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Tra il 1° gennaio e il 22 giugno 2026, l’Arabia Saudita ha eseguito 96 condanne di morte, di cui 61 per reati legati alla droga. Tra le persone messe a morte per questi reati, 39 erano cittadine e cittadini stranieri provenienti da Etiopia (7), Pakistan (7), Sudan (5), Giordania (4) e Siria (3), oltre che da altri paesi. Ventidue erano cittadini sauditi. L’ultima esecuzione è avvenuta il 18 giugno.
Dana Ahmed, ricercatrice di Amnesty International per il Medio Oriente, ha dichiarato oggi:
“Siamo a metà dell’anno e l’Arabia Saudita ha già messo a morte quasi 100 persone: un tragico traguardo che mette in luce il ricorso spietato e illegale delle autorità alla pena di morte. Delle 96 persone già messe a morte nel 2026, ben 61 lo sono state per reati legati alla droga; 39 erano cittadine e cittadini stranieri e 22 cittadini sauditi”.
“In un momento in cui governi e istituzioni internazionali riconoscono sempre più la necessità di promuovere risposte ai problemi legati alla droga fondate sulle prove e rispettose dei diritti umani, l’Arabia Saudita continua a mettere a morte persone per reati che, secondo il diritto e gli standard internazionali, non dovrebbero mai essere puniti con la pena di morte. Anziché riflettere sul costo umano delle proprie politiche fortemente punitive, le autorità saudite continuano a eseguire condanne di morte a un ritmo allarmante, anche per reati legati alla droga”.
“Le persone straniere hanno pagato il prezzo più alto dell’implacabile ricorso dell’Arabia Saudita alla pena di morte per reati legati alla droga, spesso al termine di processi gravemente iniqui. È estremamente preoccupante che almeno 63 cittadini etiopi detenuti in un unico reparto del centro di detenzione di Khamis Mushait, nel sud-ovest dell’Arabia Saudita, possano essere a rischio imminente di esecuzione esclusivamente per reati legati alla droga. I timori per la loro sicurezza sono aumentati dopo che, all’inizio dell’anno, sette cittadini etiopi sono stati messi a morte, tutti con l’accusa di aver ‘trafficato hashish’”.
“L’ondata di esecuzioni in Arabia Saudita riflette una pericolosa tendenza globale, in cui politiche antidroga di carattere punitivo alimentano sempre più il ricorso alla pena di morte. La comunità internazionale deve condannare senza ambiguità queste esecuzioni illegali e l’Arabia Saudita deve introdurre immediatamente una moratoria sulla pena di morte, quale primo passo fondamentale verso la sua abolizione”.
L’Arabia Saudita continua a essere uno dei paesi che ricorrono maggiormente alla pena di morte nel mondo. Amnesty International ha registrato almeno 356 esecuzioni nel solo 2025, un numero quasi triplo rispetto al totale registrato nel 2024 (122).
Tra gennaio 2014 e giugno 2026, le autorità hanno messo a morte 2084 persone. Le persone straniere sono state colpite in modo sproporzionato: hanno rappresentato il 75 per cento delle esecuzioni per reati legati alla droga nel 2024 e il 78 per cento nel 2025.
Amnesty International si oppone incondizionatamente alla pena di morte in ogni circostanza e per qualsiasi reato, senza alcuna eccezione. L’organizzazione considera la pena capitale una violazione del diritto alla vita, una punizione crudele, inumana e degradante, e un’azione irrevocabile che rischia di colpire anche persone innocenti.