Consiglio Giustizia e Affari interni: l'Ue agisca per salvare le vite in mare - Amnesty International Italia

Consiglio Giustizia e Affari interni: l’Ue agisca per salvare le vite in mare

8 ottobre 2014

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In occasione della riunione dei ministri della Giustizia e degli Affari interni dell’Unione europea (Ue), Amnesty International e Human Rights Watch hanno sollecitato una risposta collettiva e complessiva alle necessità di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale per salvare urgentemente le vite in mare.

“Mentre l’Ue alza barriere sempre più alte, un crescente numero di migranti e rifugiati intraprende il viaggio nelle acque del Mediterraneo nel disperato tentativo di trovare salvezza e riparo in Europa. Tragicamente, pagano il prezzo più alto, perdendo le loro vite in mare” – ha dichiarato Nicolas J. Beger, direttore dell’Ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee.

Un anno dopo i naufragi dell’ottobre 2013 nel Mediterraneo centrale in cui morirono oltre 500 persone, la risposta collettiva dell’Ue per salvare vite umane è stata vergognosa. L’Italia è l’unico stato dell’Ue ad aver reagito, con l’operazione Mare nostrum, dedicando una parte significativa della sua flotta navale alle operazioni di ricerca e soccorso in mare. Tuttavia, persino il meglio che ha potuto fare l’Italia non è stato sufficiente a impedire la drammatica perdita di vite umane nel 2014 e vi sono segnali che il paese non proseguirà l’operazione nel lungo termine.

Finora, nel 2014, oltre 165.000 migranti e rifugiati sono arrivati in Europa attraverso il Mediterraneo. Tragicamente, oltre 3000 persone sono morte in mare, anche se è difficile determinare il numero effettivo. Quasi la metà delle persone giunte in Europa fuggivano dalla guerra in Siria o dal regime oppressivo dell’Eritrea e tra loro vi era un numero sempre maggiore di donne e bambini. L’annuncio fatto ad agosto dalla Commissione europea riguardo al lancio di una nuova operazione Frontex, denominata operazione Triton, per sostenere gli sforzi dell’Italia, è stata vista da molti come il primo segnale di una risposta collettiva dell’Ue alle tragedie in corso nel Mediterraneo centrale. Tuttavia, sta diventando sempre più evidente che l’operazione Triton difficilmente soddisferà le effettive esigenze di ricerca e soccorso per salvare vite umane.

“Il raggio limitato e il mandato di sorveglianza delle frontiere dell’operazione Triton non sostituiscono Mare nostrum. Se l’Ue vuole seriamente prevenire tragedie future, deve fornire a Triton il mandato e le risorse per salvare imbarcazioni in tutto il Mediterraneo” – ha affermato Judith Sunderland, ricercatrice senior sull’Europa di Human Rights Watch.

L’operazione Triton, il cui avvio è previsto a novembre nell’ambito di Frontex (l’Agenzia per il controllo delle frontiere) dovrebbe come minimo corrispondere all’operazione Mare nostrum in termini di mandato, capacità e finanziamento. Attualmente, Frontex ha disposto tre milioni di euro al mese per l’operazione, mentre l’Italia aveva destinato all’operazione Mare nostrum nove milioni di euro al mese. Per salvare vite umane l’operazione Triton dovrebbe, come le navi di Mare nostrum, operare in acque internazionali e coprire integralmente le zone di ricerca di Malta e Italia.

Amnesty International e Human Rights Watch hanno sollecitato inoltre i ministri della Giustizia e degli Affari interni ad adottare un approccio olistico e di lungo termine per gestire i flussi migratori verso l’Europa, poiché il deciso aumento del numero di persone che attraversano il Mediterraneo non è solo dovuto all’instabilità in Medio Oriente, ai conflitti in recrudescenza e al peggiorare delle situazione in Libia.

“Semplicemente, le persone sono costrette a intraprendere viaggi pericolosi su imbarcazioni insicure a causa della risposta europea all’immigrazione, basata sulla sicurezza ossia sulla progressiva chiusura della frontiera terrestre e sull’assenza di percorsi legali e sicuri a disposizione dei rifugiati per raggiungere l’Europa” – ha commentato Beger.

Percorsi legali e sicuri verso l’Europa potrebbero significare un aumento delle quote di reinsediamento, un più ampio accesso ai visti per motivi umanitari e la facilitazione delle riunificazioni familiari. Amnesty International e Human Rights Watch chiedono con urgenza agli stati membri dell’Ue di condividere le responsabilità per le persone soccorse e sbarcate, onde limitare la necessità per queste persone di spostarsi irregolarmente nel territorio dell’Ue. Ciò potrebbe essere realizzato dagli stati membri dell’Ue anche attraverso le riunificazioni familiari invece di applicare il regolamento di Dublino secondo cui lo stato membro dell’Ue di primo ingresso è responsabile del trattamento delle richieste di asilo.

“Il Consiglio dei ministri della Giustizia e degli Affari interni di questa settimana sarà un test fondamentale per gli impegni e gli obblighi internazionali di salvare vite in mare. L’Ue deve prima e soprattutto assicurare misure complessive e collettive di ricerca e soccorso in mare, che proteggano e salvino effettivamente e immediatamente i migranti e i rifugiati lungo la rotta marina più pericolosa del mondo” – ha concluso Sunderland.