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Erano state sospese dalla professione, ora la Cassazione interviene sul provvedimento e lo annulla, rinviando a un nuovo giudizio del tribunale del Riesame di Bologna. Sono state così reintegrate le tre dottoresse interdette per dieci mesi nell’ambito dell’inchiesta della procura di Ravenna per falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio.
Indagini rese note lo scorso febbraio con le prime perquisizioni ai medici di Ravenna, e poi estese a nove città – Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese – con le perquisizioni e il sequestro di telefoni e computer di altri professionisti sanitari. Gravi le accuse: associazione a delinquere finalizzata alla creazione di certificati falsi dichiaranti la non idoneità di alcune persone al trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr), e conseguentemente impedire i rimpatri.
Tre mediche sono state sospese dall’esercizio della professione per dieci mesi, dallo scorso marzo, mentre alle altre persone coinvolte è stato vietato di occuparsi delle certificazioni necessarie per i trattenimenti in regime di detenzione amministrativa.
Proprio contro l’interdizione alla professione era stato presentato ricorso dagli avvocati Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro, alla quale abbiamo rivolto alcune domande sul caso e sullo stato dei diritti in Italia.
Come possiamo leggere il cambio di passo dettato dalla Cassazione rispetto alla prima sentenza di Bologna?
È un cambio di passo importante e autorevole in quanto arriva dalla Suprema Corte, che credo imponga una rilettura dell’inchiesta e dell’intera vicenda con lenti diverse da quelle utilizzate finora. Certamente la sentenza restituisce dignità umana e professionale alle persone coinvolte in queste indagini, e questo è il primo passo per affrontare la questione in modo più sereno. Va detto che per garantire la serenità di giudizio a chi sta procedendo è essenziale il rispetto dei ruoli istituzionali, senza ingerenze e strumentalizzazioni.
All’indomani delle perquisizioni, il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, Filippo Anelli, aveva ricordato che i sanitari non sono “ausiliari delle politiche di sicurezza”. Una frase a difesa della professionalità delle persone coinvolte, che evidenziava il collegamento tra le indagini e la posizione del governo. Secondo te esiste una relazione tra le politiche messe in campo in ambito migratorio dall’esecutivo nazionale, e le inchieste? E se sì, di che tipo?
La premessa è che il medico non può essere considerato una sorta di braccio armato delle politiche migratorie, e nemmeno delle politiche di pubblica sicurezza. Il medico fa il medico, il medico cura e il medico certifica sulla base delle proprie competenze professionali. Per questo motivo un certificato non può essere considerato falso perché il suo contenuto non asseconda esigenze politiche. Eppure in questa vicenda sono stati messi in discussione il diritto alla salute e il corrispondente dovere di cura.
È vero che le inchieste penali si occupano dell’accertamento di eventuali responsabilità dei singoli ma sappiamo che possono essere strumentalizzate a fini elettorali e propagandistici. Vedo peraltro un altro rischio: un’indagine di questo genere lancia un messaggio che viene recepito non solo dagli indagati, ma raggiunge tutti gli altri sanitari che operano sul territorio nazionale con le persone migranti. Una sorta di chilling effect che potrebbe inibire i medici dallo svolgere le proprie funzioni con serenità, al punto da interferire nei processi decisionali.
Persone e ong impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso in mare o anche in semplici azioni di solidarietà vengono criminalizzate e messe sotto processo; il governo ha provato a indebolire l’indipendenza e screditare l’operato dei giudici che non hanno convalidato i trattenimenti nel centro italiano in territorio albanese, a Gjader; ora questa attenzione sui medici. L’immigrazione è un campo in cui si palesa la postura governativa rispetto ai diritti e a chi li difende?
L’interdizione al lavoro, unitamente ai duri attacchi personali via media, hanno avuto un impatto devastante su chi li ha subiti. Spero che a partire da oggi si possa avviare un dibattito pubblico più consapevole su un’inchiesta indubbiamente politica, che riguarda oltre al ruolo del sanitario anche la riflessione sul senso e la funzione della detenzione amministrativa.
In primo luogo, occorre parlare di Cpr nei termini corretti. I Cpr non sono carceri, non sono luoghi destinati alla punizione per chi ha commesso reati e non ne prevengono la commissione futura. La detenzione amministrativa non ha nulla a che fare con tutto ciò: le persone vengono trattenute nell’ambito di un procedimento di espulsione dal territorio se e quando ne ricorrono i presupposti di legge. Gli stranieri che vengono portati nei Cpr spesso arrivano da contesti di estrema fragilità e vulnerabilità, e di frequente versano in condizioni psicofisiche gravi. Che i Cpr siano luoghi patogeni non lo dicono le mediche di Ravenna, lo dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la letteratura scientifica specializzata a cui tutti i medici devono necessariamente fare riferimento. Questi sono gli elementi che dovrebbero fare da sfondo alla questione.
Vero è che si scorge, anche in questa vicenda, il classico schema della “terra bruciata” attorno allo straniero: chi si avvicina alle persone straniere nella prospettiva della tutela dei diritti fondamentali (in questo caso il diritto alla salute protetto all’art. 32 della Costituzione) deve essere isolato, messo in discussione e anche criminalizzato. Questo è quello che è avvenuto nei confronti di queste professioniste ed è un meccanismo che abbiamo già visto contro altre forme di solidarietà; ad esempio verso chi presta soccorso in mare, svolgendo un’attività anch’essa doverosa e necessaria oltre che lecita eppure da sempre osteggiata e criminalizzata; abbiamo visto questo schema anche attraverso le compagne di delegittimazione dei giudici che hanno fatto il loro lavoro applicando le leggi e riconoscendo le garanzie giurisdizionali anche agli stranieri ristretti in Albania, e l’elenco potrebbe certamente proseguire..
Ritengo che, quando la tutela della vita, della salute e di tutti i diritti fondamentali risultano politicamente scomode, la società civile possa contrastare l’effetto “terra bruciata” attorno allo straniero solamente non lasciando solo chi svolge il proprio lavoro con competenza e dedizione consapevole della propria funzione costituzionale.
a cura di Serena Chiodo, Migration campaigner