Amnesty rivela: bomba made in Usa responsabile uccisione di civili in Yemen a giugno

Amnesty rivela: bomba made in Usa responsabile uccisione di civili in Yemen a giugno

26 settembre 2019

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Amnesty International rivela: bomba made in Usa responsabile dell’uccisione di civili in Yemen a giugno

Amnesty International ha rivelato oggi che una bomba di precisione di produzione statunitense fu usata nel corso di un attacco aereo delle forze saudite-emiratine che, nel giugno 2019, centrò un’abitazione nella provincia yemenita di Ta’iz, uccidendo sei persone tra cui tre bambini.

Quella bomba a guida laser, prodotta dall’azienda Raytheon, è stata l’ennesima conferma della fornitura di armi statunitensi alla coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti impegnata nel conflitto dello Yemen e responsabile di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.

“È incomprensibile e irresponsabile che gli Usa continuino ad alimentare il nastro trasportatore di armi verso il devastante conflitto yemenita”, ha dichiarato Rasha Mohamed, ricercatrice di Amnesty International sullo Yemen.

“Nonostante la quantità di prove che la coalizione a guida saudita-emiratina abbia più volte commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, tra cui possibili crimini di guerra, gli Usa e altri fornitori quali Francia e Regno Unito non battono un ciglio di fronte alla sofferenza e al caos in cui le loro armi stanno affondando la popolazione civile dello Yemen”, ha aggiunto Mohamed.

Amnesty International ha incontrato superstiti e testimoni dell’attacco del 28 giugno, ha analizzato immagini satellitari, fotografie e video.

Gli esperti di armi dell’organizzazione per i diritti umani hanno analizzato le fotografie dei resti dell’ordigno, che i familiari delle vittime avevano estratto dal cratere provocato dalla bomba, e hanno potuto identificare quest’ultima come il modello GBU-12 Paveway II da 500 libbre (circa 226 chilogrammi).

La famiglia al-Kindi distrutta

L’attacco del 28 giugno ha avuto luogo nel villaggio di Warzan, situato nella zona di Khadir. I morti sono stati sei, tra cui una donna di 52 anni e tre bambini di 12, nove e sei anni.

“Non c’erano autopsie da fare, i corpi erano privi di arti, i brandelli di carne di una persona mischiati con quelli dell’altra. Li abbiamo avvolti nelle lenzuola e sepolti immediatamente”, ha raccontato un loro familiare.

“Stavo lavorando nei campi, a tre minuti di distanza a piedi. Ho visto l’aereo avvicinarsi e sganciare la bomba contro quella casa. Mi sono avvicinato, è arrivata la seconda bomba e per l’impatto sono finito a terra”, ha testimoniato un contadino.

Il possibile obiettivo militare più vicino al momento dell’attacco era un centro operativo del gruppo armato huthi a circa un chilometro di distanza che, tuttavia, dopo essere stato ripetutamente colpito della coalizione nel 2016 e nel 2017 non era più funzionante. I testimoni hanno riferito ad Amnesty International che nei paraggi, in quel momento, non c’erano combattenti né altri obiettivi militari.

Il secondo attacco è avvenuto a circa un quarto d’ora di distanza dal primo, come se il pilota volesse accertarsi di aver distrutto l’abitazione degli al-Kindi. Un terzo attacco è seguito cinque giorni dopo, mentre i familiari superstiti stavano ispezionando la zona, fortunatamente senza causare vittime.

Dal marzo 2015 i ricercatori di Amnesty International hanno indagato su decine di attacchi aerei e hanno ripetutamente trovato e identificato resti di munizioni made in Usa.

“Questo attacco mette in evidenza, ancora una volta, la irrimandabile necessità di un embargo complessivo su tutte le armi che potrebbero essere usate dalle parti in conflitto in Yemen”, ha commentato Mohamed.

“Sotto i nostri occhi continuano a verificarsi gravi violazioni ed è più importante che mai che i meccanismi d’indagine, primo tra tutti il Gruppo di alti esperti istituito dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, siano dotati di pieni poteri per continuare a documentare e a riferire queste violazioni”, ha sottolineato Mohamed.

“Gli stati fornitori di armi non possono nascondere la testa sotto la sabbia pretendendo di ignorare i rischi insiti nel trasferimento di armi a soggetti che violano sistematicamente il diritto internazionale umanitario. Gli attacchi intenzionali contro civili od obiettivi civili, quelli sproporzionati o indiscriminati che uccidono o feriscono civili sono crimini di guerra”, ha proseguito Mohamed.

“Fornendo consapevolmente gli strumenti con cui la coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti viola ripetutamente il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto internazionale umanitario, gli Usa, il Regno Unito e la Francia si rendono corresponsabili di queste violazioni”, ha concluso Mohamed.

Ulteriori informazioni

Nel suo recente rapporto, il Gruppo di alti esperti sullo Yemen ha concluso che la ripetuta sequenza di attacchi compiuti dalla coalizione a guida saudita-emiratina solleva “il forte dubbio se le procedure adottate dalla coalizione per determinare gli obiettivi da colpire rispettino i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario”.

Il rapporto elenca una lunga serie di gravi violazioni commesse da ogni parte coinvolta nel conflitto dello Yemen: un conflitto che secondo le Nazioni Unite avrà ucciso entro la fine del 2019 oltre 233.000 yemeniti a causa sia dei combattimenti che della crisi umanitaria. Il Consiglio Onu dei diritti umani dovrebbe rinnovare in questi giorni il mandato del Gruppo di Alti esperti. Amnesty International e altre organizzazioni sollecitano gli stati a esprimersi a favore della risoluzione del Consiglio dei diritti umani, estendendo e rafforzando tale mandato.

Secondo l’Agenzia per la cooperazione in materia di sicurezza del Pentagono, nel 2015 il governo statunitense autorizzò la vendita di 6120 bombe guidate Paveway all’Arabia Saudita. Nel maggio 2019 il presidente Trump ha aggirato il parere contrario del Congresso autorizzando ulteriori vendite di bombe guidate Paveway all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti.

Roma, 26 settembre 2019

Per interviste:

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