Tempo di lettura stimato: 5'
Gentili Onorevoli,
vi chiediamo pubblicamente una presa di posizione netta contro il disegno di legge sul contrasto all’antisemitismo attualmente in discussione.
Ci rivolgiamo a voi affinché non venga approvato un provvedimento che consideriamo gravemente lesivo delle libertà fondamentali: una norma che rischia di mettere a tacere il vasto movimento popolare che, in questi mesi, ha scelto di non restare indifferente di fronte ai crimini commessi in Palestina e alla catastrofe umanitaria a Gaza.
Qualora dovesse essere approvato questo Ddl, così come concepito finora, i deputati favorevoli si assumeranno una grave responsabilità non solo di fronte al loro elettorato, ma dinanzi a tutti i cittadini del Paese: quella di aver voluto oscurare per legge la denuncia e la legittima protesta per i crimini contro l’umanità e il genocidio che Israele continua a perpetrare contro la popolazione civile a Gaza e negli altri territori occupati della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.
Vi chiediamo pertanto di non approvare questo Ddl così come è attualmente formulato.
Il testo intende recepire per via legislativa la definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), la quale presenta una grave criticità: sovrappone e confonde la legittima critica alle politiche dello Stato di Israele con l’odio antiebraico.
In particolare, diversi esempi operativi allegati alla definizione IHRA rischiano di tradursi in una pesante limitazione della libertà d’espressione — principio cardine sancito dall’articolo 21 della nostra Costituzione, in palese contraddizione con quanto dichiarato nell’articolo 1 dello stesso Ddl — e del diritto di denunciare violazioni del diritto internazionale, pratiche di apartheid, occupazione militare e crimini di guerra.
Seguendo tali indicatori, perfino le sentenze della Corte internazionale di giustizia o della Corte penale internazionale, i rapporti documentati di organizzazioni non governative internazionali come Amnesty International, le manifestazioni pacifiche, gli articoli d’inchiesta, la satira politica e la libertà d’insegnamento in scuole e università rischierebbero di essere strumentalmente bollati come condotte antisemite.
Un anno fa la Commissione d’inchiesta ONU ha definito ufficialmente “genocidio” quanto sta accadendo in Palestina, venendo per questo accusata di “antisemitismo” dal Governo israeliano. Un attacco paradigmatico del rischio legato alla sovrapposizione tra antisemitismo, diritto al dissenso e crimini d’odio; per prevenire e punire questi ultimi, peraltro, in Italia esistono già strumenti normativi efficaci, come la Legge Mancino (legge 25 giugno 1993, n. 205). Basterebbe garantirne l’applicazione: non serve una nuova legge.
Opporsi a questa legge non significa affatto arretrare nella lotta all’antisemitismo; al contrario, significa ribadire una distinzione indispensabile tra razzismo antiebraico e dissenso politico, preservando lo spazio democratico necessario al confronto, alla solidarietà e alla difesa dei diritti umani universali.
A sostegno di questa battaglia si è consolidata una rete ampia e plurale: mondo dell’informazione, università, scuola, sindacati, associazionismo e realtà per la tutela dei diritti umani. Lo scorso 9 settembre, nel presidio di piazza Montecitorio a Roma e in oltre cinquanta piazze italiane — in concomitanza con i lavori in Commissione Affari Costituzionali —, centinaia di realtà civiche, culturali, cattoliche ed ebraiche hanno sottoscritto un appello comune (che qui rialleghiamo). Si tratta di soggetti che combattono quotidianamente ogni forma di fascismo, razzismo, discriminazione e di neonazismo.
In alternativa all’approccio IHRA, richiamiamo la scelta già compiuta dall’Ordine dei Giornalisti, che ha indicato nella Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo un riferimento equilibrato e rigoroso: uno strumento capace di contrastare efficacemente ogni espressione di odio verso gli ebrei senza compromettere la libertà di stampa, di ricerca e di critica politica.
La democrazia e la denuncia dei crimini contro l’umanità, tanto in Palestina quanto in ogni altra parte del mondo, non si censurano.