Covid-19 in Egitto, "Operatori sanitari costretti a una scelta impossibile tra la morte o il carcere" - Amnesty International Italia

Covid-19 in Egitto, “Operatori sanitari costretti a una scelta impossibile tra la morte o il carcere”

18 Giugno 2020

Tempo di lettura stimato: 9'

Covid-19 in Egitto, “Operatori sanitari costretti a una scelta impossibile tra la morte o il carcere”. La denuncia di Amnesty International

Amnesty International ha chiesto al governo egiziano di interrompere immediatamente la campagna di intimidazioni e persecuzioni ai danni degli operatori sanitari in prima linea durante la pandemia da Covid-19 e che esprimono preoccupazioni o criticano il governo per la gestione dell’emergenza sanitaria.

L’organizzazione per i diritti umani ha documentato il modo in cui le autorità del Cairo stanno ricorrendo ad accuse vaghe e generiche di “diffusione di notizie false” e “terrorismo” per arrestare arbitrariamente e imprigionare operatori sanitari che hanno preso la parola, sottoponendoli poi a minacce, intimidazioni e provvedimenti amministrativi punitivi.

Le persone prese di mira denunciano condizioni di lavoro insicure, assenza di dispositivi di protezione individuale, inadeguata formazione all’individuazione dei contagi, insufficienti mezzi per testare il personale sanitario e mancato accesso a cure mediche vitali.

Amnesty International ha svolto 14 interviste con medici, parenti di questi ultimi, avvocati, rappresentanti sindacali e ha esaminato corrispondenze scritte e messaggi audio di pubblici funzionari.

Invece di proteggere gli operatori sanitari che si trovano in prima linea nel contrasto alla pandemia e che si lamentano legittimamente a proposito delle loro condizioni di vita e dei rischi per la loro salute, il governo egiziano gestisce l’emergenza da Covid-19 ricorrendo alle consuete tattiche repressive. Così, gli operatori sanitari che prendono la parola si trovano di fronte a una scelta impossibile: rischiare la vita o affrontare il carcere“, ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche di Amnesty International sul Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Le autorità egiziane hanno spesso elogiato gli operatori sanitari come ‘il nostro esercito in camice bianco’ ma evidentemente lo hanno fatto contando sul loro silenzio“, ha aggiunto Luther.

Secondo il Sindacato dei medici, da metà febbraio, quando è scoppiata la pandemia da Covid-19, oltre 400 operatori sanitari sono risultati positivi al test e almeno 68 sono morti. Questi numeri non comprendono quelli relativi ai medici morti con sintomi da coronavirus, come la polmonite, che tuttavia non erano stati sottoposti al tampone. Non comprendono neanche infermieri, odontoiatri, farmacisti, tecnici di laboratorio, addetti alle consegne dei farmaci, personale delle pulizie e altri lavoratori essenziali, a loro volta in prima linea per assicurare che le persone avessero accesso alle cure mediche e ad altri servizi di base.

Tra marzo e giugno Amnesty International ha documentato i casi di otto operatori sanitari (sei medici e due farmacisti) arrestati arbitrariamente dalla famigerata Agenzia per la sicurezza nazionale solo per aver espresso le loro preoccupazioni sui social media.

Alaa Shabaan Hamida, medico di 26 anni, è stata arrestata il 28 marzo all’ospedale universitario el-Sharby di Alessandria dove lavorava, dopo che un’infermiera aveva usato il suo cellulare per segnalare al “numero verde” del ministero della Salute un caso di coronavirus.

A denunciarla è stato il direttore dell’ospedale, sostenendo che fosse andata oltre i suoi compiti chiamando direttamente il ministero. Alaa, incinta, è attualmente in detenzione preventiva con le accuse di “appartenenza a un gruppo terrorista”, “diffusione di notizie false” e “uso improprio dei social media”.

Hany Bakr, un oftalmologo, è stato arrestato nella sua abitazione a Qalyubia, a nord del Cairo, dopo che aveva scritto un post in cui aveva criticato il governo per aver inviato aiuti sanitari in Italia e in Cina.

Un altro medico è stato arrestato il 27 maggio per aver scritto un articolo in cui aveva messo in discussione l’efficacia della risposta del governo alla pandemia da Covid-19 e i gap strutturali nel sistema sanitario egiziano. Secondo i suoi familiari, quattro agenti delle forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella sua abitazione, sequestrandogli cellulare e computer e chiedendogli se avesse preso parte ai funerali di un collega, Walid Yehia, che era morto dopo aver contratto il virus e che era rimasto due giorni in attesa di trovare un letto disponibile in un ospedale per la quarantena del Cairo.

Il 14 giugno il Sindacato dei medici ha emesso un comunicato stampa in cui si sottolineava come questi arresti avessero creato “frustrazione e paura tra i medici”.

Il 25 maggio un gruppo di medici dell’ospedale al-Mounira del Cairo ha rassegnato le dimissioni, lamentando la mancanza di formazione e di kit per effettuare i tamponi nonché “le decisioni arbitrarie [del ministero della Salute] in relazione all’effettuazione dei test e alle misure di isolamento”, che potrebbero aver contribuito alla morte di Walid Yehia.

Secondo numerose fonti, funzionari dell’Agenzia per la sicurezza nazionale si sono recati all’ospedale al-Mounira per costringere i medici in sciopero a ritirare le dimissioni. In relazione alla morte di Walid Yahia, le indagini avviate dal ministero della Salute hanno riconosciuto “responsabilità amministrative” ma limitatamente all’ospedale dove era avvenuto il decesso.

La persecuzione nei confronti di operatori sanitari esisteva anche prima della pandemia. Nel settembre 2019 cinque medici erano stati arrestati per aver lanciato la campagna “I medici egiziani sono arrabbiati”, che chiedeva una riforma del sistema sanitario egiziano. Uno di loro, il dentista Ahmad al-Daydamouny, è ancora in carcere per aver denunciato online il salario basso, le condizioni di lavoro e l’inadeguatezza delle strutture sanitarie.

Amnesty International ha parlato anche con sette medici che hanno assistito a minacce nei confronti di loro colleghi che avevano sollecitato, attraverso post sui social media, il ministero della Salute a fornire kit per effettuare i tamponi, formazione e accesso alle cure mediche in caso di positività al coronavirus.

Una fonte del Sindacato dei medici ha confermato che gli operatori sanitari vengono tuttora sottoposti a minacce e interrogatori da parte dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, procedure amministrative e sanzioni:

Stiamo ricevendo molte denunce, mentre altri preferiscono pagare, procurarsi di tasca propria strumenti di protezione personale, e tacere. Ci stanno costringendo a scegliere tra la morte e il carcere“.

L’Agenzia per la sicurezza è presente in tutti i comitati di crisi del Covid-19 del paese, a conferma dell’approccio sicuritario nella gestione della pandemia.

Amnesty International ha ascoltato alcuni messaggi audio inviati a operatori sanitari da funzionari locali del ministero della Salute o dalle direzioni degli ospedali in cui si minacciano segnalazioni all’Agenzia per la sicurezza nazionale o procedimenti amministrativi che potrebbero portare al decurtamento dello stipendio.

In uno di questi messaggi, un medico che aveva rifiutato di tornare al lavoro per l’assenza di condizioni di sicurezza viene definito “un soldato traditore che merita di subire la più dura delle pene”.

Amnesty International ha anche visto una lettera firmata dal governatore del Sinai del Nord in cui c’è scritto che i medici che non svolgeranno il loro lavoro o che risulteranno assenti verranno convocati dall’Agenzia per la sicurezza nazionale.

Sempre fonti del Sindacato dei medici hanno riferito di operatori sanitari puniti col trasferimento negli ospedali per l’isolamento delle persone in quarantena o in strutture sanitarie più lontane. Questa situazione mette a rischio i medici anziani o quelli con patologie pregresse.

Un provvedimento del genere ha riguardato un medico dell’ospedale centrale di Deyerb Negm, trasferito altrove dopo aver postato un video in cui sollecitava la fornitura di dispositivi di protezione individuale.

Stesso destino hanno subito otto farmaciste, trasferite in altri governatorati del paese dopo che avevano denunciato le condizioni di lavoro all’interno dell’Istituto di medicina nazionale di Damanhour.