Burkina Faso: rapporto sulle uccisioni di manifestanti da parte dell'esercito - Amnesty International Italia

Burkina Faso: rapporto sulle uccisioni di manifestanti da parte dell’esercito

13 gennaio 2015

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In un nuovo, dettagliato rapporto pubblicato oggi, Amnesty International ha chiesto alle autorità transitorie del Burkina Faso di indagare sull’uso della forza eccessiva e della forza letale da parte dell’esercito e della guardia presidenziale contro le manifestazioni in larga parte pacifiche dello scorso autunno, in cui sono morte oltre 10 persone e si sono registrate centinaia di feriti.

Il rapporto si basa su un’approfondita ricostruzione sull’uso della forza eccessiva e spesso letale da parte del Reggimento della sicurezza presidenziale (Rsp), della gendarmeria e dell’esercito nel corso delle proteste scoppiate nella capitale Ouadagoudou e altrove dal 30 ottobre al 2 novembre 2014.

Le prove raccolte lasciano intendere che l’esercito abbia dato scarso, se non nullo preavviso prima di aprire il fuoco sui manifestanti, alcuni dei quali avevano le mani in alto. Molti di essi sono stati colpiti alle spalle mentre cercavano di fuggire. Sulla base della legge del Burkina Faso, in circostanze del genere l’esercito non è autorizzato neanche a intervenire.

Aprire il fuoco senza preavviso su manifestanti pacifici che evidentemente non costituiscono alcuna minaccia rappresenta un uso vergognoso e inaccettabile della forza, che ha causato oltre 10 morti e centinaia di feriti‘ – ha dichiarato Gaëtan Mootoo, ricercatore di Amnesty International sull’Africa occidentale. ‘L’ultimo disperato tentativo di sopprimere le legittime proteste e proteggere il governo dell’ex presidente Blaise Compaoré ha provocato la più violenta repressione dell’esercito burkinabé da decenni a questa parte. I soldati e i loro superiori sospettati di aver preso parte alle uccisioni e ai ferimenti devono essere processati‘ – ha aggiunto Mootoo.

Oltre a essere colpiti da proiettili veri, manifestanti e persone che si limitavano ad assistere alle proteste, bambini inclusi, sono stati picchiati coi manganelli e frustati con corde. Almeno un giornalista è stato aggredito dai soldati.

Durante l’ultima missione di ricerca in Burkina Faso, una delegazione di Amnesty International ha visitato uno dei principali ospedali di Ouagadougou e ha esaminato le cartelle mediche, trovando conferma della morte dei manifestanti e verificando la natura delle ferite riportate, in alcuni casi provocate da proiettili al torace e alle braccia.

Il rapporto di Amnesty International presenta prove credibili che il 30 ottobre e il 2 novembre i soldati, in particolare i membri dell’Rsp, hanno fatto ricorso alla forza eccessiva per bloccare i manifestanti lungo la strada che portava alla Casa presidenziale e alla residenza del fratello del presidente.

Nonostante fosse una marcia pacifica e molte persone procedessero con le mani alzate per far vedere che non avevano armi, i soldati, la gendarmeria e i membri della guardia presidenziale hanno aperto il fuoco. È evidente che non stessero agendo per autodifesa. Non è stato dato alcun preavviso né è stato fatto il tentativo di negoziare coi manifestanti o di disperderli con altri mezzi. Un testimone ha dichiarato ad Amnesty International: ‘Se le forze di sicurezza avessero sparato in aria, ce ne saremmo andati‘. Un altro ha raccontato come il 46enne Tibo Kabré sia stato ucciso dai soldati lungo la strada per il palazzo Kosyam: ‘Avevamo le mani alzate per mostrare che non eravamo armati e abbiamo intonato l’inno nazionale. Alcuni gridavano ‘Via Blaise [Compaoré]‘. All’improvviso, i soldati hanno iniziato a spararci, c’è stata confusione, è iniziato un fuggi-fuggi, davanti a me cadevano i manifestanti colpiti. Tibo Kabré è stato ferito gravemente ed è morto poco essere stato trasportato all’ospedale Yalgado’.

Sempre sulla base delle prove raccolte da Amnesty International, il 30 ottobre tre prigionieri sono stati fucilati dalle guardie penitenziarie della prigione centrale di Ouagadougou e altri due sono morti di soffocamento e disidratazione dopo essere stati chiusi per tre giorni nelle loro celle.

Il governo transitorio ha nominato un comitato ad hoc per esaminare le violazioni dei diritti umani seguite alla ‘rivolta popolare’, tuttavia privo del potere di condurre indagini.

Amnesty International chiede l’istituzione di una commissione d’inchiesta imparziale e dotata di pieni poteri per indagare sugli eventi dello scorso autunno e sulle violazioni dei diritti umani commesse.

‘Nel loro proposito di voltare pagina nella storia del Burkina Faso, le autorità transitorie devono assicurare che le gravi violazioni dei diritti umani commesse nell’autunno 2014 siano indagate in modo indipendente e imparziale e che tutte le persone sospettate di aver ucciso e ferito manifestanti siano chiamate a rispondere del loro operato’ – ha sottolineato Mootoo, che ha anche sollecitato l’adozione di misure per garantire alle vittime e ai loro familiari verità, giustizia e riparazione.

Ulteriori informazioni

Amnesty International ha condotto missioni di ricerca nel Burkina Faso a novembre e dicembre del 2014, constatando che nelle proteste organizzate dal 30 ottobre al 2 novembre sono morte 33 persone, 10 delle quali uccise dall’esercito e dalla guardia presidenziale. Questi dati sono stati confermati da un rapporto indipendente pubblicato nel dicembre 2014 da una coalizione di organizzazioni per i diritti umani del Burkina Faso. Le proteste sono iniziate a seguito del tentativo del presidente Blaise Compaoré di modificare, per la terza volta, l’articolo 37 della Costituzione onde potersi ricandidare alle elezioni del 2015.

Sulla base della legge burkinabé l’esercito, la guardia presidenziale e la gendarmeria non sono autorizzati a intervenire con compiti di ordine pubblico, salvo che in circostanze particolari che Amnesty International non ha rinvenuto nelle proteste contro il presidente Compaoré. L’organizzazione per i diritti umani non ha tuttavia ricevuto una chiara risposta se l’esercito abbia avuto o meno avuto l’ordine di dispiegamento. Secondo le autorità, non vi è traccia di un ordine del genere.