Un addebito inatteso. Una cifra enorme. Lo hai autorizzato tu? Renditi conto!
#RenditiConto: il costo non è solo economico è la campagna lanciata dal Tavolo Asilo e Immigrazione, rete di oltre 40 organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti delle persone migranti.
La campagna usa il linguaggio di una notifica bancaria per rendere visibile qualcosa che spesso resta fuori dal dibattito: i centri italiani in Albania sono finanziati con risorse pubbliche. La cifra certa e documentabile è 74 milioni di euro, il costo della costruzione, come documentato dal report Trattenuti. Ma il punto non è solo quanto costano. È cosa producono: detenzione, isolamento, diritti violati, sofferenza e opacità.
I centri di Shëngjin e Gjadër nascono dal Protocollo Italia-Albania. In origine servivano per il trattenimento di persone soccorse in mare e per gestire, lontano dal territorio italiano, procedure accelerate di asilo.
Dopo le sentenze che avevano interrotto i trasferimenti, il progetto è stato modificato: i centri sono stati riconvertiti in luoghi di detenzione amministrativa per persone già trattenute nei CPR italiani. Così il “modello Albania” è diventato un esperimento di frontiera delocalizzata, lontano da avvocati, media e controllo pubblico.
Il prezzo più alto lo pagano le persone
Dietro le cifre ci sono persone con storie, bisogni, diritti.
Molte persone trasferite in Albania raccontano di essere state spostate senza sapere dove sarebbero state portate, per quale motivo e per quanto tempo.
Molti, troppi, i diritti non garantiti adeguatamente, dall’assistenza legale all’accesso alle cure, dal diritto di informazione a quello di comunicazione. Le persone non sanno cosa stia accadendo alla loro vita.
Durante le visite nei centri, il TAI ha raccolto testimonianze che parlano di solitudine, ansia e sofferenza psicologica. Frasi come “Sono sempre solo, ho paura” o “Appena qualcuno mi dice qualcosa, io piango” restituiscono il costo umano di questo modello.
I centri in Albania non riguardano soltanto chi viene portato a Gjadër o Shëngjin. Riguardano tutte e tutti noi: il modo in cui uno Stato usa il proprio potere, la possibilità di sapere cosa accade in luoghi finanziati con denaro pubblico, la tenuta dello Stato di diritto.
Organizzazioni della società civile, giornalisti e persino delegazioni parlamentari hanno incontrato difficoltà nell’ottenere informazioni essenziali: quante persone sono trattenute, in quali condizioni, con quali procedure, con quali garanzie. Manca trasparenza sull’uso dei fondi e sulle condizioni delle persone.
E quando un luogo di detenzione diventa opaco, la violazione dei diritti rischia di diventare invisibile. Il costo non è più solo economico. È umano. E lo paghiamo tutte e tutti, perché quando uno Stato non tutela i diritti delle persone, è un problema e un rischio collettivo.
Accanto al costo umano e democratico, c’è un costo economico enorme. Il Governo ha preventivato per il “progetto Albania” una spesa di oltre 670 milioni di euro per cinque anni: risorse pubbliche che potrebbero essere investite in sanità, scuola, welfare, accoglienza e servizi territoriali.
#RenditiConto chiede di guardare meglio ciò che viene finanziato in nostro nome: non solo quanto costa un centro, ma quale idea di società viene sostenuta con quei soldi.
Il “modello Albania” non è una risposta efficace alla gestione delle migrazioni. È un precedente pericoloso: sposta la frontiera oltre i confini nazionali e aumenta la distanza tra le persone e la possibilità concreta di far valere i propri diritti.
Per questo il Tavolo Asilo e Immigrazione chiede la chiusura dei centri in Albania, la fine dei trasferimenti verso Gjadër e piena trasparenza sui costi, sulle procedure e sulle condizioni di trattenimento.
I diritti non possono essere messi fuori confine e la dignità delle persone non può dipendere dal luogo in cui vengono trattenute.
Renditi conto: il costo non è solo economico.
Seguici sui social, informati, prendi posizione, condividi! #renditiconto