Assemblea generale degli azionisti di Eni - Amnesty International Italia

Assemblea generale degli azionisti di Eni

12 maggio 2015

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Questa mattina Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia, ha portato all’attenzione del Consiglio d’Amministrazione di Eni e degli azionisti presenti alcune preoccupazioni relative alle informazioni contenute nella Relazione Finanziaria annuale della compagnia. Erano presenti anche le Ong partner dell’organizzazione in Italia, Fondazione culturale responsabilità etica, Re:Common e Global Witness.

Nel documento, Eni dichiara che ‘nel 2014 i volumi (totali) sversati a seguito di oil spill operativi registrano un calo del 46%, mentre sono in aumento quelli da atti di sabotaggio ( 20,3%). I volumi sversati sono concentrati complessivamente in Nigeria, a seguito della situazione di sicurezza e forza maggiore registrata nell’anno‘.

A questo proposito, Gianni Rufini ha ricordato le centinaia di fuoriuscite di greggio che si sono succedute nel corso del 2013 e del 2014, provocate da guasti agli impianti petroliferi delle compagnie presenti nel delta del Niger e da azioni di sabotaggio e furti.

Le compagnie petrolifere, tra cui la stessa Eni, continuano a ricondurre a quest’ultima fattispecie la stragrande maggioranza delle fuoriuscite di petrolio, a dispetto delle sempre maggiori prove delle condizioni di cattiva manutenzione in cui versano gli ormai vecchi oleodotti e delle gravi lacune nei processi d’indagine sulle fuoriuscite, gestiti direttamente dalle compagnie petrolifere‘- ha dichiarato Rufini.

Il direttore generale di Amnesty International Italia ha inoltre sottolineato che ‘benché Eni abbia un ruolo minore rispetto alla Shell nelle attività di estrazione e produzione in Nigeria, la compagnia ha riportato un dato preoccupante: ben 349 fuoriuscite di petrolio nel 2014‘.

Quest’anno, inoltre, per i primi tre mesi Eni ha dichiarato ben 44 fuoriuscite di petrolio nel delta del Niger, equivalenti a oltre 1212 barili di petrolio. Nelle risposte alle domande che Amnesty International Italia aveva sottoposto all’azienda lo scorso anno in vista dell’Assemblea generale, Eni aveva dichiarato di aver razionalizzato i contratti per ‘il monitoraggio delle linee più critiche colpite dal fenomeno’, incrementando il monitoraggio sistematico di queste linee ‘attraverso la vigilanza aerea‘. Amnesty International Italia ha accolto positivamente questi passi per aumentare la sicurezza al fine di evitare incidenti che abbiano un impatto sull’ambiente e sui diritti umani della popolazione locale.

L’organizzazione per i diritti umani ritiene tuttavia che occorra attenzione ancora maggiore anche alla luce del fatto che, delle 44 fuoriuscite sopra menzionate nei primi tre mesi del 2015, oltre la metà hanno riguardato la stessa struttura, e cioè quella di ’18’ Tebidaba/Brass Pipeline’. Ciò solleva domande circa l’adeguatezza del monitoraggio sulla sicurezza dedicato a questa struttura e sullo stato d’integrità e le attività di manutenzione di una struttura che, così come indicato dalla stessa azienda, risale agli anni Settanta.

Anche nel 2014, le comunità locali hanno lamentato ritardi nel blocco delle fuoriuscite e nella bonifica delle aree da parte delle aziende petrolifere. Alcune comunità, nelle cui aree Eni opera, continuano a sollevare preoccupazioni circa i ritardi da parte dell’azienda nel fermare le fuoriuscite e bonificare l’area; in particolare quelle vicine ai villaggi di Ikebiri e Kalaba lamentano, inoltre, le modalità con cui vengono individuate nei report delle joint investigation visit (JIV) le date di inizio delle fuoriuscite. Gianni Rufini ha poi chiesto all’azienda di impegnarsi pubblicamente a sostenere l’attuazione delle raccomandazioni contenute nello studio del 2011 del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) sull’inquinamento causato nella regione dell’Ogoniland del delta del Niger.

Infine, il direttore generale di Amnesty International Italia ha invitato l’azienda a dimostrare concretamente il suo impegno per i diritti umani attraverso la divulgazione di ulteriori dati chiave, sottoponendo agli organi apicali le seguenti richieste:

  • entro quando Eni intende pubblicare sul sito internet Naoc Sustainability tutti i report delle JIV dal 2000 ad oggi, comprensivi di fotografie e in particolare di video; assicurando che questi ultimi garantiscano, ove possibile, verifiche indipendenti sul flusso di petrolio in fuoriuscita al momento delle Jiv;
  • entro quando Eni intende pubblicare la data esatta di costruzione dei suoi oleodotti (non solo la data di inizio delle attività) e le informazioni relative ai controlli e alla manutenzione per gli oleodotti più risalenti;
  • entro quando Eni intende pubblicare tutti i passi intrapresi, o pianificati, per prevenire ulteriori fuoriuscite dall’impianto ’18’ Tebidaba/Brass Pipeline”;
  • entro quando Eni intende migliorare concretamente i controlli di sicurezza alle infrastrutture petrolifere al fine di evitare sabotaggi e furti, nonché impegnarsi ad adottare la tecnologia più avanzata per impedire fuoriuscite nel delta del Niger.

Sempre sul tema della bonifica, Amnesty International Italia ha rinnovato le sue preoccupazioni per la mancata attuazione, da parte del governo della Nigeria e della compagnia petrolifera Shell, delle raccomandazioni formulate in seguito allo studio scientifico del 2011 del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), sull’inquinamento causato nella regione dell’Ogoniland del Delta del Niger. Secondo lo studio, il ripristino ambientale dell’Ogoniland è possibile, ma può richiedere dai 25 ai 30 anni. L’Unep ha stimato che sia necessario un miliardo di dollari per i primi cinque anni di bonifica del territorio.

Crediamo che la bonifica di questo territorio non sia solo una responsabilità della Shell, ma di tutte le compagnie che fanno parte della Joint Venture di cui la Shell Petroleum Development Company è operatore, e dunque anche di Eni‘ – ha affermato Gianni Rufini.

Terminando il suo intervento, Gianni Rufini ha rinnovato la richiesta a Eni di porre al centro delle sue operazioni i diritti umani ricordando, in tal senso, come i Principi guida per le imprese e i diritti umani delle Nazioni Unite, approvati dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel 2011, sollecitino le aziende ad adottare tutte le misure necessarie alla salvaguardia dei diritti umani (due diligence) valutando gli impatti attuali e potenziali sui diritti umani, integrando e tenendo conto nelle proprie attività di tali conclusioni, e comunicando come tale impatto viene  gestito, allo scopo di darvi un seguito effettivo.

Alcune risposte sono state fornite dall’amministratore delegato Claudio de Scalzi all’organizzazione. Alla luce di quanto detto, in particolare circa la natura degli sversamenti che, secondo l’azienda, sarebbero per oltre il 90 per cento causati da sabotaggio a fini di furto, Amnesty International Italia chiederà all’azienda un incontro per approfondire alcuni dei temi trattati.

Ulteriori informazioni

Dal 2009 Amnesty International Italia, titolare di un’azione di Eni, è impegnata in un dialogo con l’azienda sull’impatto delle sue attività sull’ambiente e i diritti umani nel delta del fiume Niger, in Nigeria e interviene all’Assemblea generale degli azionisti di Eni.

FINE DEL COMUNICATO             Roma, 13 maggio 2015

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