Ci sono più pentiti di mafia che di tortura. Di persone che ammettono, accampando pretesti come l’aver agito seguendo ordini di persone gerarchicamente superiori, ce ne sono ma nei processi, che spesso si celebrano anni o decenni dopo – se e quando si celebrano.
Perché?
Una prima risposta è che il processo di formazione del buon torturatore convince quest’ultimo di essere depositario di una missione salvifica, di essere un prescelto, di far parte di un’élite cui è stato affidato un compito importante. Questo è il torturatore che crede nell’incarico affidatogli o viene convinto a crederci.
Ma la seconda risposta è più convincente perché toglie il torturatore dalla percezione di avere una colpa, una responsabilità specifica. Egli (non è scorretto usare in questo testo il maschile sovraesteso, sebbene alla memoria tornino i nomi di torturatrici come Lynndie England, la militare statunitense resa macabramente celebre dalle foto uscite dal carcere di Abu Ghraib, in Iraq, nel 2004) è un ingranaggio dei tanti, svolge il suo lavoro seguendo delle procedure operative standardizzate, finisce il turno sapendo che gli subentrerà qualcun altro lasciandolo libero di tornare a casa, salutare moglie e figli, portare fuori il cane, cenare, vedere un po’ di televisione e andare a dormire.
Quello della tortura è quindi un sistema: con le sue gerarchie, le sue regole, i suoi manuali. Un sistema cui prendono parte in tanti mentre la persona che è torturata è sempre sola, tenuto insieme da convenienze e complicità, dalla garanzia d’impunità, lungo una catena di comando che se è, sì, verticale perché il vertice superiore non può non sapere, ma si sviluppa anche orizzontalmente attraverso la partecipazione di un enorme numero di forze repressive.
Si tratta di un vero e proprio sistema internazionale: le tecniche di tortura vengono imparate all’estero e altrove, pur cambiando nome, e si replicano in epoche diverse. La tecnica del pau de arara brasiliano, nei regimi mediorientali è chiamata del “pollo arrosto” o dello “spiedo”; il waterboarding o annegamento simulato era praticato, prima che in Brasile, nell’Algeria francese e sarà poi praticato dai militari Usa a Guantánamo; la geladeira brasiliana richiama da vicino le cinque tecniche di privazione sensoriale applicate dal Regno Unito nelle carceri speciali nordirlandesi; la cadeira do dragão, una rudimentale sedia elettrica collegata a un generatore a manovella, è l’antenata di innovativi modelli prodotti negli Usa in cui far sedere detenuti violenti o recalcitranti, mentre l’elettricità viene attivata da remoto attraverso un telecomando.
Certo, quello della tortura è un sistema duro da scalfire. Non solo perché nessuno dei torturatori parla. Ma anche perché non far parlare è il suo scopo finale. La tortura non uccide la persona (a quello pensano le squadre della morte o la pena capitale), bensì la personalità: annichilisce e mostra come monito tale annichilimento. Lo abbiamo visto sui volti delle persone che, 25 anni da, uscivano da varie carceri italiane dopo aver trascorso lunghe ore di tortura nel centro di detenzione di Bolzaneto, a Genova.
Eppure, le persone sopravvissute alla tortura parlano, si tolgono il tappo dalla bocca. È questa, quella delle persone sopravvissute e di coloro che se ne prendono cura dal punto di vista fisico e psicologico, la potente sfida al sistema della tortura.
Grazie a loro, alle loro dettagliatissime e coraggiose testimonianze, è possibile rivelare e denunciare quel sistema. Grazie a loro esistono da alcuni decenni convenzioni internazionali – come quelle delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa – che riconoscono la tortura come uno dei più gravi crimini di diritto internazionale e prevedono pene commisurate a tale gravità. Il reato di tortura è previsto in oltre cento legislazioni nazionali, compresa quella italiana, sebbene non manchi chi prova a “modificare” il suo testo (si legga: annacquarlo) o ad abolirlo del tutto: segnale, questo, che la legge funziona. La parola tortura, spesso considerata un tabù, compare in importanti sentenze di tribunali internazionali.
Il sistema della tortura può dunque essere scalfito e iniziare a crollare.
Articolo a cura di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia