Cina: condanna a morte per due manifestanti tibetani - Amnesty International Italia

Cina: condanna a morte per due manifestanti tibetani

8 aprile 2009

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Cina: Amnesty International chiede la commutazione delle condanne a morte di due manifestanti tibetani

CS052: 09/04/2009

Amnesty International ha deplorato la sentenza emessa ieri da un tribunale di Lhasa, che ha condannato a morte due tibetani che avevano preso parte alle proteste del marzo 2008. I due imputati, Losang Gyaltse e Loyar, sono stati giudicati colpevoli di omicidio. Altre due persone sono state condannate a morte con sospensione della pena per due anni e un quinto imputato è stato condannato all’ergastolo.

La Corte suprema del popolo riesaminerà le condanne a morte. Amnesty International chiede che siano commutate.

Secondo un portavoce del tribunale di Lhasa, una delle due condanne a morte con sospensione della pena per due anni riguarda Tenzin Phuntsog, che ha ammesso le proprie colpe dopo l’arresto. L’organizzazione per i diritti umani teme che questa confessione possa essere stata estorta con la tortura, che rimane diffusa in tutto il paese. I tribunali cinesi normalmente ritengono ammissibili prove ottenute in questo modo.

Secondo fonti ufficiali, prima delle sentenze di ieri 76 persone erano state condannate in relazione alle proteste del marzo 2008, con pene varianti da tre anni all’ergastolo. Nella maggior parte dei casi, le condanne sono state inflitte per ‘incendio, saccheggio, rissa, disordini, interruzione di pubblico servizio, distruzione di beni dello stato e furto’. Almeno sette persone sono state condannate per ‘spionaggio’ o ‘ divulgazione illegale di notizie riservate a un’organizzazione o a una persona all’estero’.

Di oltre 1000 persone arrestate 13 mesi fa non si hanno notizie. Le autorità di Pechino sostengono che, nel corso delle proteste, i manifestanti uccisero 21 persone. Fonti tibetane affermano che la successiva repressione fece oltre 100 morti.

Ulteriori informazioni

Negli ultimi 13 mesi il controllo sulle informazioni provenienti dal Tibet è stato rigido. I giornalisti stranieri hanno potuto visitare la regione solo in visite guidate di gruppo organizzate dal governo, mentre agli osservatori dell’Onu sui diritti umani l’accesso è stato negato del tutto.

Nonostante la chiusura della regione e il recente aumento della presenza militare, Amnesty International sta ricevendo segnalazioni di violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione tibetana: detenzioni e arresti arbitrari, prolungati periodi di carcere, negazione del diritto di espressione, associazione e riunione nonché del diritto dei tibetani di preservare cultura, linguaggio e religione.

FINE DEL COMUNICATO                                                          Roma, 9 aprile 2009

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