Iran, 31 anni fa il "massacro delle prigioni"

Iran, 31 anni fa il “massacro delle prigioni”. Non un corpo restituito alle famiglie

28 agosto 2019

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Alla vigilia del 30 agosto, Giornata internazionale delle vittime delle sparizioni forzate, Amnesty International ha denunciato che le autorità iraniane continuano, a 31 anni di distanza, a non fornire informazioni su migliaia di dissidenti politici che vennero fatti sparire e furono poi uccisi in quello che è passato alla storia come “il massacro delle prigioni” del 1988.

Migliaia di vittime non sono mai state registrate e, in tutto il paese, vengono segnalate fosse comuni non identificate. Da oltre 30 anni le autorità iraniane negano l’esistenza di queste fosse comuni e ne impediscono la localizzazione, causando sofferenze inimmaginabili alle famiglie che ancora chiedono di sapere che fine abbiano fatto i loro cari.

Le famiglie delle vittime del massacro delle prigioni del 1988 vivono ancora un incubo. Quelle migliaia di corpi scomparsi gettano una luce spettrale sul sistema giudiziario iraniano“, ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche di Amnesty International sul Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Sarebbe un errore considerare le uccisioni di massa del 1988 come un evento appartenente alla storia. Le sparizioni forzate sono un crimine che prosegue a distanza di oltre 30 anni e le famiglie delle vittime continuano a vivere nell’angoscia e nell’incertezza“, ha aggiunto Luther.

Secondo il diritto internazionale, il crimine di sparizione forzata è in atto fino a quando lo stato non riveli il destino o la localizzazione delle persone coinvolte e fino a quando, dopo che la sparizione è stata confermata, non restituisca i resti dei corpi alle famiglie. Pertanto, le autorità iraniane si stanno tuttora rendendo responsabili di sparizioni forzate, un crimine contro l’umanità.

Sempre il diritto internazionale obbliga le autorità iraniane a svolgere indagini e a fornire alle vittime verità, giustizia e riparazione. Per questo, dovrebbero coinvolgere esperti nell’esumazione e nell’identificazione dei resti umani, anche attraverso analisi del Dna, restituire i corpi alle famiglie e consentire a queste ultime di svolgere commemorazioni secondo la loro fede religiosa e cultura.

In ogni caso di morte, le autorità hanno il dovere di emettere un certificato di decesso contenente data, luogo e circostanza dell’evento. Per migliaia di vittime delle esecuzioni extragiudiziali del 1988 ciò non è avvenuto.

Amnesty International ritiene inoltre che la sofferenza inflitta alle famiglie delle vittime violi il divieto assoluto di tortura.

Le autorità iraniane non hanno restituito alle famiglie un solo corpo delle vittime del massacro delle prigioni del 1988. Inoltre, hanno rifiutato di comunicare alla maggior parte delle famiglie dove siano stati seppelliti i corpi, nell’evidente tentativo di eliminare ogni traccia delle persone assassinate.

Solo in cinque città – Ahvaz, Ardabil, Ilam, Mashhad e Rudsar – le autorità hanno comunicato a voce ad alcune famiglie che i loro parenti erano stati sepolti in fosse comuni e ne hanno reso nota l’ubicazione.  Ma mai in forma pubblica e ufficiale hanno riconosciuto l’esistenza di quelle e di altre fosse comuni, che sono state dissacrate e distrutte.

In varie altre città – tra cui Bandar Anzali, Esfahan, Hamedan, Masjed Soleiman, Shiraz, Semnan e Teheran – le autorità hanno fornito informazioni su tombe individuali e hanno consentito di apporvi delle lapidi. Ma sono molti a sospettare che si sia trattato di un inganno e che quelle tombe siano vuote.

Nel caso della capitale Teheran, questo sospetto è rafforzato dalle ricerche di Amnesty International, secondo le quali il 99 per cento dei nomi delle 335 tombe del cimitero di Behest Zahra, il più grande della città, in cui sarebbero sepolte le vittime non è registrato – salvo tre casi – nel registro online delle sepolture.

Circolano voci che molte di queste tombe individuali siano state realizzate frettolosamente alla fine del 1998 e all’inizio del 1999 su terreni sui quali non c’erano segni di precedenti scavi o sepolture. Il timore è che le vittime non siano state sepolte in quelle tombe individuali e che i loro corpi, insieme a migliaia di altri, siano stati gettati in fosse comuni.

Nel giugno 2017 una famiglia ha scoperto che la terra sopra alla quale aveva fatto apporre una lapide per onorare un parente non conteneva ossa né altri resti umani.

Da una ricerca sui nomi di oltre 4500 vittime effettuata nell’archivio online dell’ente governativo Organizzazione di Behesht Zahra è emerso che il 99 per cento dei nomi non era stato registrato. Nel 2018 Amnesty International ha scritto all’Organizzazione nazionale del registro civile e all’Organizzazione di Behesht Zahra chiedendo spiegazioni per quelle omissioni ma non ha ricevuto risposta.

L’enorme numero di nomi che mancano nei registri nazionali delle sepolture e il sospetto che le tombe, almeno in alcuni casi, possano essere vuote sono elementi di estrema preoccupazione che rendono più cruciali che mai indagini ed esumazioni onde stabilire la verità sulla sorte di ciascuna vittima e individuare dove si trovino i suoi resti.

Amnesty International ha chiesto alle Nazioni Unite di avviare un’indagine indipendente che stabilisca la verità, consenta l’apertura di procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili e assicuri ai sopravvissuti e ai familiari delle vittime la riparazione del danno subito.

Gli stati membri delle Nazioni Unite devono cogliere ogni occasione, compreso l’Esame periodico universale cui il Consiglio dei diritti umani sottoporrà l’Iran a novembre, per spingere le autorità iraniane a identificare le fosse comuni e a rivelare cosa è accaduto a tutte le vittime di quei tragici avvenimenti“, ha concluso Luther.