Un grido di allarme: intervista a Piero Pelù

16 Ottobre 2026

Foto di Riccardo Bagnoli

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In un panorama musicale attuale dominato da intrattenimento e disimpegno, il rock ha ancora la forza e il dovere di essere una voce politica e di protesta?
Dal 1983 sono obiettore di coscienza, sono contro l’uso delle armi, quindi considero il canto e la musica come dei megafoni per toccare i temi a me più cari come la pace, i diritti umani, il rispetto per la Natura e perculare i politici corrotti e violenti. Il mio massimo rispetto va a quei pochi artisti che ancora oggi amplificano la loro protesta contro tutto ciò che danneggia i cittadini per favorire le lobby del petrolio, delle terre rare, delle armi, dell’algoritmo e tutte le altre mafie del mondo.

Come si concilia la dimensione artistica con la gravità dei temi che porti sul palco?
Purtroppo oggi bisogna fare un distinguo tra quella che è la comunicazione di massa dei media ufficiali e quelle che sono invece le pagine più specifiche e tematiche che ognuno di noi ormai può decidere di seguire o meno. Sui media ufficiali le notizie dei popoli massacrati sono state ampiamente declassate, dando così la percezione alla massa che quei genocidi non esistano più ma dal criminale teatro del board of peace in poi alcuni di noi sanno quanta violenza ci sia ancora a Gaza, in Cisgiordania, in Siria, in Libano, in Sud Sudan, in Congo, in Yemen, in Myanmar e in troppi altri paesi del mondo.

Nel brano vincitore del Premio Amnesty S.O.S., ti concentri sulle sofferenze delle popolazioni civili colpite dai conflitti. Pensi che la musica possa ancora riuscire a svegliare l’empatia delle persone, superando l’assuefazione visiva alle immagini di guerra a cui siamo sottoposti ogni giorno?
La canzone S.O.S. è un grido di allarme disperato perché un mondo in cui i bambini non giocano, non ridono, non studiano, non sognano è un mondo destinato a implodere per colpa di dittature neofasciste e neocolonialiste.

Questo riconoscimento arriva in un momento cruciale della tua lunghissima carriera. Che valore personale ha per te questo premio rispetto ad altri successi commerciali o discografici del passato?
Per carattere mio ho sempre avuto un rapporto abbastanza conflittuale con i riconoscimenti però, visto il lavoro sui diritti umani che Amnesty International fa dal 1961, questo premio mi motiva ad andare avanti nel raccontare il mondo che mi circonda e il mio mondo interiore da artista libero e connesso ad altre realtà sociali, di comunicazioni e artistiche, associazionistiche ugualmente
empatiche.

A cura di Francesca Corbo, ufficio comunicazione eventi

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