"Ban the scan": parte dagli Usa la campagna di Amnesty per vietare i pericolosi sistemi di riconoscimento facciale - Amnesty International Italia

“Ban the scan”: parte dagli Usa la campagna di Amnesty per vietare i pericolosi sistemi di riconoscimento facciale

26 Gennaio 2021

Tempo di lettura stimato: 9'

“Ban the scan”: parte dagli Usa la campagna di Amnesty International per vietare i pericolosi sistemi di riconoscimento facciale. “Amplificano il razzismo della polizia”

Amnesty International ha lanciato oggi una campagna globale per vietare l’uso dei sistemi di tecnologia facciale, una forma di sorveglianza di massa che amplifica il razzismo della polizia, viola il diritto alla riservatezza e mette in pericolo i diritti alle libertà di protesta pacifica e di espressione.

La campagna “Ban the Scan” prende il via a New York City ma nel corso del 2021 la richiesta diventerà globale.

La tecnologia in questione esacerba il razzismo sistemico e può avere un impatto sproporzionato sulle persone di colore che sono già sottoposte a discriminazione e a violazione dei loro diritti umani da parte delle forze di polizia. I neri sono coloro che rischiano maggiormente un’identificazione errata.

“Il riconoscimento facciale rischia di essere utilizzato come un’arma nei confronti di comunità marginalizzate in ogni parte del mondo. Da New Delhi a New York, questa invasiva tecnologia ritorce la nostra identità contro di noi e minaccia i nostri diritti umani”, ha dichiarato Matt Mahmoudi, ricercatore su Intelligenza artificiale e diritti umani di Amnesty International.

“Gli abitanti di New York dovrebbero poter svolgere la loro vita quotidiana all’aperto senza essere tracciati dal riconoscimento facciale. Altre grandi città degli Usa hanno già messo al bando questa tecnologia, New York deve fare lo stesso”, ha aggiunto Mahmoudi.

A New York, la campagna per la messa al bando dei sistemi di riconoscimento facciale ha riunito Amnesty International, AI for the People, Surveillance Technology Oversight Project, Immigrant Defence Project, New York Civil Liberties Union, New York City Public Advocate’s Office, Privacy NY Coalition, il senatore Brad Hoylman e Rada Studios.

“L’uso da parte delle forze di polizia della tecnologia di riconoscimento facciale mette in fila come sospetti gli abitanti innocenti di New York e viola il nostro diritto alla riservatezza. Il riconoscimento facciale è onnipresente e privo di regole e dovrebbe essere vietato”, ha dichiarato Mutale Nkonde, fondatrice e direttrice generale di AI for the People.

“Quello del riconoscimento facciale è un sistema guasto, che si nutre di pregiudizi e che è antitetico alla democrazia. Da anni la polizia di New York ricorre al riconoscimento facciale per monitorare decine di migliaia di persone, facendo rischiare ai newyorkesi di colore di essere arrestati per errore e di subire violenza da parte degli agenti. Vietare il riconoscimento facciale non si limiterà solo a proteggere i diritti civili ma sarà una questione di vita o di morte”, ha affermato Albert Fox Cahn, direttore generale del Surevillance Technology Oversight Project presso lo Urban Justie Centre.

La tecnologia di riconoscimento facciale può arrivare a catturare milioni di immagini dai profili social e dalle patenti di guida senza il consenso degli interessati. I software confrontano poi le immagini così catturate con quelle registrate da telecamere a circuito chiuso per rilevare possibili somiglianze.

Mentre altre città statunitensi come Boston, Portland e San Francisco hanno messo al bando l’uso della tecnologia facciale da parte delle forze di polizia, il dipartimento di polizia di New York continua a ricorrervi per intimidire e angariare cittadini che rispettano la legge, come già visto durante le proteste del movimento Black Lives Matter dello scorso anno.

Black Lives Matter

Il 7 agosto 2020 decine di agenti di polizia hanno tentato di fare irruzione nell’appartamento di Derrick “Dwreck” Ingram, cofondatore dell’organizzazione per la giustizia sociale “Warriors in the Garden”, per arrestarlo con l’accusa di aver aggredito un agente gridando a voce alta con un megafono durante una protesta di due mesi prima.

Un agente è stato ripreso all’esterno dell’abitazione di Ingram con un documento in mano intitolato “Rapporto guida della sezione informativa sul riconoscimento facciale”, il che indica che il riconoscimento facciale era stato, con ogni probabilità, usato per decidere l’arresto. Sul documento c’era il volto di Ingram ripreso da una foto pubblicata su Instagram.

Gli agenti non hanno informato correttamente Ingram sui suoi diritti, hanno minacciato di sfondare la porta della sua abitazione, hanno cercato di interrogarlo senza la presenza di un avvocato, hanno usato almeno un elicottero e i droni e si sono posizionati a decine nel cortile, di fronte all’uscita antincendio e in altre posizioni tattiche dentro e nei pressi degli edifici della zona.

Infine, hanno lasciato andare Ingram solo dopo che lui aveva iniziato a tramettere gli eventi in diretta e quando una numerosa folla si era radunata sul posto e i giornalisti avevano iniziato a fare domande.

Nel frattempo, la polizia aveva affisso in tutto il quartiere manifesti con la scritta “Ricercato”, su cui era pubblicata una fotografia di Ingram presa dal suo profilo Instagram senza il suo consenso. Sebbene abbia poi ammesso di essersi basata sulla tecnologia per il riconoscimento facciale, la polizia di New York deve ancora fornire informazioni adeguate su tale uso, nel contesto del caso relativo a Ingram.

“Siamo presi di mira da questa tecnologia a causa dei motivi per cui protestiamo e perché stiamo cercando di decostruire un sistema di cui la polizia è parte integrante”, ha dichiarato Ingram.

L’impatto discriminatorio della tecnologia di riconoscimento facciale va ben oltre l’uso da parte della polizia per prendere di mira manifestanti pacifici. Sempre a New York, i proprietari immobiliari potrebbero usarla per spiare le comunità nere e dalla pelle scura.

Nel 2018-19 la comunità nera e dalla pelle scura delle Atlantic Plaza Towers, nella zona di Ocean Hill-Brownsville di Brooklyn, ha vinto una causa contro l’installazione di telecamere per il riconoscimento facciale in un complesso residenziale di proprietà del Nelson Management Group.

I residenti che per primi avevano protestato contro l’uso del riconoscimento facciale erano stati minacciati dai proprietari che avevano stampato le immagini dei loro volti presi dalle telecamere di sorveglianza e li avevano ammoniti a non andare oltre. Assistiti dagli attivisti Tranae Moran e Fabian Rogers, i residenti hanno continuato le proteste. Dopo l’avvio dell’azione legale contro la violazione della riservatezza e il furto di dati biometrici di chiunque entrasse nel complesso edilizio, e grazie alla pressione degli attivisti, della società civile e della stampa, nel novembre 2019 il Nelson Management Group ha annunciato la decisione di non installare le telecamere per il riconoscimento facciale.

Il lancio della campagna “Ban the Scan” è accompagnato da un sito Internet in cui gli abitanti di New York potranno lasciare commenti sull’uso della tecnologia di riconoscimento facciale da parte della polizia grazie all’Atto sul monitoraggio pubblico delle tecnologie di sorveglianza. Nel corso della campagna, potranno poi presentare richieste basate sull’Atto sulla libertà d’informazione per sapere dove, nelle loro comunità, viene usata tale tecnologia.

Il sito avrà un’alta espansione a maggio, quando gli Amnesty Decoders – una rete mondiale di attivisti digitali – collaboreranno a geo-localizzare strutture per il riconoscimento facciale nella città di New York, in modo che gli abitanti potranno sapere esattamente dove quella tecnologia viene usata. Inoltre, il sito conterrà risorse per aiutare gli abitanti a proteggersi meglio, durante le manifestazioni e dall’uso della tecnologia di riconoscimento facciale.

Amnesty International chiede un divieto assoluto rispetto all’uso, allo sviluppo, alla produzione e alla vendita di tecnologia di riconoscimento facciale a scopo di sorveglianza di massa da parte delle forze di polizia e di altre agenzie governative e sollecita inoltre il divieto di esportare questi sistemi di tecnologia.