183.380 volte grazie - Amnesty International Italia

183.380 volte grazie

22 dicembre 2018

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Si è conclusa con 183.380 firme Write for Rights, la maratona che dal 25 novembre al 21 dicembre ha raccolto firme per chiedere giustizia per sei donne simbolo della lotta per i diritti umani.

Daphne Caruana Galizia, giornalista investigativa maltese uccisa il 16 ottobre 2017 a Bidnija, a nord dell’isola di Malta.

Daphne ha portato avanti indagini sulla corruzione delle più alte cariche di governo e sui legami tra potenti funzionari, società private, riciclaggio di denaro sporco e vendita di passaporti maltesi, esponendo le debolezze istituzionali e i fallimenti di uno stato membro dell’Unione Europea.

Un anno dopo la sua uccisione, le autorità maltesi devono ancora indagare su tutte le circostanze della sua morte, incluso chi potrebbe aver ordinato l’omicidio, perché e se avrebbe potuto essere protetta meglio.

Marielle Franco era un’attivista per i diritti umani brasiliana. In prima linea nel denunciare gli abusi della polizia e le esecuzioni extragiudiziali.

Due settimane prima del suo omicidio, era stata relatrice per una commissione speciale che il consiglio comunale ha creato per monitorare l’intervento federale in corso a Rio de Janeiro e la militarizzazione della sicurezza pubblica.

Il suo omicidio è un altro esempio dei pericoli che i difensori dei diritti umani devono affrontare in Brasile.

Nonhle Mbuthuma continua a guidare la lotta per difendere la sua comunità da un’azienda che vuole estrarre il titanio dai loro territori ancestrali.

Nonhle appartiene agli Amadiba, una comunità nativa della provincia sudafricana di Eastern Cape che possiede i diritti comunali sulla terra. Se il governo sudafricano consentirà all’azienda di estrarre titanio circa 5.000 persone potrebbero essere sgomberate, intere famiglie perderebbero la propria casa e i propri mezzi di sussistenza.

Atena Daemi sogna la fine della pena di morte in Iran.

Nei suoi post su Facebook e Twitter ha criticato le esecuzioni nel suo paese. Per difendere dall’esecuzione una giovane donna è anche scesa in piazza.

Gesti normali, di coraggio e indignazione, ma che in Iran il tribunale sta usando come prove della sua “attività criminale”.

Nel 2015, proprio sulla base di queste “prove”, Atena è stata condannata a 14 anni di carcere, poi ridotti a 7. Il processo è durato solo 15 minuti.

Nawal Benaissa lotta con coraggio per la giustizia sociale e per migliorare l’assistenza sanitaria e i servizi nella sua regione, il Rif, nella parte nord del Marocco, dove molte persone si sentono dimenticate dal proprio governo.

Nawal, che è una tra le voci principali del movimento popolare Hirak, ha partecipato a proteste pacifiche e condotto campagne per il cambiamento sui social media.

A febbraio di quest’anno, Nawal è stata condannata a una pena di 10 mesi, poi sospesa, e a una multa per aver “incitato a commettere reato”. Si è appellata contro il verdetto, ma le intimidazioni continuano e per evitare di essere costantemente controllata si è trasferita in un’altra città.

Valquiria, 39 anni, è stata separata da suo figlio Abel, 8 anni, il 17 marzo. Aveva chiesto asilo per entrambi al El Paso, in Texas.

Alcuni giorni dopo aver presentato la richiesta d’asilo, il funzionario dell’ufficio immigrazione le disse che Abel non era incluso nella richiesta, nonostante Valquiria avesse richiesto asilo per entrambi. Non c’è alcuna spiegazione del perché Valquiria sia stata separata da suo figlio, sebbene avesse richiesto l’asilo per entrambi e l’ufficio immigrazione riconoscesse la loro relazione familiare.