Amnesty International conferma: l’esercito di Myanmar piazza mine antipersona lungo il confine con il Bangladesh - Amnesty International Italia

Amnesty International conferma: l’esercito di Myanmar piazza mine antipersona lungo il confine con il Bangladesh

9 settembre 2017

AFP/Getty Images

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Rohingya in fuga, da Amnesty International la conferma: l’esercito di Myanmar piazza mine antipersona lungo il confine con il Bangladesh

Amnesty International è in grado di confermare che l’esercito di Myanmar ha intenzionalmente collocato mine terrestri antipersona, vietate dal diritto internazionale, che nell’ultima settimana hanno ucciso una persona e ne hanno ferite altre tre, tra cui due minorenni di 10 e 13 anni.

Dopo aver raccolto testimonianze oculari e aver chiesto un parere ai suoi esperti in materia di armi, Amnesty International ha concluso che in una striscia di terra di frontiera del nord-ovest dello stato di Rakhine l’esercito di Myanmar ha collocato mine terrestri antipersona. Secondo le Nazioni Unite, nelle ultime due settimane, le operazioni militari hanno costretto alla fuga 270.000 rohingya.

Abbiamo raggiunto un nuovo picco nell’orribile situazione in atto nello stato di Rakhine. Il ricorso spietato ad armi indiscriminate e mortali lungo percorsi di confine estremamente affollati sta mettendo in grave rischio la vita dei civili in fuga“, ha dichiarato Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per le risposte alle crisi, che si trova attualmente nei pressi del confine tra Bangladesh e Myanmar.

L’esercito di Myanmar è uno dei pochi al mondo, insieme a quelli della Corea del Nord e della Siria, a usare ancora mine terrestri antipersona. Le sue autorità devono porre immediatamente fine al loro uso contro persone già in fuga dalla persecuzione“, ha aggiunto Hassan.

Alcune delle mine sono state trovate nei pressi di Taung Pyo Let Wal (località anche nota col nome di Tumbro), al confine tra lo stato di Rakhine e il Bangladesh, dove passano sia coloro che entrano in Bangladesh sia quelli che tornano indietro a prendere cibo o altro e a dare una mano a chi è rimasto indietro.

Il 3 settembre una donna cinquantenne che era rientrata dal Bangladesh a Taung Pyo Let Wal è saltata su una mina durante il percorso opposto. Ha perso una gamba dal ginocchio in giù ed è attualmente curata in un ospedale del Bangladesh.

Mia suocera era tornata dal campo al villaggio per fare scorta d’acqua. Pochi minuti dopo ho sentito una grande esplosione. Poi ho saputo che qualcuno era saltato su una mina. Solo dopo ho capito che si trattava di lei“, ha raccontato Kalma, 20 anni.

Diversi testimoni hanno riferito di aver visto soldati e guardie di frontiera di Myanmar collocare gli ordigni nei pressi del confine col Bangladesh.

Amnesty International ha verificato l’autenticità di immagini scattate coi telefoni cellulari che mostrano le gambe della donna immediatamente dopo l’esplosione. Gli esperti hanno confermato che si è trattato di un ordigno esplosivo potente, posizionato sul terreno e rivolto verso l’alto, ovvero una mina terrestre antipersona.

Altri abitanti dei villaggi hanno mostrato foto di un’altra mina collocata poco distante dalla zona dell’esplosione e anche in questo caso Amnesty International ha potuto verificare la genuinità delle immagini.

Altre quattro possibili mine sono esplose nei pressi di un trafficato incrocio in una zona più interna ma sempre nella zona di confine. Secondo testimoni oculari, due minorenni di 10 e 13 anni sono rimasti feriti e un uomo è morto.

Un rohingya che si sta nascondendo nella zona dell’incrocio ha raccontato di aver trovato – insieme ad altri – almeno sei mine antipersona e di averne sotterrate due per proteggere gli abitanti dei villaggi.

Almeno uno degli ordigni usati dovrebbe essere una mina terrestre antipersona PMN-1, realizzata in modo da procurare danni in modo indiscriminato.

In un rapporto del giugno di quest’anno Amnesty International aveva documentato l’uso delle mine antipersona o di ordigni improvvisati da parte sia dell’esercito di Myanmar che dei gruppi armati attivi negli stati di Kachin e Shan, che avevano causato morti e feriti.

Il sostegno militare internazionale

L’esercito di Myanmar riceve addestramento dall’Australia mentre Russia e Israele sono tra i paesi che gli forniscono armi. Sebbene l’Unione europea mantenga in vigore un embargo sui trasferimenti di armi, alcuni suoi stati membri si sono proposti per fornire sostegno di diversa natura, ad esempio attraverso l’addestramento militare.

Gli Usa stanno a loro volta valutando se ampliare la cooperazione militare con Myanmar, attraverso addestramento e corsi di formazione.

I governi che continuano a fornire addestramento o a vendere armi all’esercito di Myanmar stanno rafforzando un soggetto che sta portando avanti operazioni militari di feroce violenza  contro i rohingya, tali da costituire crimini contro l’umanità. Devono fermarsi immediatamente, così come i governi che stanno pensando di farlo in futuro“, ha ammonito Hassan.

Nei giorni scorsi il portavoce della consigliera di stato Aung San Suu Kyi aveva smentito le notizie secondo cui l’esercito di Myanmar aveva fatto ricorso alle mine terrestri antipersona: “E chi può dire con sicurezza che quelle mine non sono state piazzate dai terroristi?“.

Successivamente, il ministro degli Esteri del Bangladesh Shahidul Haque aveva confermato all’agenzia Reuters di aver protestato formalmente nei confronti di Myanmar per aver collocato mine terrestri lungo la frontiera comune tra i due paesi.

Le autorità di Myanmar devono smettere di negare a tutto tondo cosa sta accadendo. Tutte le prove a disposizione portano alla conclusione che le forze di sicurezza stanno collocando lungo la frontiera mine terrestri antipersona che non solo sono illegali ma che hanno già provocato danni ai civili“, ha ribadito Hassan.

Ciò che si sta rivelando di fronte ai nostri occhi può essere descritto come pulizia etnica: i rohingya sono presi di mira per la loro etnia e religione. Detto in termini giuridici, si tratta di crimini contro l’umanità tra cui omicidio e deportazione o trasferimento forzato di popolazione“, ha sottolineato Hassan.

Il governo di Myannar deve porre immediatamente fine alla campagna di terribili violazioni contro i rohingya e deve permettere agli organismi umanitari, compresi i team di sminatori, di entrare e operare nello stato di Rakhine senza impedimenti né ostacoli“, ha concluso Hassan.

FINE DEL COMUNICATO

Roma, 9 settembre 2017

Per maggiori informazioni sulla situazione in Myanmar e firmare l’appello in favore dei rohingya:

https://www.amnesty.it/myanmar-rischio-la-vita-decine-migliaia-rohingya/

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