Afrin: gravi violazioni dei diritti umani da parte dell'esercito turco e dei gruppi locali alleati - Amnesty International Italia

Afrin: gravi violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito turco e dei gruppi locali alleati

2 agosto 2018

Tempo di lettura stimato: 16'

Afrin, Siria: Amnesty International denuncia gravi violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito turco e dei gruppi locali alleati

Al termine di un’approfondita indagine, Amnesty International ha accusato le forze della Turchia di aver permesso ai gruppi locali alleati di commettere gravi violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione civile di Afrin, nella Siria settentrionale, occupata da gennaio dall’esercito turco.

Le violazioni da parte dei gruppi locali, equipaggiati e armati dalla Turchia, comprendono arresti arbitrari, sparizioni forzate, confische e saccheggi di proprietà private. Non solo l’esercito turco ha chiuso un occhio ma ha anche preso parte attiva all’occupazione di istituti scolastici, impedendo l’istruzione a migliaia di bambini.

L’offensiva militare e l’occupazione hanno acuito la sofferenza degli abitanti di Afrin, che già da anni pagavano le conseguenze di un sanguinoso conflitto. Abbiamo ascoltato racconti strazianti di persone arrestate, torturate o fatte sparire dai gruppi armati filo-turchi, che continuano a devastare la vita della popolazione civile senza essere fermati dalle forze turche”, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.

La Turchia, in quanto potenza occupante, è responsabile del benessere della popolazione di Afrin e del mantenimento della legge e dell’ordine, cosa in cui finora le sue forze armate hanno abbondantemente fallito. Le autorità di Ankara non possono abdicare alle loro responsabilità facendo fare il lavoro sporco ai gruppi armati locali”, ha proseguito Maalouf.

Nel gennaio 2018 la Turchia e i gruppi armati siriani suoi alleati hanno lanciato un’offensiva militare contro le Unità di difesa del popolo (Ypg), la forza militare dell’Amministrazione autonoma curda diretta dal Partito dell’unione democratica (Pyd). Dopo tre mesi, l’esercito turco e i suoi alleati locali hanno preso il controllo di Afrin e delle zone circostanti, costringendo migliaia di persone a fuggire e a cercare riparo nella zona di al-Shahba, dove tuttora vivono in condizioni estreme.

Secondo numerosi residenti locali, l’esercito turco è assai presente nel centro di Afrin e in diversi villaggi adiacenti. Il 1° luglio il ministro degli Affari esteri di Ankara ha dichiarato che le forze armate turche resteranno ad Afrin per continuare a lavorare allo sviluppo della zona.

Tra maggio e luglio Amnesty International ha intervistato 32 persone, alcune ancora residenti ad Afrin e altre fuggite all’estero o in altre zone della Siria. Gli intervistati hanno indicato nei gruppi armati filo-turchi Ferqa 55, Jabha al-Shamiye, Faylaq al-Sham, Sultan MouradAhrar al-Sharqiye i responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

Il 16 luglio Amnesty International ha trasmesso al governo turco una sintesi delle sue conclusioni preliminari, chiedendo una risposta. Il 25 luglio questa è arrivata ma si è limitata a mettere in dubbio l’imparzialità dell’uso di espressioni quali “regione di al-Shahba” e “Amministrazione autonoma”.

Detenzioni arbitrarie e sparizioni forzate da parte dei gruppi armati filo-turchi

Numerosi residenti di Afrin e profughi interni hanno riferito ad Amnesty International di rapimenti di civili, ad opera dei gruppi armati filo-turchi, a scopo di riscatto o di punizione per aver preteso la restituzione delle loro proprietà o per l’insussistente accusa di far parte delle Ypg o del Pyd. Fonti locali hanno parlato di almeno 86 casi di detenzioni arbitrarie, torture ed esecuzioni extragiudiziali.

Una sfollata di Afrin ha raccontato ad Amnesty International che suo zio è stato rapito da un gruppo armato filo-turco, dopo aver fatto rientro al suo villaggio: “Non sappiamo dove si trovi. Era il capo del ‘Komine’ [comitato locale]. Non è affiliato alle Ypg né al Pyd. Era tornato ad Afrin perché temeva che altrimenti gli avrebbero preso la casa. Ha chiesto a uno dei gruppi armati di accompagnarlo a vedere come stava l’abitazione. So che l’hanno fatto ma da allora non è più tornato. Continuano a non dire alla moglie dove l’hanno portato”.

Due ex detenuti hanno raccontato di essere stati arrestati dal gruppo Sultan Mourad con l’accusa di far parte delle Ypg. Nella prigione di Azad hanno visto giornalisti, ingegneri, insegnanti, attivisti, ex funzionari del Pyd e combattenti delle Ypg. Uno dei due ha raccontato: “Mi hanno tenuto per due mesi dalle parti di Afrin, in vari centri di detenzione, interrogato da membri di due gruppi armati e da soldati turchi, sempre sulle mie attività sui social media. Dicevano che ero affiliato alle Ypg dato che postavo contenuti sulle violazioni dei diritti umani compiute dai militari turchi. Mi hanno portato alla prigione al-Ra’i gestita dal gruppo Sultan Mourad. Non mi hanno torturato ma ho visto davanti a me membri del gruppo armato picchiare detenuti per puro divertimento. Di notte si sentivano le urla dei detenuti. Mi hanno rilasciato senza mai passare davanti a un giudice. Pensavo che non ne sarei mai uscito vivo…”.

Confische di proprietà private da parte dei gruppi armati filo-turchi

Da quando, nel marzo 2018, la Turchia e i gruppi armati alleati hanno assunto il controllo di Afrin, centinaia di persone hanno dovuto fare ritorno in città a piedi lungo un percorso di montagna, dato che le Ypg hanno bloccato le principali strade dirette in città per impedire agli sfollati di farvi rientro.

Molti di coloro che sono comunque riusciti a rientrare hanno trovato le loro proprietà confiscate o rubate dai gruppi armati filo-turchi.

Dieci persone hanno riferito ad Amnesty International che i gruppi armati pro-turchi hanno confiscato case e negozi. Agli sfollati è giunta la notizia che le loro abitazioni erano state requisite per farne basi militari od occupate da famiglie di sfollati da altre zone della Siria, come la Ghouta orientale od Homs.
Un insegnante sfollato in un campo della regione di al Shahba ha detto che la sua abitazione a Jenderes è stata confiscata dal gruppo Faylaq al-Sham: “Un mio vicino di casa mi ha mandato una foto. Si vede chiaramente il nome Faylaq al-Sham scritto sulla porta d’ingresso”.

Amnesty International ha anche incontrato tre profughi cui i gruppi armati filo-turchi hanno requisito i loro negozi. Un uomo e suo figlio, che ad Afrin possedevano tre negozi, hanno raccontato che il gruppo Ferqa 55 gli ha confiscato l’abitazione e che uno dei negozi è stato convertito in una macelleria che ora è gestita da una famiglia profuga dalla Ghouta Orientale. Il proprietario di un supermercato in un villaggio nei pressi di Afrin ha appreso che il locale è stato prima saccheggiato e poi affidato a un’altra famiglia della Ghouta orientale.
Non ce l’ho con quelli di Ghouta. Sono sfollati come noi e forse anche in una situazione peggiore della nostra”, ha dichiarato una donna di Afrin.

Saccheggi di abitazioni e strutture commerciali da parte dei gruppi armati filo-turchi

Dodici persone hanno dichiarato ad Amnesty International di aver assistito a saccheggi o di esserne state vittime. Molti profughi hanno appreso che le loro abitazioni erano state messe sottosopra ed erano stati portati via oggetti costosi come televisori, computer, lavatrici e frigoriferi.

Nell’aprile 2018 un portavoce del tribunale militare ha affermato in un’intervista che c’erano stati casi di saccheggio durante l’operazione militare, sia da parte di uomini armati che di civili, ma che ora il tribunale aveva iniziato a restituire i beni ai loro proprietari. Ha aggiunto che, in collaborazione con la polizia militare di Azaz e con le forze armate turche, i responsabili dei saccheggi erano stati arrestati e rinviati a processo.
Tuttavia, una persona rientrata ad Afrin un mese dopo ha raccontato ad Amnesty International di aver trovato la casa dei genitori completamente vuota: “Si erano portati via ogni cosa. I vicini hanno visto quelli dell’Esercito libero siriano caricare tutto su dei furgoni. Ma siccome il villaggio è controllato da quattro diversi gruppi armati, non sappiamo quale di loro sia stato il responsabile”.

Un abitante di Afrin che ha chiesto asilo in Germania ha raccontato ad Amnesty International: “Avevo cinque appartamenti e un centro commerciale in città. I miei amici mi hanno fatto sapere che due appartamenti sono stati occupati da famiglie di sfollati. Sono riuscito a trovare il numero di telefono di due di loro, una di Harasta e l’altra della Ghouta orientale. Ho chiesto loro di prendersi cura dell’arredo ma mi hanno detto che quando si sono trasferite lì era stato già tutto saccheggiato. Non ce l’ho con queste famiglie, ma coi gruppi armati”.

Tutte le parti coinvolte nel conflitto – le Ypg, l’esercito turco e i gruppi armati locali filo-turchi – devono favorire il rientro volontario e in condizioni di sicurezza ad Afrin”, ha commentato Maalouf. “Come potenza occupante, la Turchia deve fornire piena riparazione a coloro le cui case sono state confiscate, distrutte o saccheggiate dai suoi soldati o dai gruppi armati. È dovere della Turchia assicurare che gli sfollati possano tornare ad Afrin e ottenere la restituzione delle loro proprietà o almeno un risarcimento”, ha sottolineato Maalouf.

Turchia e gruppi armati responsabili dell’occupazione a scopo militare delle scuole

Dal gennaio 2018 l’accesso all’istruzione è praticamente impossibile ad Afrin. Da marzo, ha funzionato una sola scuola, mentre l’università è stata saccheggiata e distrutta.

Secondo ex insegnanti sfollati nella regione di al-Shahba, le forze turche e i gruppi armati alleati stanno utilizzando la scuola Amir Ghabari come loro quartier generale. Amnesty International ha trovato conferma, attraverso immagini satellitari del 20 aprile, della presenza di numerosi veicoli militari e di una nuova costruzione. Né i primi né la seconda erano presenti prima del 18 marzo, quando l’esercito di Ankara e i gruppi armati filo-turchi hanno preso possesso di Afrin.

Nel giugno 2018, come hanno confermato fonti giornalistiche e abitanti, le forze armate turche e i gruppi armati alleati hanno trasformato la scuola pubblica di Shara in una stazione di polizia, mentre un’altra scuola a Jenderes è stata adibita a ospedale da campo.

Secondo il diritto internazionale umanitario, soprattutto in situazioni di occupazione, le scuole devono beneficiare di una protezione speciale e l’istruzione dei bambini deve proseguire. Sollecitiamo la Turchia a prendere tutte le misure necessarie affinché i bambini possano tornare a scuola e l’università sia rapidamente ricostruita e possa aprire prima possibile”, ha continuato Maalouf.

Violazioni dei diritti umani da parte del governo siriano e delle Ypg

Dopo l’inizio dell’offensiva, a gennaio, a migliaia sono fuggiti nella vicina regione di al-Shahba. Attualmente, almeno 140.000 persone vivono in campi o in case danneggiate senza accesso adeguato a servizi fondamentali, in particolare alle cure mediche. I feriti e i malati cronici devono aspettare un permesso governativo per poter entrare ad Aleppo, il centro più vicino dove poter ricevere cure adeguate.

Il governo siriano inoltre impedisce ogni spostamento dalla regione di al-Shahba verso altre zone della Siria dove le condizioni di vita sono migliori. Per aggirare il divieto, molte persone hanno dovuto pagare somme ingenti ai trafficanti.

Inoltre, le Ypg hanno bloccato le strade dalla regione di al-Shahba verso Afrin, impedendo in questo modo agli sfollati di rientrare nelle loro case. Dalla fine delle operazioni militari, a marzo, centinaia hanno fatto ritorno in città attraverso lunghi e pericolosi percorsi di montagna.

Una donna rientrata ad Afrin ad aprile ha raccontato ad Amnesty International: “Mia zia, che aveva 60 anni e soffriva di diabete e di altre malattie, è morta per disidratazione sulla via verso Afrin. Le Ypg non hanno fatto passare le nostre automobili così siamo stati costretti a camminare a piedi per cinque ore. Lei a metà percorso ha finito l’acqua. Sia figlia è andata a cercare una fonte ma non è tornata in tempo”.

Secondo numerose testimonianze, comprese quelle del personale della Mezzaluna rossa, il governo siriano ha limitato l’evacuazione per motivi di salute dei civili malati o feriti in direzione di Aleppo. Nella regione di al-Shahba ci sono solo un ospedale e due ambulatori che forniscono cure mediche di base e medicinali. Non ci sono medici esperti né attrezzature per effettuare operazioni chirurgiche o curare gli ammalati cronici.
Al momento della conclusione della sua ricerca, ad Amnesty International risultava che circa 300 persone afflitte da malattie croniche o gravemente ferite erano in attesa del permesso del governo di Damasco per recarsi all’ospedale nazionale di Aleppo. Da metà marzo, ne sono stati emessi solo 50.

Il governo siriano e le Ypg stanno aumentando la sofferenza della popolazione sfollata da Afrin, intrappolata nella regione di al-Shahba senza alcuna ragione apparente e privandola dell’accesso adeguato all’istruzione, al cibo e alle cure mediche. Queste persone, soprattutto i malati e i feriti, devono poter andare in condizioni di sicurezza laddove desiderino”, ha spiegato Maalouf.

Chiediamo alla Siria e alle Ypg di rispettare la libertà di movimento dei civili e di favorire il rientro volontario e in condizioni di sicurezza degli sfollati. Le autorità siriane devono velocizzare l’evacuazione per ragioni mediche degli ammalati e dei feriti che non possono ricevere cure mediche adeguate nella regione di al-Shahba”, ha concluso Maalouf.