Ahmed H.: un abbraccio atteso per quattro anni - Amnesty International Italia

Ahmed H.: un abbraccio atteso per quattro anni

14 ottobre 2019

Tempo di lettura stimato: 5'

Un sogno che finalmente è diventato realtà. Le figlie di Ahmed H., un rifugiato siriano arrestato in Ungheria con l’accusa di “complicità in un atto di terrore“, hanno desiderato a lungo di poter riabbracciare il loro amato papà. Per raccontare i loro sogni lo avevano disegnato con le ali e le braccia spalancate, che volava da loro.

Ci sono voluti quattro anni prima che tutto questo potesse accadere veramente. Ahmed è tornato a Cipro e il 14 ottobre ha potuto festeggiare il primo compleanno della figlia maggiore, dopo quattro anni in cui è stato costretto a vivere lontano da lei.

In questi anni non abbiamo mai lasciato Ahmed solo. Abbiamo raccolto firme per lui, fatto pressione su governi e istituzioni, informato e mobilitato migliaia di persone.

La storia di Ahmed

Nell’agosto 2015 Ahmed aveva lasciato Cipro, dove era rifugiato, per dare una mano ai suoi anziani genitori e ad altri sei parenti che, fuggiti dalla Siria, stavano percorrendo la “rotta balcanica“.

Un mese dopo il gruppo, insieme ad altre centinaia di rifugiati, rimase bloccato al confine tra Serbia e Ungheria a causa della chiusura della frontiera decisa dal governo di Budapest.

I rifugiati tentarono di forzare il blocco e la polizia rispose con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua, ferendo decine di persone. Alcuni rifugiati, tra cui Ahmed, lanciarono pietre in direzione dei poliziotti. Ma prima che la situazione degenerasse, Ahmed venne anche ripreso dalle telecamere delle tv mentre, con un megafono, invitava tutti a mantenere la calma.

Arrestato sulla base delle estremamente vaghe leggi anti-terrorismo in vigore in Ungheria, Ahmed era stato condannato a 10 anni di carcere, poi ridotti a sette e infine a cinque con possibilità di rilascio anticipato, avvenuto finalmente all’inizio del 2019.

A seguito di un appello, viene ordinato un nuovo processo in cui Ahmed viene nuovamente condannato a una pena ridotta di cinque anni di carcere, nonostante una palese mancanza di prove a sostegno dell’accusa estremamente grave.

Per più di otto mesi, Ahmed ha languito nel centro di detenzione in attesa che le autorità cipriote decidessero sul suo destino. Durante questo periodo, gli ufficiali ungheresi dell’immigrazione hanno provato a rimandarlo in Siria con la forza, dove avrebbe potuto subire gravi violazioni dei diritti umani.

Finalmente, il 27 settembre, quattro anni dopo aver lasciato sua moglie e le sue due figlie, è arrivata la notizia che tutti stavamo aspettando: Ahmed è stato autorizzato a tornare a casa a Cipro.

È arrivato all’aeroporto di Larnaca nelle prime ore del 28 settembre 2019 dove ha riabbracciato la sua famiglia, giusto in tempo per il decimo compleanno della figlia maggiore.

Anche le Nazioni Unite, il Parlamento europeo e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti esprimono preoccupazione per la deliberata errata applicazione da parte dell’Ungheria delle accuse di terrorismo nel caso di Ahmed.

Il nostro impegno per farlo tornare a casa

In questi anni abbiamo seguito passo dopo passo tutta la vicenda di Ahmed. Siamo stati al fianco dei suoi legali, abbiamo raccolto le prove della sua innocenza e fatto pressione sui governi europei per porre fine alla sua detenzione.

Il nostro appello, consegnato alle autorità ungheresi, è stato firmato da più di 100.000 persone e in tutta Europa abbiamo promosso mobilitazioni, flash mob e sit-in per chiedere la liberazione di Ahmed.

In Italia, nelle scuole amiche dei diritti umani abbiamo portato la storia di Ahmed e della sua famiglia, stimolando i ragazzi a comprendere gli effetti di politiche ciniche e disumane contro i migranti.