Etiopia - Amnesty International Italia

Repubblica federale democratica d’Etiopia

Capo di stato: Mulatu Teshome Wirtu

Capo di governo: Hailemariam Desalegn

Il governo ha revocato lo stato d’emergenza a giugno. Ad agosto sono riprese le proteste nella regione di Oromia, contro gli aumenti delle tasse sul reddito e per chiedere il rilascio di Beqele Gerba, Merera Gudina e di altri prigionieri politici. A febbraio, le autorità hanno rilasciato 10.000 persone che erano state arbitrariamente detenute. Sono stati segnalati nuovi casi di tortura e altri maltrattamenti, processi iniqui e violazioni dei diritti alla libertà d’espressione e d’associazione.

Contesto

Le autorità non hanno provveduto a implementare le riforme promesse in risposta alle richieste avanzate durante le proteste nel 2015 e 2016, negli stati regionali di Amhara e Oromia. I manifestanti protestavano per gli sgomberi forzati dei contadini dalle loro terre, che si verificavano in Oromia da 20 anni; per gli arresti arbitrari e la detenzione di leader di partiti politici d’opposizione; e per le gravi restrizioni imposte dalle autorità ai diritti alla libertà d’espressione e d’associazione.

Per contro, a ottobre 2016 il governo aveva dichiarato uno stato d’emergenza, dopo che, nei sopracitati stati regionali, la folla aveva bruciato fattorie e altre attività produttive, in seguito alla morte di almeno 55 persone, travolte per il panico scatenatosi nella calca durante la cerimonia del ringraziamento oromo (Irrecha). A fine anno, le autorità etiopi non avevano ancora condotto un’indagine indipendente e credibile per stabilire la causa dei decessi e l’esatto numero delle vittime.

Tortura e altri maltrattamenti nella Repubblica federale democratica d’Etiopia

Sono stati ancora segnalati casi di tortura e altri maltrattamenti di persone accusate di terrorismo. I detenuti hanno ripetutamente denunciato in tribunale di essere stati torturati e maltrattati dalla polizia durante gli interrogatori. Benché in alcuni casi i giudici abbiano ordinato alla commissione etiope per i diritti umani (Ethiopian Human Rights Commission – Ehrc) d’indagare sulle accuse, le indagini di quest’ultima non si sono svolte in conformità con gli standard internazionali sui diritti umani.

Angaw Tegeny e Agbaw Seteny sono stati processati, assieme a 35 coimputati, ai sensi del proclama antiterrorismo (Anti-Terrorism Proclamation – Atp), in vigore dal 2009, in relazione a un incendio divampato nel carcere di Qilinto, alla periferia della capitale Addis Abeba. Entrambi hanno denunciato che i poliziotti avevano appeso una bottiglia piena d’acqua al loro scroto e li avevano fustigati sotto la pianta dei piedi. Tuttavia, il rapporto dell’Ehrc all’Alta corte federale non faceva riferimento alle loro denunce di tortura.

Arresti e detenzioni arbitrari nella Repubblica federale democratica d’Etiopia

Sono proseguite le detenzioni arbitrarie, effettuate ai sensi della dichiarazione dello stato d’emergenza, che è stato ritirato a giugno. Il 2 febbraio, il governo ha ordinato il rilascio di 10.000 delle 26.000 persone che erano state arbitrariamente detenute e arrestate nel 2016 in base allo stato d’emergenza.

Centinaia di persone sono state detenute ai sensi dell’Atp, che tra l’altro dava una definizione oltremodo ampia e vaga di atti terroristici, punibili con pene fino a 20 anni di carcere. I detenuti sono rimasti trattenuti oltre il termine massimo di quattro mesi, previsto dalla legge per la detenzione cautelare. Sette artisti originari di Oromo, per citare un esempio, sono rimasti detenuti per più di sei mesi, prima che, il 29 giugno, il pubblico ministero formulasse finalmente nei loro confronti un’imputazione.

Processi iniqui nella Repubblica federale democratica d’Etiopia

Centinaia di attivisti politici, dissidenti e manifestanti pacifici hanno dovuto affrontare procedimenti giudiziari iniqui, per accuse formulate ai sensi dell’Atp. I processi sono stati caratterizzati da detenzione cautelare prolungata, ingiustificati ritardi e persistenti denunce di tortura e altro maltrattamento.

Leader di spicco di partiti politici d’opposizione, come Merera Gudina, presidente del Congresso federalista oromo (Oromo Federalist Congress – Ofc), e Beqele Gerba, vice presidente dell’Ofc, sono stati processati per accuse formulate ai sensi dell’Atp, per il loro presunto ruolo nell’organizzazione della protesta di novembre 2015. Il processo di Beqele Gerba è stato ripetutamente aggiornato. Alla fine, il tribunale ha archiviato le accuse di terrorismo a suo carico. Tuttavia, ha stabilito che sarebbe stato processato per accuse di provocazione e tentato oltraggio alla costituzione o all’ordine costituzionale, ai sensi del codice penale.

Libertà d’espressione nella Repubblica federale democratica d’Etiopia

L’Alta corte federale ha emesso verdetti di colpevolezza per accuse di terrorismo nei confronti di giornalisti, blogger e altri attivisti e li ha condannati a pene carcerarie. Yonatan Tesfaye è stato giudicato colpevole per favoreggiamento del terrorismo, a causa di alcuni post che aveva pubblicato su Facebook e condannato a sei anni e mezzo di carcere. Getachew Shiferaw è stato condannato a 18 mesi di reclusione per aver inviato email a leader residenti all’estero di un partito politico d’opposizione al bando. La corte lo ha ritenuto colpevole di accuse come l’avere espresso apprezzamento verso qualcuno che, nel 2012, aveva pubblicamente inveito contro il defunto primo ministro Meles Zenawi.

Diritti economici, sociali e culturali nella Repubblica federale democratica d’Etiopia

L’11 marzo, 115 persone sono rimaste uccise in seguito a una frana che ha fatto collassare la discarica di rifiuti di Koshe, la più estesa discarica d’Etiopia, localizzata alla periferia di Addis Abeba, in un’area abitata da centinaia di persone. La maggioranza delle vittime abitava a fianco del sito e si manteneva riciclando i rifiuti. Le autorità erano consapevoli che il terrapieno aveva raggiunto il massimo della sua capacità e i residenti non avevano altra scelta che vivere e lavorare in quella zona, in quanto il governo non aveva provveduto a tutelare il loro diritto a un alloggio adeguato e a un lavoro dignitoso. A seguito di una raccolta fondi, finalizzata alla riabilitazione delle vittime, sono stati raccolti oltre 80 milioni di birr (circa tre milioni di dollari Usa). Sebbene l’amministrazione comunale si fosse fatta carico della gestione dei fondi, a fine anno le autorità non avevano ancora provveduto alla riabilitazione delle vittime e delle loro famiglie.

Esecuzioni extragiudiziali nella Repubblica federale democratica d’Etiopia

La polizia Liyu, un reparto speciale dello stato regionale della Somalia, nell’est dell’Etiopia, e milizie locali etiopi hanno sottoposto a esecuzione extragiudiziale centinaia di oromo che abitavano nello stato regionale della Somalia. Tra le persone uccise c’erano neonati di appena sei mesi. Tra settembre e ottobre, la polizia Liyu ha inoltre sgomberato almeno 50.000 oromo che abitavano nella regione della Somalia. Ha attaccato i vicini distretti regionali dell’Oromia e sfollato migliaia di residenti nell’arco di febbraio, marzo, agosto, settembre e ottobre.

Rapimento di minori nella Repubblica federale democratica d’Etiopia

Le autorità non sono intervenute per proteggere in maniera adeguata la popolazione dello stato regionale di Gambella dagli attacchi compiuti da elementi armati del gruppo etnico murle, con base nel confinante Sud Sudan. Uomini armati murle hanno

varcato il confine con l’Etiopia il 12 maggio e hanno rapito 22 minori della comunità anuwa. Non erano note iniziative da parte delle autorità per assicurare la restituzione dei minori rapiti alle loro famiglie.

Impunità nella Repubblica federale democratica d’Etiopia

La polizia e l’esercito hanno continuato a godere dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse nel 2015 e 2016. Durante l’anno, il governo ha respinto le richieste d’indagini indipendenti e imparziali sulle violazioni dei diritti umani compiute durante le proteste verificatesi in vari stati regionali. Nei pochissimi casi che erano stati oggetto d’indagine da parte dell’Ehrc e che avevano portato alla conferma che erano state compiute violazioni dei diritti umani, il governo non ha provveduto ad aprire un’inchiesta o a chiamare in giudizio i presunti perpetratori.

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