di Tim Mossholder/Pexels
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Questo testo è stato scritto da Lisa Dittmer, ricercatrice di Amnesty International sui diritti digitali delle persone minorenni, e da Paloma Candia e Ahmed Dhman, entrambi Digital Rights Champions di Amnesty International, una rete globale di giovani persone che difendono i diritti umani.
La sicurezza online delle persone minorenni è gradualmente diventata un tema politico di primo piano, man mano che le preoccupazioni sui danni causati dalle grandi aziende tecnologiche si sono spostate dai dibattiti accademici alle classifiche dei bestseller e all’informazione mainstream. Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito il divieto francese ai social media per gli adolescenti come un passo che “apre la strada in Europa alla protezione dei nostri figli e adolescenti”. Il tribunale costituzionale francese ha poi bloccato la legge, citando preoccupazioni in materia di privacy e libertà di espressione.
Il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres ha sollecitato un impegno delle aziende di intelligenza artificiale per la sicurezza delle persone minorenni. Eppure, tra la raffica di impegni ad alto livello e la corsa a proteggere “i nostri figli”, la voce di una categoria risulta stranamente assente: proprio quella delle persone minorenni.
A parte un breve video registrato, nessuna di loro ha potuto prendere la parola quando, nel luglio 2026, una nuova coalizione di stati per la protezione delle persone minorenni ha avviato i propri lavori al Dialogo Onu sull’intelligenza artificiale. Il Kenya, uno degli stati parte della coalizione, sta attualmente discutendo un nuovo disegno di legge sull’intelligenza artificiale che non prevede alcuna protezione specifica per le persone minorenni né alcun meccanismo di consultazione. La loro assenza negli spazi decisionali e il mancato riconoscimento delle loro esigenze e richieste sono chiaramente correlati. A livello globale, il potere assunto nei confronti degli stati dalle grandi aziende tecnologiche, la miopia politica e la diffusione di pratiche autoritarie nel campo digitale stanno svuotando di sostanza i diritti delle persone minorenni proprio mentre il mondo proclama di volerli finalmente rendere sicura la loro presenza online.
Le persone minorenni e giovani sono spesso trattate come soggetti passivi da salvare attraverso la regolamentazione, anziché come partecipanti attive nella definizione delle norme che le riguardano. La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza riconosce il loro diritto a essere ascoltate, ma la loro partecipazione rimane nella maggior parte dei casi meramente simbolica. Invitare un numero selezionato di persone minorenni a esprimere commenti entro confini predefiniti, senza possibilità di incidere concretamente sui processi e sui risultati, non costituisce una partecipazione autentica.
È questo atteggiamento paternalistico a ridurre sempre più le problematiche relative ai diritti digitali delle persone minorenni a una semplice questione di riduzione dei danni, anziché di garanzie e costruzione di un futuro digitale positivo. Se i danni causati dai social media richiedono un intervento urgente, i divieti introdotti per le persone adolescenti esemplificano la politica performativa che ne consegue, volta ad accontentare un elettorato adulto piuttosto che ad affrontare le cause profonde dei danni tecnologici.
Le organizzazioni giovanili e le giovani persone attiviste invocano da tempo soluzioni che affrontino le scelte di design manipolative e le violazioni della privacy comuni alle esperienze delle persone minorenni su social media, giochi e chatbot di intelligenza artificiale. Organizzazioni guidate da giovani come ctrl+alt+reclaim, Design it for Us e Flippgen si sono fatte portatrici di soluzioni più articolate, che riflettano le esperienze vissute in prima persona.
Eppure, queste richieste di cambiamento sistemico rimangono troppo spesso inascoltate, mentre i leader politici elogiano presunte soluzioni rapide per “la nostra protezione”. Rischi come il cyberbullismo, il grooming (adescamento online), la violenza online e l’uso problematico dei social media devono essere certamente affrontati, ma tentare di escludere le persone minorenni da piattaforme cui si affidano anche per costruire comunità, informarsi e fare attivismo significa sacrificare un insieme di diritti in nome di una falsa promessa di sicurezza. L’Australia mostra con chiarezza i limiti di questo approccio: le persone minorenni continuano ad accedere alle piattaforme considerate dannose da cui avrebbero dovuto essere escluse; chi elude il divieto o non vi è mai stato soggetto rimane esposto agli stessi danni che la norma intendeva contrastare. Nel frattempo, le sfide fondamentali ai diritti digitali delle persone giovani e minorenni restano irrisolte.
Le persone giovani e minorenni crescono in un mondo in cui i loro dati personali vengono costantemente raccolti, tracciati e condivisi: dal momento in cui le piattaforme online e gli inserzionisti rilevano una gravidanza, fino alle prime esplorazioni del mondo digitale attraverso video e giochi, passando per scuole e università che monitorano sempre più spesso gli studenti tramite strumenti di tutela, registrazione biometrica delle presenze e analisi delle performance e gestione dei comportamenti basate sull’intelligenza artificiale. In questo modo, le persone minorenni vengono abituate a convivere con la sorveglianza di una rete in gran parte invisibile di attori pubblici e privati, nella maggior parte dei casi senza un consenso libero e informato.
Molti degli stessi governi che discutono restrizioni per le persone adolescenti sui social media abbracciano con entusiasmo l’uso dell’intelligenza artificiale in ambito educativo, invitando le grandi aziende tecnologiche a introdurre chatbot nelle scuole, nonostante le serie preoccupazioni legate all’assenza di garanzie in materia di privacy online, design manipolativo, output discriminatori e dannosi, nonché alla mancanza di riscontri su benefici e rischi educativi.
I dati delle persone minorenni restano scarsamente protetti e rischiano ora di essere ulteriormente esposti dagli strumenti di verifica dell’età necessari per applicare i divieti nei loro confronti. La tendenza globale va verso controlli d’età più rigidi, con nuovi rischi di tracciamento dei dati, incidenti legati alla cybersicurezza e sorveglianza online da parte di attori sia privati che statali. La Francia al momento ha messo da parte la questione della nuova legge sul divieto per gli adolescenti per evitare un conflitto con la normativa europea, ma i cosiddetti portafogli di identità digitale permeeranno presto le esperienze online in tutta l’Unione europea, nonostante le preoccupazioni degli esperti di privacy.
Governi come quelli di Turchia, Vietnam ed Emirati Arabi Uniti stanno cogliendo l’occasione della sicurezza online delle persone minorenni per proporre misure che aggraveranno ulteriormente le già esistenti preoccupazioni relative alla privacy e alla libertà di espressione, tanto per loro quanto per le persone adulte.
Il dibattito attuale ignora anche i diversi modi in cui i governi abusano attivamente della tecnologia per sorvegliare e mettere a tacere le persone giovani e minorenni. La recente ondata di massicce proteste della generazione Z in contesti diversi, tra cui Bangladesh, India, Nepal, Kenya, Madagascar e Perù, ha messo in luce il potere delle persone giovani connesse digitalmente e abituate a usare i social media.
Al tempo stesso, i governi stanno sempre più trasformando le tracce digitali e i dati dell’attivismo giovanile in strumenti di censura e repressione. Quando in India gli studenti sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni del ministro dell’Istruzione, il governo ha risposto prima interrompendo il servizio dati mobile nelle zone centrali della capitale Delhi, poi prendendo di mira l’app basata su Bluetooth a cui le persone giovani avevano fatto ricorso durante l’interruzione. In Kenya, Amnesty International ha documentato come le autorità abbiano strumentalizzato le molestie online e la sorveglianza per soffocare le proteste nazionali guidate dalle persone giovani nel 2024 e nel 2025. Gli strumenti di analisi dei big data stanno già portando le capacità di sorveglianza statale a nuovi livelli, facilitando la repressione tanto delle persone migranti quanto di quelle che scendono in piazza.
Tutte queste sono sfide cruciali per i diritti digitali delle persone giovani e minorenni, che la fissazione attuale sui divieti ai social media non riesce a cogliere. Le politiche che tentano di escludere le persone giovani invece di lavorare insieme a loro sono destinate a fallire, come stanno dimostrando in modo eloquente le vicende australiane e indiane.
Le persone giovani e minorenni devono finalmente essere incluse in modo autentico, in tutta la loro diversità, come persone esperte privilegiati delle proprie esperienze, se si vuole che i loro diritti e la loro sicurezza siano qualcosa di più di un pretesto per un maggiore controllo di Internet e per una deliberata emarginazione.
Invece di coinvolgimenti episodici e puramente simbolici, i governi devono creare opportunità affinché le persone minorenni possano contribuire ai processi di definizione delle politiche digitali in modo sicuro e autentico, rendendo conto di come il loro contributo si riflette nelle politiche adottate; così come le aziende tecnologiche devono co-progettare i prodotti con le persone minorenni, se questi prodotti devono essere usati da loro.
Le autorità di regolamentazione dovrebbero puntare a costruire un futuro digitale positivo, investendo nell’alfabetizzazione digitale e creando politiche che preservino e valorizzino i benefici del mondo digitale, anziché limitarsi a ridurne i danni. Ciò significa proteggere efficacemente la privacy tanto delle persone minorenni quanto di quelle adulte, regolamentare i servizi online imponendo una scelta e un’autonomia reale alle persone utenti e vietando il design manipolativo, tenere a freno il potere delle grandi aziende tecnologiche e fissare limiti efficaci ai poteri di sorveglianza degli stati.
“Nessuna persona dovrebbe dover scegliere tra la propria sicurezza e la propria voce”, ha scritto di recente Mark Igathe, studente keniota delle scuole superiori, nel testo vincitore del concorso annuale di Amnesty International Kenya sui diritti digitali. I responsabili politici farebbero bene a dare più spazio a quelle voci e ad ascoltarle.