Caso Shell in Nigeria: 10,9 miliardi di dollari di costi e inquinamento

29 Luglio 2026

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Shell deve rispondere di decenni di inquinamento nel delta del Niger. Documenti interni dell’azienda rivelano infatti violazioni delle procedure, infrastrutture inadeguate e costi di bonifica e dismissione mai affrontati, con il rischio che siano le comunità colpite a pagarne il prezzo. È quanto denuncia un nuovo rapporto pubblicato oggi da una coalizione di organizzazioni per i diritti umani e per la giustizia ambientale, tra cui Amnesty International.

Il rapporto, intitolato “Nigeria: cosa c’è davvero sotto”, analizza email interne, audit, presentazioni e valutazioni riservate di Shell, rese pubbliche nell’ambito di un procedimento giudiziario nel Regno Unito. I documenti delineano uno scandalo in materia di diritti umani di portata ancora più ampia di quanto finora emerso. Sebbene Shell abbia sempre sostenuto che le proprie attività rispettassero gli standard internazionali, i documenti mostrano che al suo interno erano evidenti gravi criticità: preoccupazioni espresse dall’esercito nigeriano su una presunta complicità nei furti di petrolio, sospetti di collusione tra dipendenti e appaltatori, deroghe agli standard di sicurezza, mancata gestione dei rischi legati all’integrità degli oleodotti, dati mancanti sui pozzi, sistemi inadeguati di rilevamento delle perdite e procedure carenti di monitoraggio delle fuoriuscite di petrolio.

Shell era consapevole dei rischi derivanti dall’invecchiamento delle proprie infrastrutture e dalle continue perdite di petrolio, compreso un vecchio oleodotto che nei documenti interni veniva definito “un colabrodo”. Eppure, ha continuato a farvi transitare greggio. Successivamente ha deciso di cedere le proprie attività sulla terraferma invece di far fronte gli enormi costi necessari per la bonifica e la dismissione degli impianti, stimati internamente in 10,9 miliardi di dollari statunitensi. Un’altra presentazione interna indicava inoltre che l’inquinamento aveva compromesso 375 chilometri quadrati di foresta di mangrovie.

Il 3 luglio 2026 Amnesty International ha scritto a Shell per condividere le conclusioni tratte dall’analisi dei documenti resi pubblici. Nella risposta al rapporto, Shell ha dichiarato:

“La descrizione e la rappresentazione di Shell contenute nella vostra lettera non corrispondono alla realtà che conosciamo. Shell opera ispirandosi ai principi di onestà, integrità e rispetto delle persone ed è impegnata a condurre le proprie attività in modo etico e trasparente”.

Secondo l’azienda, le conclusioni del rapporto non riflettono il “contesto operativo particolarmente complesso del delta del Niger in quel periodo”. La risposta integrale di Shell è riportata nel rapporto.

“Per anni Shell ha attribuito l’inquinamento nel delta del Niger ai furti di petrolio e agli atti di sabotaggio. Ma questi documenti smontano decenni di smentite e sollevano interrogativi gravissimi su ciò che l’azienda sapeva, su ciò che ha deliberatamente consentito che continuasse e sul tentativo di sottrarsi ai costi della propria eredità di inquinamento”, ha dichiarato Isa Sanusi, direttore di Amnesty International Nigeria.

“Lo scandalo non è rappresentato soltanto dal cosiddetto bunkeraggio illegale o dal furto di petrolio. Il vero scandalo è che Shell ha anteposto il profitto ai diritti delle persone. L’azienda ha accettato che in Nigeria si verificassero danni ambientali che non sarebbero mai stati tollerati altrove e oggi sono proprio i suoi documenti interni a mettere in discussione anni di smentite pubbliche”, ha aggiunto Sanusi.

Il rapporto è stato pubblicato da Amnesty International insieme a The Corner House, Hawkmoth, HEDA Resource Centre, Kebetkache Women Development & Resource Centre, Miideekor Environmental Development Initiative, Recommon e Social Action. Per le comunità colpite, le conclusioni del rapporto confermano ciò che denunciano da decenni: l’inquinamento causato dalle attività petrolifere ha compromesso le risorse idriche, i terreni agricoli, la pesca, la salute e i mezzi di sostentamento, mentre le compagnie hanno continuato a realizzare profitti negando le proprie responsabilità.

“Non si può permettere a Shell di prendere il petrolio, incassare i profitti e lasciare alle comunità l’eredità dell’inquinamento. Le comunità del delta del Niger hanno diritto alla verità, alla giustizia, alla bonifica delle aree contaminate e a un pieno risarcimento dei danni subiti”, ha dichiarato Olanrewaju Suraju, presidente di HEDA Resource Centre, organizzazione non governativa nigeriana impegnata nella promozione della buona governance e della giustizia ambientale.

Furti di petrolio, violazioni delle procedure e degrado delle infrastrutture

I documenti mostrano che, mentre Shell attribuiva pubblicamente i furti di petrolio ai gruppi criminali, i suoi dirigenti consentivano che gli allacci illegali agli oleodotti rimanessero in funzione perché la loro rimozione avrebbe richiesto “un considerevole fermo dell’impianto”, ossia la sospensione temporanea del flusso di greggio e delle relative attività redditizie. In un’email del 2013 un alto dirigente di Shell scriveva che questa situazione aveva spinto le forze di sicurezza nigeriane incaricate della protezione degli oleodotti ad accusare l’azienda di essere “complice” dei furti di petrolio “perché non rimuoviamo i punti di prelievo illegale (bunkering points)”. Nello stesso anno, una presentazione interna di Shell, riferendosi alle conseguenze di questi allacci abusivi, poneva una domanda esplicita: “Possiamo davvero continuare a produrre, sapendo che si verificheranno ulteriori danni ambientali?”.

Il rapporto rivela inoltre che Shell aveva concesso alla propria controllata nigeriana, Shell Petroleum Development Company (SPDC), deroghe ad alcuni elementi fondamentali dei propri standard globali in materia di salute e sicurezza, consentendo così di continuare a trasportare petrolio attraverso oleodotti manomessi anche quando, secondo gli stessi criteri di sicurezza dell’azienda, non avrebbero dovuto essere utilizzati. Un approccio che, secondo quanto emerge dai documenti, uno dei dirigenti di Shell riconosceva implicitamente come inaccettabile in altri contesti. I documenti interni mostrano inoltre che i vertici aziendali sospettavano un possibile coinvolgimento di dipendenti e appaltatori nei furti di petrolio. In una delle email si legge infatti: “Dobbiamo partire dal presupposto che chi effettua il bunkeraggio abbia un buon accesso ai dati di pianificazione della SPDC”.

Gli audit interni hanno inoltre evidenziato gravi carenze nella gestione degli oleodotti da parte di Shell, tra cui un consistente arretrato nelle attività di manutenzione, sistemi di controllo inadeguati e una gestione insufficiente delle registrazioni relative ai collari di riparazione (pipeline clamps), installati inizialmente come interventi temporanei ma di fatto lasciati permanentemente su oleodotti soggetti a perdite. Nei registri risultavano oltre 1600 collari di riparazione, compresi numerosi dispositivi più datati dei quali non era più nota neppure l’ubicazione.

Una valutazione tecnica del 2012 rilevava inoltre che le condotte di trasporto della SPDC avrebbero dovuto essere sostituite ogni 15 anni, ma che questa procedura «non veniva rispettata» e che la manutenzione consisteva quasi esclusivamente in interventi effettuati dopo il verificarsi di guasti.

Pozzi “scomparsi”, monitoraggio insufficiente e controlli inadeguati

In un rapporto interno del 2014 destinato all’allora amministratore delegato di Shell si affermava che “centinaia” di pozzi di terra della SPDC risultavano assenti dal sistema elettronico di tracciamento oppure che non era possibile verificarne lo stato. Successivamente Shell avviò una campagna interna per rintracciare questi pozzi, individuando 750 interventi di manutenzione in ritardo che contribuirono a una valutazione di audit giudicata “insoddisfacente”. Un altro rapporto, del 2013, rilevava inoltre che gli oleodotti della SPDC erano privi di un sistema di monitoraggio in tempo reale, nonostante la rapidità nell’individuare le fuoriuscite e limitarne la diffusione sia essenziale per ridurre l’inquinamento. In assenza di tale sistema, qualsiasi perdita diversa da una rottura di grandi dimensioni avrebbe potuto passare inosservata.

“Un colosso dei combustibili fossili incapace di verificare l’ubicazione e lo stato di integrità di centinaia di pozzi e di collari di riparazione degli oleodotti, e privo di efficaci sistemi di rilevamento delle perdite, non può sostenere credibilmente di avere la situazione dell’inquinamento sotto controllo. Shell deve smettere di scaricare le proprie responsabilità su altri”, ha dichiarato Emem Okon, di Kebetkache Women Development & Resource Centre.

Anche la tesi di Shell secondo cui la maggior parte dell’inquinamento sarebbe stata causata dai furti di petrolio risulta indebolita dai suoi stessi documenti interni, dai quali emerge che il personale non disponeva degli strumenti necessari per stabilire con certezza se una fuoriuscita fosse dovuta alla corrosione degli oleodotti oppure all’intervento di terzi. Un elemento particolarmente rilevante perché, sebbene la normativa nigeriana imponga alle compagnie di bonificare tutte le fuoriuscite di petrolio indipendentemente dalla loro causa, le comunità colpite hanno diritto a un risarcimento soltanto quando l’episodio viene classificato come riconducibile alla responsabilità operativa dell’azienda e non a sabotaggi o furti.

“Per le comunità che cercano giustizia, un sistema inadeguato di accertamento delle cause delle fuoriuscite può fare la differenza tra ottenere un risarcimento o essere abbandonate al proprio destino”, ha dichiarato Celestine Akpobari, di Miideekor Environmental Development Initiative.

Oleodotto “colabrodo” lasciato pieno di greggio

Il rapporto evidenzia inoltre che Shell non ha provveduto alla corretta dismissione del vecchio oleodotto Nembe Creek Trunk Line dopo la sua sostituzione, avvenuta nel 2010. In un’email interna del 2014 si legge che circa 80 chilometri del vecchio oleodotto contenevano ancora greggio stagnante e che, dal 2010, si erano già verificate sei fuoriuscite operative. La dismissione dell’infrastruttura non era stata eseguita a causa di vincoli di bilancio. Nella stessa email l’oleodotto veniva descritto come “un colabrodo” e si avvertiva che, senza un intervento urgente, si sarebbero verificate ulteriori fuoriuscite di petrolio. La risposta interna sembrava confermare che la mancata dismissione fosse dovuta principalmente a ragioni economiche, nonostante fosse riconosciuta la necessità di intervenire per ridurre l’impatto ambientale e le responsabilità connesse all’inquinamento.

“Shell sapeva che le infrastrutture più vecchie presentavano perdite e dovevano essere dismesse, ma i documenti indicano che gli interventi sono stati rinviati per motivi di costo. Le comunità non avrebbero mai dovuto essere costrette a convivere con l’inquinamento solo perché un’azienda non voleva sostenere le spese necessarie per rimediare ai danni da essa stessa causati”, ha dichiarato Simon Taylor, cofondatore di Hawkmoth, organizzazione con sede nei Paesi Bassi che promuove una transizione giusta e fondata sull’assunzione di responsabilità, lontano dai combustibili fossili, e che da anni denuncia gli abusi dell’industria petrolifera e del gas, anche in Nigeria.

I 10,9 miliardi di dollari di costi ancora senza risposta

Un rapporto interno trasmesso all’allora amministratore delegato di Shell nel 2014 stimava che la dismissione di tutti gli impianti della SPDC avrebbe richiesto decenni e un costo di 10,9 miliardi di dollari statunitensi, equivalenti a circa 14 miliardi di dollari (circa 13 miliardi di euro) ai valori attuali, apparentemente senza includere le spese necessarie per la bonifica ambientale.

Un’altra presentazione interna dedicata alle conseguenze delle fuoriuscite di petrolio indicava che 375 chilometri quadrati di foresta di mangrovie erano stati contaminati e si chiedeva se Shell fosse davvero disposta ad assumersi la responsabilità di affrontare un problema «senza limiti definiti», destinato cioè a protrarsi nel tempo.

Nel 2025 Shell ha successivamente ceduto la SPDC a Renaissance Africa Energy, nonostante le preoccupazioni relative alla capacità della nuova società di gestire tali attività, alla limitata disponibilità di informazioni pubbliche sulla sua situazione finanziaria e alla necessità di ottenere fino a 1,2 miliardi di dollari in prestiti garantiti dalla stessa Shell per finanziare l’acquisizione.

“La cessione delle attività non può trasformarsi in una via di fuga per le responsabilità di un’impresa. Dopo aver tratto profitti per decenni dall’estrazione di petrolio nel delta del Niger, Shell non può trasferire alle comunità o a un acquirente la cui capacità resta fortemente incerta i rischi derivanti dall’invecchiamento delle infrastrutture e dall’inquinamento accumulato nel tempo. L’azienda deve assumersi la propria parte di responsabilità, indipendentemente dalla propria ‘disponibilità’ a farlo”, ha dichiarato Isaac Osuoka, direttore di Social Action, organizzazione impegnata nella promozione della giustizia ambientale, dei diritti delle comunità e dell’assunzione di responsabilità nel delta del Niger.

Bonifica, rimedi e riforme

Amnesty International e le organizzazioni partner chiedono alle autorità nigeriane di riformare profondamente il sistema di vigilanza sull’industria petrolifera, imponendo audit accessibili al pubblico su tutte le infrastrutture operative e dismesse e istituendo un fondo speciale, adeguatamente finanziato, destinato alla bonifica del delta del Niger.

“Shell è una delle maggiori compagnie di combustibili fossili al mondo controllate da investitori privati. Oggi i suoi documenti sono di dominio pubblico. La domanda è se i governi agiranno di conseguenza”, ha dichiarato Isa Sanusi.

“Oltre a convivere con livelli inaccettabili di inquinamento da petrolio, la popolazione della Nigeria sta affrontando ondate di calore estremo, alluvioni mortali e altri eventi meteorologici estremi collegati al riscaldamento globale provocato dall’uso del principale prodotto commercializzato da Shell: i combustibili fossili. La Nigeria deve riformare radicalmente il sistema di controllo sull’industria petrolifera, mentre le autorità del Regno Unito e dei Paesi Bassi devono verificare se Shell abbia fornito informazioni fuorvianti ad azionisti, autorità di regolamentazione e comunità colpite sul reale stato delle proprie attività e delle proprie passività ambientali. Shell deve smettere di nascondersi dietro la cessione delle proprie attività, rendere pubblica la verità, finanziare la bonifica e i rimedi dovuti e garantire finalmente giustizia alle comunità colpite”, ha concluso Sanusi.

Ulteriori informazioni

Nel 2015 le comunità di Ogale e Bille hanno avviato un’azione legale nel Regno Unito contro Shell plc e Shell Petroleum Development Company per il grave inquinamento provocato dalle attività petrolifere. L’udienza relativa al procedimento promosso dalla comunità di Bille è prevista per marzo 2027.

Il rapporto “Nigeria: cosa c’è davvero sotto” analizza documenti interni di Shell relativi al periodo compreso tra il 2008 e il 2014, inclusi 27 documenti parzialmente oscurati resi pubblici nell’aprile 2026 dopo la richiesta di pubblicazione, nell’interesse pubblico, presentata dalle organizzazioni Hawkmoth, HEDA Resource Centre e Oil Change International – UK, nonché ulteriori elementi contenuti in un deposito presso il tribunale del maggio 2026.