nome della cosiddetta “unità etnica”, non è una novità. Casi come quello del docente universitario uiguro Ilham Tohti, dell’antropologa ed etnologa uigura Rahile Dawut e del leader religioso tibetano Choktrul Dorje Ten Rinpoche illustrano bene come pacifiche attività accademiche, culturali o religiose siano ampiamente criminalizzate.
L’espressione “unità”, dunque, non significa armonia tra comunità diverse in nome di valori comuni: dev’essere correttamente tradotta in allineamento ideologico forzato al Partito comunista.
Un giorno dopo l’entrata in vigore della legge, Lobga Rangzen (noto anche come Lobsang Palden), un tibetano di 52 anni, si è dato fuoco a New York, di fronte al quartier generale delle Nazioni Unite. Fonti d’informazione tibetane hanno riferito che l’uomo era un attivista e che, prima di immolarsi, aveva esposto una bandiera del Tibet e gridato slogan in favore della libertà del popolo tibetano.