Aborto e diritti sessuali e riproduttivi - Le domande frequenti - Amnesty International Italia

Cosa si intende con diritti sessuali e riproduttivi?

Chiunque tu sia, ovunque tu viva, tutte le decisioni che prendi sul tuo corpo dovrebbero essere tue.

Eppure in tutto il mondo, molti di noi sono perseguitati per aver fatto le proprie scelte e a molti altri viene impedito di fare qualsiasi scelta. In alcuni paesi, i governi cercano di dettare leggi su chi possiamo baciare, chi dovremmo amare, come dovremmo vestirci, come identificarci, quando avere figli e quanti averne.

I diritti sessuali e riproduttivi sanciscono che ogni essere umano deve essere in grado di prendere le decisioni autonome rispetto al proprio corpo e:

  • ottenere informazioni accurate su queste tematiche
  • accedere ai servizi di salute sessuale e riproduttiva, compresa la contraccezione
  • scegliere se, quando e chi sposare
  • decidere se si desidera avere figli e quanti

I diritti sessuali e riproduttivi chiariscono che ogni essere umano dovrebbe essere libero da ogni forma di violenza sessuale, inclusi stupro, mutilazioni genitali femminili, gravidanza forzata, aborto forzato e sterilizzazione forzata.

Perché l’aborto è una questione di diritti umani?

L’accesso all’aborto sicuro è una questione di diritti umani.

L’accesso a servizi di aborto sicuro è un diritto umano. Il diritto internazionale dei diritti umani chiarisce che le decisioni sul proprio corpo devono essere fatte dal singolo nel rispetto del diritto all’autonomia e all’integrità corporea.

Costringere qualcuno a condurre una gravidanza indesiderata, o costringerlo a cercare un aborto non sicuro, è una violazione dei diritti umani, inclusi i diritti alla privacy, all’autonomia e all’integrità corporea.

In molte circostanze, coloro che non hanno altra scelta che ricorrere ad aborti non sicuri rischiano anche di essere perseguiti e puniti, inclusa la reclusione, e possono affrontare trattamenti crudeli, disumani e degradanti, discriminazioni e l’esclusione dall’assistenza sanitaria post-aborto.

L’accesso all’aborto è quindi collegato alla protezione e al rispetto dei diritti umani di donne, ragazze e altre persone che possono rimanere incinte, al fine del raggiungimento della giustizia sociale e di genere.

Qual è la posizione di Amnesty International sull’aborto?

Amnesty International riconosce il diritto di ogni donna, ragazza o persona che possa essere incinta ad abortire purché nel rispetto dei loro diritti, autonomia, dignità e necessità nel contesto delle esperienze, circostanze, aspirazioni ed opinioni vissute. La policy sull’aborto di Amnesty International si basa sulla piena depenalizzazione dell’aborto e sull’accesso universale all’aborto stesso, alle cure post-aborto e a informazioni relative all’aborto prive di pregiudizi e basate sull’evidenza dei fatti, libere da costrizione, coercizione, violenza e discriminazione.

L’approccio dell’organizzazione nei riguardi dell’aborto è fondato su principi ispirati e derivati da leggi e standard internazionali per i diritti umani, affermatisi nel tempo. Esso si basa

  • sul riconoscimento del fatto che le decisioni attinenti la gravidanza e l’aborto influiscono direttamente sull’intero spettro dei diritti umani, compreso il diritto alla vita, alla salute, alla privacy, alla libertà e alla sicurezza della persona;
  • sull’uguaglianza e la non-discriminazione di fronte alla legge;
  • sul diritto di essere un partecipante attivo nella società;
  • sulla libertà dalla tortura e altri maltrattamenti;
  • sull’accesso uguale per tutte e tutti alla giustizia, ad un’informazione ed istruzione non di parte e basata sui fatti, nei riguardi del sesso e della salute riproduttiva, e alla fruizione del progresso scientifico.

La policy considera l’aborto come una componente chiave della salute sessuale e riproduttiva (compresi, fra gli altri, le cure post-aborto, i moderni anticoncezionali e l’accesso a informazioni sulla gravidanza e l’aborto neutrali e basate sui fatti) essenziali per ottenere un’uguaglianza di fatto.

Cosa prevede la legislazione italiana in materia di aborto?

Abortire in Italia è legale dal 1978, ma secondo le linee guida del ministero le interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) farmacologiche possono avvenire entro la settima settimana e sono accessibili solo negli ospedali.

In vari paesi d’Europa, l’aborto farmacologico è disponibile fino alla nona settimana di gravidanza, in conformità con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità; in Italia, invece, l’ultima data possibile è due settimane prima.

Le linee guida sull’IVG previste dal Ministero della salute richiedono che le pillole abortive (RU846) siano somministrate in ospedale. Solo in una minoranza di strutture questa procedura può avvenire in day hospital, che comporta comunque un minimo di tre visite.

Secondo l’ultimo dossier ministeriale con i dati del 2017, solo il 18% degli aborti in Italia è avvenuto con metodo farmacologico, il resto sono stati aborti chirurgici. In confronto l’aborto farmacologico rappresenta il 97% delle IVG in Finlandia, il 75% in Svizzera, e il 68% in Francia.

Quali sono i limiti della legislazione italiana in materia di aborto?

L’accesso all’aborto in Italia è già difficoltoso a causa dell’alto tasso di obiezione dei ginecologi. È necessario ricordare che soltanto il 64 per cento di ospedali in Italia ha reparti per la legge 194, con una obiezione di coscienza che supera il 70 per cento di medici, anestesisti e paramedici, è bastato chiudere alcuni reparti per destinarli alla lotta al covid-19 per mandare al collasso un sistema già fragile, mettendo ancora una volta i diritti delle donne in secondo piano.

Neil Datta, segretario del forum parlamentare europeo sui diritti sessuali e riproduttivi ha aggiunto: “È assurdo che alle donne in Italia venga negato l’accesso all’aborto farmacologico solo perché ci si attiene ancora a regole burocratiche obsolete“.