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Oltre 90.000 persone finite in carcere, almeno 470 morte in custodia dello stato, migliaia di famiglie in cerca di notizie sulle condizioni di salute o sullo status legale dei propri cari.
Quattro anni di stato d’emergenza, rivela Amnesty International in un nuovo rapporto, hanno reso El Salvador un laboratorio di politiche securitarie basate sulla prolungata sospensione dei diritti.
Un provvedimento temporaneo adottato per contrastare la violenza delle bande criminali è diventato un sistema permanente che promuove la detenzione arbitraria di massa, l’annullamento delle garanzie del giusto processo, le sparizioni e la tortura. Un sistema che produce numeri e non giustizia: El Salvador ha il tasso di carcerazione più alto del mondo, 1700 persone private della libertà ogni 100.000 abitanti.
Si tratta di crimini contro l’umanità ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (di cui fa El Salvador fa parte) azioni commesse nell’ambito di un attacco massiccio e sistematico contro la popolazione civile, in un contesto istituzionale che ha favorito la loro commissione.
È questa la conclusione cui è giunta l’organizzazione per i diritti umani dopo quattro visite compiute nel paese a partire dal 2022, incontri con vittime, loro parenti, avvocati e membri in congedo o in attività della Polizia civile nazionale.
Sono soprattutto questi ultimi ad aver fornito dettagli sulle quote di imprigionamenti da raggiungere, sulle istruzioni date a voce senza lasciare tracce scritte, sulle pressioni a produrre documentazione falsa per dare una parvenza di legalità agli arresti arbitrari e sulla profilazione basata su criteri socioeconomici.
Ecco una testimonianza:
“In molti casi nessuno controlla se l’arresto sia legale. Ci limitiamo a portare le persone davanti al magistrato, questo sfoglia il pacco di documenti e finisce lì. Passano 15 giorni e il tipo viene portati di fronte al giudice, questo legge i capi d’accusa e conferma tutto, senza verificare se ci sia stato un mandato d’arresto e senza chiedersi da dove vengano i segni delle botte…”
Lo stato d’emergenza è stato accompagnato da una serie di riforme procedurali incompatibili con gli standard del diritto internazionale: i tribunali hanno cessato di esercitare controlli sull’operato della polizia e sono diventati meri convalidatori della privazione arbitraria della libertà anche in assenza di prove verificabili. Semplicemente queste non contano più. Come ha detto un avvocato difensore, “basta che uno sembri un membro di una banda criminale”. O è sufficiente una segnalazione anonima.
C’è poi una componente discriminatoria: la maggior parte delle vittime proviene dalle comunità storicamente marginalizzate, stigmatizzate e povere, tra l’altro le più colpite dalla violenza delle bande criminali. Il luogo di residenza, l’apparenza fisica, il fatto di “comportarsi da povero” bastano e avanzano per diventare automaticamente sospetti.
Invano gli avvocati provano a spiegare che l’imputato ha un lavoro regolare, un domicilio fisso, studi, legami familiari e relazioni con la comunità di appartenenza. Ha l’aspetto di un criminale, persino un tatuaggio può condannarlo.
In carcere si muore per tortura o per diniego di cure mediche. A volte, prima di arrivarci, passano giorni o settimane di sparizione forzata, una violazione dei diritti umani che si abbatte sulle famiglie lasciate senza informazioni a vagare da un carcere a una stazione di polizia, da un ospedale a un obitorio.
Le autorità salvadoregne presentano lo stato d’emergenza come una storia di successo. Il suo costo umano non ha alcuna importanza.