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Avviso: questo comunicato stampa contiene descrizioni di violenza sessuale e tortura.
Amnesty International ha pubblicato una nuova ricerca che documenta come l’Esercito di liberazione oromo, gruppo armato, abbia sottoposto donne e ragazze a stupri, anche di gruppo, schiavitù sessuale, esecuzioni sommarie e distruzione di beni civili – azioni che possono costituire crimini di guerra – nel contesto del conflitto iniziato nel 2019 nella regione di Oromia, in Etiopia.
La ricerca, intitolata “Nessuno è venuto in mio soccorso: stupri di gruppo, schiavitù sessuale e sfollamento di massa di donne in Oromia, Etiopia”, documenta atrocità contro la popolazione civile, in particolare donne e ragazze, commesse dall’Esercito di liberazione oromo nei distretti di Sayo e Anfillo, nella zona di Kellem Wallaga, tra il 2020 e il 2024.
“Per sette anni, approfittando dell’oscurità determinata da un blackout delle comunicazioni e della stampa, i combattenti nella regione di Oromia hanno causato immense sofferenze alla popolazione civile. Queste violazioni ripetute non sono solo sconvolgenti, ma possono costituire crimini di guerra”, ha dichiarato Tigere Chagutah, direttrice regionale di Amnesty International per l’Africa orientale e australe.
“I meccanismi internazionali e africani di monitoraggio dei diritti umani non possono continuare a voltarsi dall’altra parte. Devono chiedere alle autorità etiopi di avviare indagini immediate, imparziali e approfondite sulle atrocità commesse, con l’obiettivo di accertare le responsabilità e garantire accesso alla giustizia e a rimedi efficaci per le persone sopravvissute e per chi ha subito tali violazioni”.
“L’Esercito di liberazione oromo deve ordinare immediatamente a tutti i suoi combattenti di rispettare il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti umani. Deve inoltre disarmare e smobilitare i combattenti e/o le unità responsabili di violenza sessuale, altre forme di tortura, uccisioni, sfollamenti forzati e ulteriori crimini di diritto internazionale”, ha proseguito Chagutah.
Gli scontri tra l’Esercito di liberazione oromo, ex braccio militare del Fronte di liberazione oromo, e le Forze di difesa nazionale etiopi, assistite dalle forze di sicurezza dell’Oromia, sono esplosi nel 2019. Il conflitto continua ad avere un impatto pesante sulla popolazione civile.
Ai fini della sua ricerca, Amnesty International ha intervistato dieci persone sopravvissute a stupri di gruppo, sette delle quali avevano meno di 18 anni all’epoca delle violenze. L’organizzazione ha inoltre raccolto testimonianze di personale sanitario e analizzato le cartelle cliniche delle persone sopravvissute.
Delle dieci persone sopravvissute intervistate, cinque sono state sottoposte anche a schiavitù sessuale. Nove hanno riferito di essere state aggredite da combattenti dell’Esercito di liberazione oromo, mentre una ha subito violenza tanto da parte di questi, quanto da un soldato delle Forze di difesa nazionale etiopi.
Due delle persone sopravvissute sono rimaste incinte a seguito della violenza sessuale subita.
Le donne hanno descritto in modo dettagliato aggressioni brutali durate giorni e, in alcuni casi, settimane.
Lalistu* e sua figlia Sebontu*, che all’epoca aveva 12 anni, sono state tenute per tre settimane all’interno di una grotta con le mani legate a un albero e sono state violentate da più uomini appartenenti all’Esercito di liberazione oromo.
“Ci violentavano ogni giorno, due volte al giorno. Intorno alle 11 e alle 18. Ogni giorno a quell’ora avevo paura. Mi dicevano: ‘Morirai. Non tornerai mai a casa’”, ha raccontato Sebontu*, che oggi ha 17 anni.
“Per tre settimane, 15 uomini hanno violentato me e mia figlia. Si alternavano”, ha detto Lalistu ad Amnesty International.
Un’altra persona sopravvissuta, Anisa*, incinta al momento dell’intervista a seguito della violenza sessuale subita, è stata posta in schiavitù sessuale da combattenti dell’Esercito di liberazione oromo alla fine del 2024. Ha raccontato ad Amnesty International che i combattenti la prelevavano ripetutamente dalla sua abitazione per portarla nella boscaglia, dove la sottoponevano a stupri di gruppo. Le violenze sono cessate solo dopo l’insorgere di problemi di salute.
Le persone sopravvissute hanno riferito ad Amnesty International di essere state violentate da combattenti dell’Esercito di liberazione oromo per rappresaglia, poiché avevano mariti, fratelli o padri nelle forze governative. Hanno inoltre raccontato di essere state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni dopo le violenze sessuali; le case di chi si rifiutava di andarsene venivano incendiate.
Due persone sopravvissute hanno dichiarato che i combattenti hanno ucciso anche i loro familiari, tra cui il marito di Lalistu, ucciso mentre cercava di proteggere lei e la figlia dodicenne.
“Gli hanno sparato [uccidendolo] quando siamo arrivati nella foresta. Non mi sono nemmeno voltata a guardare dopo che lo hanno ucciso”, ha raccontato Lalistu*.
Tutte e dieci le persone sopravvissute e il figlio di una di loro, che ha subito gravi percosse, hanno dichiarato di avere a che fare, ancora oggi, con le conseguenze fisiche delle violenze subite. Tuttavia, hanno riferito di aver avuto paura di rivolgersi a strutture sanitarie per interrompere le gravidanze o sottoporsi ai test per le infezioni sessualmente trasmissibili, a causa di possibili ritorsioni da parte dei combattenti dell’Esercito di liberazione oromo e delle autorità, nonché per lo stigma associato alla violenza sessuale.
Le persone sopravvissute hanno chiesto la fine delle violenze, giustizia e punizioni. Una di loro ha dichiarato:
“Se fosse possibile trovarli, spero venga fatta giustizia, affinché ciò che è accaduto a me e ad altre persone finisca”.
Le restrizioni imposte dal governo federale e dalle autorità regionali etiopi hanno reso quasi impossibile, per attori nazionali e internazionali, accertare la reale portata delle violazioni contro la popolazione civile dall’inizio del conflitto in Oromia.
“Questi atti sono stati in parte resi possibili da un blackout delle comunicazioni che ha isolato il resto del mondo dalle prolungate atrocità inflitte alla popolazione civile. Non è la prima volta che le autorità etiopi ricorrono alla censura in tempi di crisi. Il quadro completo potrebbe essere ancora più grave”, ha aggiunto Chagutah.
“Le atrocità documentate da Amnesty International in Oromia sono state perpetrate in un clima di impunità senza alcuna risposta se non il silenzio degli alleati e dei paesi etiopi vicini. Questa ricerca deve rappresentare un campanello d’allarme: il silenzio non fa che aumentare la sofferenza della popolazione civile. Il ciclo di violazioni contro la popolazione civile, in particolare contro le donne e le ragazze, deve finire”, ha concluso Chagutah.
*I nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità delle sopravvissute.