Foto di Camelia Boban
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In questi anni di governo, Giorgia Meloni ha spesso ripetuto che la condizione delle donne in Italia non è mai stata migliore. Dichiarazioni che si basano su un unico dato che vale la pena affrontare subito. L’occupazione femminile con questo governo è cresciuta, ma rimane lontana dalla media europea e lontanissima da quella maschile, in Italia continua a lavorare poco più di una su due con l’occupazione femminile al 54 per cento (dati Istat, luglio 2026). Il dato speculare è altrettanto netto: quasi una donna su due è inattiva e nemmeno cerca un lavoro (sei su 10 dichiarano che è per carichi di cura).
Quelle che riescono a entrare nel mercato del lavoro lo fanno in condizioni peggiori degli uomini: il part-time involontario riguarda il 13,7 per cento delle donne contro il 4,6 per cento degli uomini, e nel settore privato la retribuzione media giornaliera è di 82,63 euro per le donne contro 111,25 per gli uomini, sono più precarie e fanno meno carriera.
C’è un problema di accesso, ossia quante donne lavorano ma anche di come lavorano: scarsa occupazione e di bassa qualità. È un’anomalia tutta italiana. Secondo l’indice di parità dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, l’Italia è il peggior paese d’Europa in cui essere una lavoratrice, eppure, allo stesso tempo, è un privilegio a cui non tutte accedono.
In questi anni Meloni ha promosso un modello di famiglia e di organizzazione del lavoro patriarcale che riconosce le donne come soggetto di welfare solo se mamme, ne incentiva il lavoro non retribuito e la dipendenza economica da un uomo: un modello basato su madri lavoratrici part-time. Sono molte le scelte di questo governo tese a imporre e riconoscere un solo tipo di famiglia e di donna, solo negli ultimi mesi: la proposta di congedo paritario bocciata, fondi per i nidi tagliati, le direttive europee su parità salariale e su organismi di parità usate in maniera strumentale e inedita per depotenziare le politiche di parità, le decontribuzioni per le aziende che portano a part-time i contratti femminili, i sussidi per donne con almeno due figli. Questo succede mentre altri paesi si orientano verso la condivisione della cura, la riduzione del tempo di lavoro per tutti e il riconoscimento di forme diverse di famiglia e genitorialità.
Il discorso politico conservatore e il suo sistema valoriale in cui uomini comandano sulle donne (vedi come è stata bloccata la legge sul consenso) e sui figli (progetti di educazione sessuoaffettiva nelle scuole subordinati al consenso delle famiglie) stanno permeando la società generando arretramento: secondo uno studio del Cnr sugli adolescenti romani, i giovani maschi aderiscono sempre di più a stereotipi di genere (uno su tre pensa che gli uomini debbano dominare in un rapporto sessuale) e quasi uno su due ha atteggiamenti gravemente omotransfobici. Gli stessi dati ci raccontano che gli stereotipi sono più diffusi tra chi ha meno strumenti culturali, e sono spesso i maschi: esiste infatti una caratterizzazione di genere nella dispersione scolastica e nel basso livello di istruzione.
Qual è l’impatto sulle scelte individuali delle donne? In estrema sintesi potremmo dire che scelgono sempre più di non sposarsi, non fare figli ed emigrare, specialmente quelle più preparate. A raccontarcelo sono i dati di Svimez e di un’indagine a cura di Eleonora Voltolina da cui emerge che il 70 per cento di chi ha partecipato ritiene di vivere in un paese più avanzato dell’Italia nella spartizione della cura.
L’Italia perde le donne due volte: quando le tiene ai margini del lavoro e del potere e quando spinge fuori le più qualificate. In questo quadro, il femminismo diventa una spinta trasformativa necessaria e il contrappunto a un progetto di società che si basa sulla discriminazione, esclusione, espulsione delle donne in primo luogo, ma non solo delle donne. Una agenda politica femminista e intersezionale è la vera risposta a questo status quo, diventare un paese per donne, in queste condizioni, è anche una scommessa di libertà.
A cura di Barbara Leda Kenny, esperta di politiche di genere