Amnesty international revoca il premio “ambasciatore della coscienza” ad Aung San Suu Kyi

12 Novembre 2018

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Amnesty International ha annunciato oggi di aver revocato la sua più alta onorificenza, il premio “Ambasciatore della coscienza”, conferito nel 2009 ad Aung San Suu Kyi. La decisione è stata presa alla luce del vergognoso tradimento della leader birmana dei valori per i quali una volta si era battuta.

L’11 novembre Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International, ha scritto ad Aung San Suu Kyi informandola della decisione. Naidoo ha espresso il disappunto dell’organizzazione per il fatto che, a metà del suo mandato e otto anni dopo la fine degli arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi non abbia usato la sua autorità politica e morale per salvaguardare i diritti umani, la giustizia e l’uguaglianza in Myanmar. Naidoo ha fatto poi riferimento alla palese indifferenza della leader birmana di fronte alle atrocità commesse dall’esercito e alla crescente intolleranza rispetto alla libertà di espressione.

“Come ‘Ambasciatrice della coscienza’, ci aspettavamo da Lei che continuasse a usare la sua autorità morale per prendere posizione contro le ingiustizie ovunque le scorgesse, a iniziare dal Suo paese. Oggi, proviamo profondo sconcerto per il fatto che Lei non rappresenti più un simbolo di coraggio, di speranza e di imperitura difesa dei diritti umani. Amnesty International non può più valutare il Suo comportamento come coerente al riconoscimento assegnatole ed è pertanto con grande tristezza che ci accingiamo a revocarlo”, ha scritto Naidoo ad Aung San Suu Kyi.

Il perpetuarsi delle violazioni dei diritti umani

Da quando, nell’aprile 2016, Aung San Suu Kyi è diventata leader di fatto del governo a guida civile, la sua amministrazione è stata parte attiva nella commissione e nel perpetuarsi di molteplici violazioni dei diritti umani.

Amnesty International ha ripetutamente criticato Aung San Suu Kyi e il suo governo per non aver preso la parola nei confronti delle atrocità commesse dai militari contro la popolazione rohingya dello stato di Rakhine, nel nord di Myanmar, che vive da anni sotto un sistema di segregazione e discriminazione equivalente all’apartheid.

Durante la campagna di violenza dello scorso anno contro i rohingya, le forze di sicurezza di Myanmar hanno ucciso migliaia di persone, stuprato donne e bambine, arrestato e torturato uomini e bambini e incendiato migliaia di case e di villaggi. Oltre 720.000 rohingya sono fuggiti in Bangladesh. Un rapporto delle Nazioni Unite ha chiesto che alti ufficiali dell’esercito siano indagati e processati per il crimine di genocidio.

Sebbene il governo civile non eserciti controllo sui militari, Aung San Suu Kyi e la sua amministrazione hanno protetto le forze di sicurezza giudicando false, ridimensionando o negando le denunce sulle violazioni dei diritti umani e ostacolando le indagini internazionali. L’amministrazione guidata da Aung San Suu Kyi ha attivamente rinfocolato l’ostilità verso i rohingya, definendoli “terroristi”, accusandoli di aver bruciato essi stessi le loro case e parlando di “falsi stupri”. Contemporaneamente, la stampa governativa pubblicava articoli violenti e disumanizzanti definendo i rohingya come “pulci umane da detestare” e un “tormento” di cui liberarsi.

“Che Aung San Suu Kyi non abbia difeso i rohingya è uno dei motivi per cui non possiamo giustificare oltre il suo status di ‘Ambasciatrice della coscienza’”, ha sottolineato Naidoo.

“Il suo diniego della gravità e dell’ampiezza delle atrocità commesse contro i rohingya significa che vi sono scarse prospettive che la situazione migliori per le centinaia di migliaia di loro che si trovano in una dimensione di limbo in Bangladesh e per le centinaia di migliaia di loro che sono rimaste nello stato di Rakhine. Se non riconoscono i crimini orrendi commessi contro i rohingya, è difficile immaginare come il governo possa prendere misure per proteggerli da future atrocità”, ha commentato Naidoo.

Nei suoi rapporti Amnesty International ha documentato anche la situazione negli stati di Kachin e Shan. Pure in questo caso, Aung San Suu Kyi non ha usato la sua influenza e la sua autorità morale per condannare le violenze dell’esercito, per promuovere indagini sui crimini di guerra o per difendere i civili appartenenti alle minoranze etniche su cui ricade il peso dei conflitti. Per rendere ancora peggiori le cose, il governo civile ha imposto forti limitazioni all’accesso umanitario, aumentando la sofferenza di oltre 100.000 sfollati.

Attacchi alla libertà d’espressione

Nonostante il potere sia saldamente nelle mani dell’esercito, vi sono ambiti nei quali il governo civile ha un’ampia autorità per adottare riforme destinate a migliorare la situazione dei diritti umani, specialmente nel campo della libertà d’espressione, di associazione e di manifestazione pacifica. Tuttavia, nei due anni trascorsi da quando l’amministrazione civile è salita al potere, difensori dei diritti umani, attivisti pacifici e giornalisti sono stati arrestati e imprigionati mentre altri affrontano minacce, vessazioni e intimidazioni per il loro lavoro.

Le leggi repressive – comprese alcune di quelle usate per arrestare Aung San Suu Kyi e altri sostenitori della democrazia e dei diritti umani – non sono state affatto abolite. Non solo: Aung San Suu Kyi ha attivamente difeso l’uso di quelle leggi, come nel caso della loro applicazione per condannare due giornalisti della Reuters che avevano documentato un massacro commesso dai militari.

Aung San Suu Kyi era stata nominata “Ambasciatrice della coscienza” nel 2009, come riconoscimento della sua lotta pacifica e non violenta per la democrazia e i diritti umani. Oggi ricorrono esattamente otto anni dal giorno in cui venne rilasciata dagli arresti domiciliari.

Quando nel 2013 fu finalmente in grado di ritirare il premio, Aung San Suu Kyi chiese ad Amnesty International di “non distogliere lo sguardo e i pensieri da noi” e di “aiutarci a essere un paese dove si fondano la speranza e la storia”.

“Quel giorno Amnesty International prese quelle richieste molto sul serio ed è anche per questo che non cesseremo mai di porre l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani in Myanmar. Continueremo a combattere per la giustizia e per i diritti umani in Myanmar, con o senza il sostegno di Aung San Suu Kyi”, ha concluso Naidoo.

FINE DEL COMUNICATO                                                                         

Roma, 12 novembre 2018

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