Photo by Mosab Shawer /AFP via Getty Images
Tempo di lettura stimato: 11'
Amnesty International ha dichiarato oggi che dal dicembre del 2025 le autorità israeliane hanno adottato una serie di misure illegali, deliberatamente concepite per espropriare la popolazione palestinese della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, e rendere irreversibile l’annessione del territorio.
Queste decisioni rappresentano un’escalation senza precedenti, per portata e rapidità, nel progetto di espansione degli insediamenti illegali da parte di Israele. Hanno facilitato l’acquisizione di ulteriori terre palestinesi, autorizzato un numero record di nuovi insediamenti – oltre all’ampliamento di quelli esistenti – e formalizzato la registrazione di terreni in Cisgiordania come proprietà dello stato israeliano. Sebbene i governi israeliani che si sono succeduti nel tempo abbiano portato avanti politiche volte ad ampliare gli insediamenti e a consolidare l’occupazione e il sistema di apartheid, le più recenti misure dimostrano come l’attuale governo le abbia ulteriormente intensificate, anche all’ombra del genocidio nella Striscia di Gaza.
“Stiamo assistendo a uno stato, guidato da un primo ministro ricercato dalla Corte penale internazionale per accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che ostenta apertamente il proprio disprezzo per il diritto internazionale. Nonostante centinaia di risoluzioni delle Nazioni Unite, pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia e condanne a livello globale, Israele continua ad ampliare in modo palese gli insediamenti illegali, rafforzando il suo sistema di apartheid e compromettendo la vita e i mezzi di sostentamento della popolazione palestinese”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International.
“L’appoggio incondizionato del governo degli Stati Uniti a quello israeliano, insieme alla diffusa mancata richiesta a quest’ultimo di rendere conto del genocidio contro la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza e di decenni di crimini di diritto internazionale legati all’occupazione illegale e al sistema di apartheid, ha ulteriormente incoraggiato Israele a inasprire le proprie azioni illegali, come la formalizzazione dell’espropriazione dei terreni, nella convinzione di non dover far fronte a conseguenze”, ha proseguito Guevara-Rosas.
“La rapida espansione degli insediamenti illegali e l’aumento della violenza e dei reati commessi dai coloni con il sostegno dello stato israeliano in tutta la Cisgiordania occupata rappresentano un atto d’accusa nei confronti del fallimento della comunità internazionale nel prendere misure efficaci. Gli stati terzi non hanno rispettato i propri obblighi giuridici rifiutandosi di utilizzare strumenti a loro disposizione, come la sospensione dell’Accordo di associazione tra Unione europea e Israele, per dissuadere quest’ultimo dal portare avanti la propria agenda illegale”, ha aggiunto Eika Guevara-Rosas.
Il 10 dicembre 2025 l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata. Il piano mira ad ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerebbe in due la Cisgiordania, interrompendo in modo permanente la continuità urbana palestinese tra Ramallah, Gerusalemme Est occupata e Betlemme. Insieme alla costruzione di una strada esterna di collegamento, i cui lavori dovrebbero iniziare questo mese, il piano comporterà anche il trasferimento forzato delle comunità palestinesi che vivono nell’area.
Sebbene fin dagli anni Novanta i governi israeliani avessero tentato di attuare il piano E1, questo era rimasto in larga parte sospeso per decenni a causa della pressione internazionale. La sua attuale accelerazione evidenzia la volontà dell’attuale governo di portare avanti l’espansione degli insediamenti in un contesto di insufficiente reazione internazionale.
Dall’inizio dell’occupazione del territorio palestinese nel 1967, Israele ha sviluppato un apparato amministrativo e giuridico oppressivo volto a espropriare e controllare la popolazione palestinese. L’attuale governo ha ulteriormente accelerato questo processo, velocizzando l’espansione degli insediamenti e la confisca delle terre. L’11 dicembre 2025 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato piani per la creazione di 19 nuovi insediamenti, portando a 68 il totale di quelli approvati dall’attuale coalizione di governo in soli tre anni e a circa 210 il numero complessivo di insediamenti ufficiali. Attualmente circa 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.
I nuovi insediamenti comprendono la “legalizzazione” retroattiva di avamposti costruiti in violazione persino della normativa interna israeliana. Secondo quanto riferito da organi di stampa attendibili, almeno tre di questi siti sorgono su terreni da cui comunità palestinesi, come quelle di Ein Samia e di Ras Ein al-Ouja, sono state recentemente trasferite con la forza a seguito di violenze dei coloni appoggiati dallo stato.
Secondo Peace Now, organizzazione non governativa israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, nel solo 2025 sono stati creati 86 nuovi avamposti, un numero record, in prevalenza agricoli o di pastorizia, che hanno contribuito in modo significativo all’aumento della violenza dei coloni sostenuta dallo stato israeliano e al trasferimento forzato di comunità palestinesi. Protetti dall’esercito israeliano e finanziati dal ministero dell’Agricoltura israeliano, questi avamposti hanno reso estremamente difficile la vita di agricoltori e pastori palestinesi, in particolare nell’Area C. I coloni impediscono in modo aggressivo ai pastori palestinesi di accedere ai terreni di pascolo, privandoli della loro principale fonte di sostentamento, oltre a occupare terre con la forza, danneggiare proprietà, sottrarre bestiame e attaccare persone e abitazioni palestinesi.
Secondo l’organizzazione non governativa israeliana per i diritti umani B’Tselem, nel 2025 ventuno comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate a causa della violenza dei coloni sostenuta dallo stato. Una madre di tre figli di Ras Ein al-Ouja, nei pressi di Gerico, ha raccontato ad Amnesty International:
“La paura degli attacchi ci obbligava a far dormire i nostri figli con le scarpe ai piedi, perché avremmo potuto dover fuggire in qualsiasi momento”
Nel gennaio 2026 lei e la sua famiglia sono state costrette ad andarsene nel freddo intenso insieme ad altre 122 famiglie; in totale oltre 600 palestinesi sono stati trasferiti con la forza da questa comunità.
Una dichiarazione dell’amministrazione civile israeliana del 5 gennaio 2026, che designa 694 dunam (circa 694 ettari) di terreni appartenenti alle città palestinesi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth, nel nord della Cisgiordania, come “terre statali”, insieme a una serie di misure annunciate dal gabinetto di sicurezza l’8 febbraio per ampliare il controllo sulla Cisgiordania, segna un’ulteriore escalation nell’espropriazione dei terreni.
Tali misure comprendono l’abrogazione della legislazione giordana ancora in vigore per consentire ai coloni israeliani di acquistare terreni palestinesi senza adeguati controlli, l’aumento del controllo amministrativo civile israeliano sulla pianificazione e sull’edilizia nella città di Hebron e presso la Tomba di Rachele a Betlemme, nonché il conferimento alle autorità israeliane di nuovi poteri di applicazione della legge nei siti archeologici e in materie relative all’acqua e all’ambiente nelle Aree A e B.
Il 15 febbraio 2026 il governo israeliano ha adottato una decisione che equivale a un’annessione secondo la legislazione israeliana. Sono stati stanziati oltre 244 milioni di shekel (circa 66 milioni) per istituire un meccanismo governativo volto a facilitare la registrazione delle terre nell’Area C, trasferendo le competenze in materia dall’amministrazione civile al ministero della Giustizia.
Attualmente, secondo Peace Now, quasi il 58 per cento delle terre dell’Area C della Cisgiordania occupata non è registrato. Israele ha già confiscato oltre la metà di tale area attraverso la designazione di “terre statali”. La popolazione palestinese ha di fronte a sé ostacoli quasi insormontabili per dimostrare la proprietà dei terreni, a causa dell’interpretazione restrittiva da parte di Israele delle leggi fondiarie ottomane, che richiedono la presentazione di una serie di documenti, mappe e altri registri cui molte persone palestinesi non hanno accesso.
“La registrazione delle terre è un ulteriore eufemismo per indicare espropriazioni e spoliazioni. Non devono esserci dubbi: l’obiettivo è l’annessione totale e Israele ha già posto gran parte delle basi per realizzarla. I ministri dell’attuale governo non avvertono più la necessità di nascondere le proprie intenzioni”, ha affermato Erika Guevara-Rosas.
“Israele ha completamente disatteso i propri obblighi, in quanto potenza occupante, nei confronti della popolazione civile palestinese e ha invece portato avanti in modo deliberato e sistematico la propria agenda di annessione, in palese violazione del diritto internazionale, che vieta in modo categorico l’annessione e la creazione di insediamenti nei territori occupati”.
“Queste misure sfidano apertamente i pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia del 2004 e del 2024: quest’ultimo ha stabilito in modo inequivocabile l’illegalità della presenza di Israele nel Territorio palestinese occupato. Una successiva risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva fissato a settembre del 2025 il termine per porre fine all’occupazione illegale. Anziché conformarvisi Israele ha introdotto nuove modalità per violare il diritto internazionale, consolidando ulteriormente l’occupazione illegale e il sistema di apartheid, mentre la comunità internazionale continua, nel migliore dei casi, a limitarsi a dichiarazioni di principio sui diritti della popolazione palestinese senza adottare misure efficaci”.