Bahrein, leader dell’opposizione condannato all'ergastolo - Amnesty International Italia

Bahrein, leader dell’opposizione condannato all’ergastolo

5 novembre 2018

© al-Wefaq National Islamic Society

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Il 4 novembre 2018 la Corte d’appello del Bahrein ha annullato un precedente verdetto di assoluzione e ha condannato all’ergastolo Sheikh Ali Salman, segretario generale del partito di opposizione al-Wefaq, sciolto nel 2016.

Siamo di fronte a una parodia della giustizia, ulteriore prova della volontà delle autorità del Bahrein di ridurre al silenzio ogni forma di dissenso attraverso il ricorso a procedimenti irregolari. Sheikh Ali Salman è un prigioniero di coscienza, condannato per ragioni politiche. Chiediamo il suo rilascio immediato e incondizionato”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Il silenzio della comunità internazionale sulla costante repressione del dissenso in Bahrein deve cessare. Invece di ignorare le critiche sulla situazione dei diritti umani in questo paese, i suoi principali alleati devono usare la loro influenza per ottenere il rilascio di Sheikh Ali Salman e di tutti i prigionieri di coscienza in Bahrein”, ha aggiunto Morayef.

Nel 2015, al termine di un processo iniquo, Sheikh Ali Salman era stato condannato a quattro anni di carcere per le opinioni espresse nel 2012 e nel 2014, compresa l’Assemblea generale del partito al-Wefaq. In quell’occasione, aveva dichiarato che il partito intendeva conquistare il potere con mezzi pacifici per accogliere le richieste della rivolta del 2011 e chiamare i responsabili delle violazioni dei diritti umani commesse da allora a rispondere del loro operato.

Sheikh Ali Salman aveva anche rivendicato l’uguaglianza di tutti i bahreiniti, compresi i membri della famiglia reale al potere. Il suo arresto era avvenuto pochi giorni dopo la sua quarta elezione come segretario generale del partito al-Wefaq.

Nel 2017 era iniziato un secondo processo, per pretestuose accuse legate all’intercettazione telefonica di conversazioni, risalenti al 2011, con il primo ministro e il ministro degli Affari esteri del Qatar.

Dopo il proscioglimento del 21 giugno 2018, la pubblica accusa aveva fatto ricorso. La Corte d’appello le ha dato ragione.