La storia di Federico Aldrovandi

25 Settembre 2026

Tempo di lettura stimato: 8'

È il 25 settembre 2005 e sono le 5 di mattina a Ferrara. 

Federico Aldrovandi ha 18 anni e sta tornando a casa dopo essere uscito con gli amici. 

Sulla strada, però, incontra quattro agenti di polizia.  

Neanche due ore dopo, Federico è morto. 

 

 

CHI È FEDERICO ALDROVANDI

Federico ha 18 anni e studia all’ITIS Elettronica. È bravo in matematica, suona uno strumento, fa karate ed è attivo a scuola su tematiche come la prevenzione delle tossicodipendenze. Gli manca meno di un mese per prendere la patente.

Suo padre, Lino Aldrovandi, appartiene al corpo dei vigili urbani; la madre, Patrizia Moretti, è impiegata comunale.  

Ha un fratello più piccolo ed è molto legato a suo nonno.  

 

LE ULTIME ORE E LA MORTE

La sera del 24 settembre Federico torna a casa per cambiarsi le scarpe che ha rotto giocando a pallone. Sono circa le 23 ed è l’ultima volta che sua madre lo vede vivo. 

 

Ho sempre pensato che sopravvivere alla morte di un figlio fosse un dolore insostenibile.

Ora mi rendo conto che in realtà non si sopravvive.

 

Mamma di Federico Aldrovandi – “È stato morto un ragazzo”

 

Poco dopo, infatti, va a Bologna con un amico per assistere a un concerto. I ragazzi bevono qualche birra e assumono delle sostanze. Alle 5 del 25 settembre tornano a Ferrara. 

Come da abitudine, Federico prosegue da solo. Secondo quanto raccontato dagli amici sta bene, non barcolla e non dà segnali di agitazione. Ha con sé il cellulare, ma non i documenti. 

I residenti della zona chiamano la polizia per rumori molesti. Interviene la volante “Alpha 3”, con due agenti a bordo. Inizia un diverbio e viene chiamata una seconda volante. 

Quello che succede dopo rimane avvolto per anni nel silenzio più assoluto: nessuno vede, nessuno interviene, nessuno sa. 

Nel frattempo, però, Federico è morto. 

Alle 6.45 suo padre si accorge che non è rientrato a casa. La madre inizia a chiamarlo, senza ottenere risposta. Verso le 8 è suo padre a cercarlo al telefono. Risponde un ispettore di polizia: dice che hanno trovato il cellulare su una panchina e stanno facendo accertamenti. 

Sono passate due ore e, secondo i racconti, Federico è ancora lì, morto, sull’asfalto senza essere coperto. Il telefono, intanto, continua a squillare. 

Sulla scena, per caso, arriva un amico di famiglia, un ispettore della Digos che, venuto a sapere che i genitori non sono stati avvisati, si reca a casa loro con due agenti.  

Sono passate cinque ore e i primi racconti che arrivano alla famiglia sono quelli di un Federico agitato, che dava in escandescenze. Federico che muore per un malore. 

Uno zio, infermiere, incaricato del riconoscimento del corpo, vede però altro.

Federico è pieno di lesioni, in un bagno di sangue. Sul suo corpo, tempo dopo, verranno riscontrate 54 lesioni ed ecchimosi. 

 

 

LA RICERCA DELLA VERITÀ…

A poche ore dalla morte, i suoi amici vengono convocati per i primi interrogatori ed è allora che scoprono che Federico non c’è più. Gli fanno subito domande sull’uso di droga. Vengono accusati di averlo scaricato da una macchina per paura di andare in ospedale. 

Nel frattempo, viene aperta un’inchiesta e disposta un’autopsia. 

Passano però i mesi. Il fascicolo rimane vuoto e nessuno parla. Si continua a sostenere la tesi per cui Federico è morto di malore. 

Il silenzio regna sovrano nella via da cui si sarebbe potuto vedere tutto. 

Nel gennaio 2006 Patrizia, la madre di Federico, decide di rompere questo silenzio. Apre un blog, racconta la storia di suo figlio, mette la foto del suo volto tumefatto. Il caso diventa nazionale, nasce il Comitato “Federico Aldrovandi”, iniziano le interrogazioni parlamentari. 

Si formano le prime crepe nei depistaggi e nelle omissioni iniziali. Una lettera anonima parla di una possibile testimone che avrebbe sentito Federico urlare. Per la prima volta, emerge un dettaglio fondamentale: ci sarebbero dei manganelli rotti, dei quali però nessuno sa nulla. 

Nella battaglia legale si scontrano due versioni: quella secondo cui Federico sarebbe morto per un malore e quella, dei legali della famiglia, per cui la causa della morte sarebbe stata lo schiacciamento del torace avvenuto per la compressione esercitata dagli agenti sul suo tronco. Questa versione, però, manca ancora di testimoni diretti. 

 

… E LA RICERCA DELLA GIUSTIZIA

Si arriva così al 15 marzo 2006 quando inizia la vera e propria inchiesta giudiziaria: vengono indagati quattro agenti. 

Loro non parlano, ma le persone della zona iniziano a farlo. 

Emerge una testimone oculare, una cittadina del Camerun in attesa di rinnovo del permesso di soggiorno, che racconta di aver assistito a una colluttazione dalla finestra e di aver visto gli agenti colpire ripetutamente Federico con dei “bastoni”. 

È passato un anno dalla morte di Federico e in strada a Ferrara scendono oltre 8000 persone.

Chiedono verità. Vogliono giustizia.

 

 

Il 19 ottobre 2007 inizia quindi il processo per il reato di omicidio in eccesso colposo. 

Bisogna però attendere fino al 2009 per la condanna in primo grado dei quattro agenti con l’accusa di aver ecceduto nel loro intervento, di non aver raccolto le richieste di aiuto del ragazzo, di aver infierito su di lui in una colluttazione imprudentemente, usando i manganelli che poi si sono rotti. 

La condanna è confermata nel 2012 della Corte di cassazione, che ritiene gi agenti responsabili della morte violenta di Federico Aldrovandi e li condanna a tre anni e sei mesi di carcere per “eccesso colposo in uso legittimo delle armi”. 

A causa della legge sull’indulto del 2006, però, gli agenti trascorrono in carcere solo sei mesi. Nel 2017, nelle sentenze d’appello della Corte dei conti, i giudici riconoscono loro anche l’indulto amministrativo, cioè una riduzione della sanzione economica. 

 

STORIE DI VIOLENZA DI STATO

La storia che hai appena letto fa parte della serie curata da Amnesty International Italia intitolata “Storie di violenza di stato”. 

Da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, da Andrea Soldi a Davide Bifolco. Attraverso fatti di cronaca che hanno scosso l’Italia ripercorreremo le lotte per la verità e la giustizia di familiari e amici.  

Storie che, in alcuni casi, sono ancora senza giustizia.  

Storie che abbiamo già raccontato in questi anni:  

  • nella mostra fotografica di Antonio de Matteo “La lotta, il coraggio e l’amore. Dodici storie di violenza di Stato”  

  • nella terza stagione del podcast Ellissi, con la voce narrante di Gianmarco Saurino, prodotto da Emons Record e Amnesty International Italia in collaborazione con Domani Editoriale.