La storia di Aldo Bianzino

14 Ottobre 2026

Archivio privato

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(Papà) Continua a vegliare su di me perché prima o

poi otterrò la giustizia e la verità che meriti.

Per te…e per mia mamma.

– Rudra Bianzino, figlio di Aldo Bianzino

 

L’ULTIMA SERA DI ALDO BIANZINO

Aldo Bianzino ha 44 anni, fa il falegname, è pacifista e induista. Conduce una vita tranquilla ed è benvoluto da tutti quelli che lo conoscono.

Vive con sua moglie Roberta Radici, suo figlio Rudra di 14 anni e sua suocera in un casolare a Pietralunga, Città di Castello, nella zona dell’Alto Tevere.

La mattina del 12 ottobre 2007 sono tutti a casa quando sentono bussare alla porta.

Dall’altra parte ci sono quattro agenti e un finanziere con un cane antidroga e un mandato del pubblico ministero.

Inizia così una perquisizione che porta al ritrovamento di alcune piante di marijuana nel giardino di casa. L’uomo dichiara subito l’uso personale, assumendosi tutte le responsabilità. Nonostante questo, vengono arrestati sia lui che Roberta.

Il figlio Rudra assiste a tutta la scena.

Al momento non può immaginarlo, ma quella sarà l’ultima volta in cui avrà visto vivo suo padre. Ricorda un abbraccio tra le lacrime e la sensazione che sarebbe stato l’ultimo.

Incensurati, Aldo e Roberta vengono quindi portati al commissariato di Città di Castello, poi alla questura di Perugia e infine nella casa circondariale Capanne, dove sono subito divisi.

 

 

LA MORTE DI ALDO

Fino alla mattina del 14, le informazioni sullo stato di Aldo e su cosa sia effettivamente successo dal momento dell’arrivo a Capanne sono poche e confuse.

Le testimonianze dei detenuti e del personale aiutano a ricostruire un quadro, che però rimane vago e privo di certezze.

Aldo è solo in cella dato che la prassi è quella di tenere i nuovi arrivati e quelli già presenti separati per motivi di sicurezza.

Secondo alcuni detenuti, durante la notte del 13 ottobre Aldo avrebbe chiesto aiuto ma nessuno sarebbe arrivato a soccorrerlo. Questo sarebbe confermato anche dai video delle telecamere di sorveglianza, nei quali non appaiono controlli tra le 3.20 e le 8 di mattina.

Raccontano inoltre di aver sentito Aldo suonare ripetutamente il campanello, per richiamare l’attenzione.

L’istituto penitenziario, in fase di indagini, dichiarerà però come quel campanello non funzionasse.

La mattina del 14 ottobre un detenuto intento a fare le pulizie scorge Bianzino seminudo ed esanime nel suo letto. Nonostante il freddo, la finestra della cella è spalancata.

Corre a chiamare gli agenti penitenziari e i soccorsi. Al loro arrivo, per assisterlo, lo spostano dalla brandina superiore del letto a castello a terra. Vengono effettuati vani tentativi di rianimarlo.

Lo trasferiscono in ospedale, ma è troppo tardi.

Aldo è morto da tempo e alle 8.30 viene ufficialmente dichiarato il decesso.

 

LA TESTIMONIANZA DI ROBERTA

Nel frattempo, Roberta viene trattenuta in cella due giorni, nonostante la rassicurazione che sarebbe tornata a casa “in giornata”, senza poter contattare alcuno dei suoi familiari.

Nella giornata del 14 ottobre, però, incontra due volte il viceispettore del carcere.

Nella prima occasione il viceispettore le domanda di eventuali patologie pregresse del compagno e se soffrisse di problemi cardiaci o patologie. Preoccupata, risponde di no e chiede dettagli sullo stato di salute di Aldo. Le viene risposto che si sta provvedendo a stabilizzarlo in ospedale. In realtà Aldo è già morto.

La seconda volta, al momento della scarcerazione, Roberta gli chiede di poter vedere Aldo e le viene risposto “martedì, dopo l’autopsia”: così scopre della morte di suo marito.

 

LA LOTTA PER LA VERITÀ

Roberta inizia da subito a chiedere verità e giustizia per questo caso pieno di dubbi che non si sciolgono neanche in fase di processo.

Un primo accertamento ipotizza infatti che la morte di Aldo sia dovuta a un malore, forse causato da una patologia pregressa.

Eppure, già dai primi giorni, qualcosa non torna: un medico legale nominato dalla famiglia riscontra sul cadavere ematomi cerebrali, costole rotte e danni al fegato che non sono compatibili con un malore, ipotizzando così un pestaggio con tecniche “militari”, capaci di danneggiare gli organi senza lasciare tracce visibili sul corpo.

La controparte afferma invece che Aldo avrebbe avuto un aneurisma cerebrale e che i pochi segni visibili esterni e sugli organi sarebbero dovuti alle manovre effettuate per cercare di salvarlo.

Quest’ultima ipotesi viene accettata in fase di processo, anche se permangono forti divergenze tra i vari pareri medici ricevuti, l’autopsia e la ricostruzione dei fatti.

Un altro dubbio rimasto irrisolto è proprio cos’è successo tra il 12 e il 14 ottobre e cosa potrebbe aver portato Aldo alla morte.

Le due telecamere presenti nell’ala del carcere dove era detenuto, registrano movimenti sospetti la notte del 12 ottobre.

Nei frame si vedono movimenti che non sono stati spiegati: un agente che passa tra le celle dopo la chiusura notturna, l’apertura della porta blindata di una cella non ben definita, il successivo passaggio dello stesso agente con qualcosa in mano.

Durante il processo, alla richiesta di delucidazioni su tutto questo non risponderà nessuno.

 

LA VICENDA GIUDIZIARIA

La vicenda giudiziaria si focalizza su un solo agente, quello che sarebbe stato presente la notte del 13 ottobre per il controllo notturno, che viene indagato per omissione di soccorso.

Si apre anche un’indagine contro ignoti per omicidio volontario, ma la morte viene attribuita a un aneurisma cerebrale.

Per questo, nel 2008 e poi nel 2009, il Pubblico ministero chiede l’archiviazione del caso contro ignoti. La famiglia si oppone due volte, ma nel 2009 la richiesta è approvata e il caso archiviato.

Continua invece il processo contro l’agente di polizia penitenziaria per omissione di soccorso che nel 2015 viene condannato in via definitiva a un anno di carcere.

 

LA LOTTA DI RUDRA

Roberta muore il 16 giugno 2009, pochi mesi dopo sua madre.

Il figlio, Rudra, ha 16 anni: in due anni ha perso il papà, la mamma e la nonna.

Tutto questo dolore però non lo ferma. Anzi, decide di portare avanti la lotta per ottenere verità e giustizia per Aldo e per Roberta. Vuole la riapertura del processo che tenga conto di tutte le persone coinvolte e di tutte le prove accumulate nel tempo.

Nell’aprile 2018, sulla base di nuove perizie medico-legali, deposita presso la Procura di Perugia la richiesta di riapertura del caso che viene rigettata.

Nel novembre 2025 ci riprova ancora e presenta una nuova richiesta di riapertura delle indagini. La Procura di Perugia apre un fascicolo modello 45, che però non costituisce ancora, di per sé, una formale iscrizione di notizia di reato.

 

 

STORIE DI VIOLENZA DI STATO

La storia che hai appena letto fa parte della serie curata da Amnesty International Italia intitolata “Storie di violenza di stato”. 

Da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, da Andrea Soldi a Davide Bifolco. Attraverso fatti di cronaca che hanno scosso l’Italia ripercorreremo le lotte per la verità e la giustizia di familiari e amici.

Storie che, in alcuni casi, sono ancora senza giustizia. 

Storie che abbiamo già raccontato in questi anni:

  • nella mostra fotografica di Antonio de Matteo “La lotta, il coraggio e l’amore. Dodici storie di violenza di Stato” 

  • nella terza stagione del podcast Ellissi, con la voce narrante di Gianmarco Saurino, prodotto da Emons Record e Amnesty International Italia in collaborazione con Domani Editoriale.