di Anthony Nino de Guzman / AFP via Getty Images
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La decisione presa alla fine di ottobre dalla procura generale del Perú di chiudere l’indagine, avviata 20 anni prima, sulla sterilizzazione forzata di 4172 donne native durante gli anni Novanta ha segnato il trionfo dell’impunità e inferto un colpo durissimo alle vittime che hanno lottato per quasi 30 anni per ottenere giustizia.
A permettere che 52 ex funzionari dello stato rimanessero al riparo dal processo e da una condanna certa – la stessa procura aveva parlato di crimini contro l’umanità – è stata la legge 32107, che ha istituito la prescrizione per i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra commessi prima del 1° luglio 2022.
Così, sotto la presidenza della figlia Keiko, i crimini commessi sotto la presidenza di Alberto Fujimori, deceduto nel 2024 per motivi di salute dopo aver trascorso 16 anni in carcere, resteranno a malapena scritti e riconosciuti nei libri di storia e non nella sentenza di un tribunale.
Fu proprio Fujimori, al potere per tutto l’ultimo decennio dello scorso secolo, a supervisionare gravi crimini di diritto internazionale, tra i quali una campagna di sterilizzazione forzata di migliaia di donne povere, native e contadine, chiamata col nome edulcorato “Programma nazionale per la salute riproduttiva e la pianificazione familiare”.
Almeno 200.000 donne delle comunità native e contadine del Perú vennero sterilizzate senza dare il consenso, in molti casi a seguito di minacce, pressioni e inganni. Almeno cinque delle donne sottoposte al procedimento morirono. Delle sopravvissute, 4172 denunciarono lo stato.
Amnesty International ha sottolineato come la decisione della procura generale sia contraria al diritto internazionale: per i crimini di guerra e contro l’umanità, infatti, non sono possibili limitazioni temporali alle indagini e ai procedimenti giudiziari. L’organizzazione per i diritti umani è tornata a chiedere l’abrogazione della legge 32107.
Finora l’unico atto di giustizia è arrivato dalla Corte interamericana dei diritti umani, che nel marzo 2026 ha condannato il Perú per la sterilizzazione forzata e la morte di Celia Ramos Durand, risalenti al 1997, e per l’ingiustificato ritardo con cui si era indagato sul caso.
In quell’occasione, la Corte ha giudicato discriminatoria la politica statale di sterilizzazione forzata e ha ordinato allo stato peruviano misure di riparazione, garanzie di non ripetizione e l’ammissione pubblica delle proprie responsabilità.