Crimini contro l’umanità in Myanmar: oltre 530.000 i rohingya in fuga - Amnesty International Italia

Crimini contro l’umanità in Myanmar: oltre 530.000 i rohingya in fuga

18 ottobre 2017

© Andrew Stanbridge / Amnesty International

Tempo di lettura stimato: 3'

In poche settimane oltre 530.000 uomini, donne e bambini rohingya sono fuggiti terrorizzati dallo stato di Rakhine in Myanmar.

Testimonianze, immagini e dati forniti dai satelliti, fotografie e filmati analizzate dai nostri ricercatori portano alla stessa conclusione: sono vittime di un attacco sistematico e massiccio che costituisce un crimine contro l’umanità.

In base ai racconti di decine di testimoni oculari, responsabili dei peggiori episodi di violenza sono specifiche unità delle forze armate, come il Comando occidentale dell’esercito, la 33ma Divisione di fanteria leggera e la Polizia di frontiera.

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Crimini contro l’umanità in Myanmar: la nuova ricerca

Nell’ondata di violenza in corso nello stato di Rakhine, sono almeno sei i crimini contro l’umanità riscontrati: omicidio, deportazione, sfollamento forzato, tortura, stupro e altre forme di violenza sessuale, persecuzione oltre a ulteriori atti inumani come il diniego di cibo e di altre forniture necessarie per salvare vite umane.

Queste conclusioni si basano sulle testimonianze di oltre 120 uomini e donne rohingya fuggiti in Bangladesh nelle ultime settimane, e su 30 interviste con medici, operatori umanitari, giornalisti e funzionari bangladesi.

Nostri esperti hanno rafforzato quanto emerso dalle testimonianze oculari analizzando immagini e dati satellitari e verificando fotografie e video provenienti dallo stato di Rakhine.

Myanmar: omicidi e massacri ai danni della popolazione rohingya

Nelle ore e nei giorni successivi agli attacchi dell’Esercito di salvezza dei rohingya dell’Arakan (Arsa) del 25 agosto, le forze di sicurezza di Myanmar – a volte con la collaborazione di gruppi locali di vigilantes – hanno circondato i villaggi rohingya nella zona settentrionale dello stato di Rakhine, uccidendo o ferendo gravemente centinaia di abitanti in fuga. Persone anziane e con disabilità, impossibilitate a fuggire, sono state arse vive nelle loro abitazioni date alle fiamme dai soldati.

I sopravvissuti hanno raccontato di essersi nascosti sulle colline o nelle risaie fino a quando le forze di sicurezza non se ne sono andate.

Queste azioni si sono replicate in decine di villaggi intorno alle città di Maungdaw, Rathedaung e Buthidaung. Il peggio è tuttavia avvenuto nei villaggi prossimi alla zona dove l’Arsa aveva condotto i suoi attacchi.


Le testimonianze

Myanmar: stupri e altre forme di violenza sessuale

I nostri ricercatori hanno intervistato sette donne rohingya sopravvissute alla violenza sessuale perpetrata dalle forze di sicurezza di Myanmar. Cinque di loro, quattro donne e una 15enne, sono state stuprate in gruppo, insieme ad altre donne e ragazze, nei villaggi di Min Gyi e Kyun Paul.

Come già documentato da Human Rights Watch e dal Guardian, la mattina del 30 agosto i soldati sono entrati a Min Gyi, hanno inseguito gli abitanti in fuga fino alla riva del fiume e poi hanno separato gli uomini e i ragazzi più grandi dalle donne e dai ragazzi più piccoli. Dopo aver aperto il fuoco uccidendo decine di persone – soprattutto, ma non solo, uomini e ragazzi più grandi – i soldati hanno diviso le donne in gruppi portandole nelle case più vicine. Poi le hanno stuprate e infine hanno dato fuoco a quelle e ad altre abitazioni.

Myanmar: incendi deliberati e organizzati contro i villaggi dei rohingya

Il 3 ottobre Unosat (l’Operazione satellitare delle Nazioni Unite) ha dichiarato di aver identificato un’area di 20,7 kmq di edifici distrutti da incendi nelle zone di Maungdaw e Buthidaung a partire dal 25 agosto: un dato persino probabilmente sottostimato a causa della densa copertura nuvolosa del periodo.

I nostri esperti hanno riesaminato i dati forniti dai sensori satellitari giungendo alla conclusione che dal 25 agosto sono stati appiccati almeno 156 vasti incendi: anche questo numero potrebbe essere inferiore alla realtà. Nei cinque anni precedenti, nello stesso periodo monsonico, non era stato rilevato alcun incendio, segno dell’intenzionalità dell’operato delle forze di sicurezza di Myanmar.

Le immagini satellitari riprese prima e dopo gli incendi corroborano le testimonianze: le forze di sicurezza hanno dato alle fiamme solo abitazioni o zone abitate dai rohingya. A Inn Din e Min Gyi vi sono ampie parti di territorio con strutture incendiate fianco a fianco ad abitazioni rimaste intatte. L’esame delle caratteristiche delle zone risparmiate dalle fiamme, incrociato con i racconti dei testimoni sulla diversa composizione etnica di queste ultime, conferma che sono state incendiate solo le zone dei rohingya.

Lo stesso è accaduto in almeno una decina di altri villaggi in cui le comunità rohingya vivevano fianco a fianco con altri gruppi etnici.

Crisi in Myanmar: le nostre richieste

Continuiamo a chiedere alle autorità di far entrare i nostri ricercatori in Myanmar per indagare sul posto, anche sulle violenze del gruppo armato denominato Esercito di salvezza dei rohingya dell’Arakan (Arsa), e che sia garantito l’ingresso nello stato di Rakhine alla Missione d’accertamento dei fatti delle Nazioni Unite e ad altri osservatori indipendenti.

Nella loro campagna coordinata, le forze di sicurezza di Myanmar si stanno vendicando brutalmente nei confronti dell’intera popolazione rohingya dello stato di Rakhine, con l’evidente intento di cacciarla dal paese. Queste atrocità continuano ad alimentare la peggiore crisi regionale dei rifugiati da decenni a questa parte“, ha dichiarato Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per la risposta alle crisi.

Denunciare questi crimini efferati è il primo passo nella lunga strada verso la giustizia. I responsabili devono essere chiamati a rispondere. Le forze armate di Myanmar non possono semplicemente nascondere le loro gravi violazioni sotto il tappeto annunciando l’ennesima vergognosa indagine interna. Il comandante in capo, il generale Min Aung Hlaing, deve prendere misure immediate per fermare le atrocità delle sue truppe“, ha intimato Hassan.

Anche la comunità internazionale deve reagire a questa catastrofe umanitaria.

La comunità internazionale deve assicurare che la campagna di pulizia etnica non raggiunga il suo illegale e deplorevole obiettivo. Da un lato dovrà incoraggiare e sostenere le autorità del Bangladesh nel fornire un’assistenza adeguata e un asilo sicuro ai rifugiati rohingya. Dall’altra, dovrà pretendere dal governo di Myanmar che sia rispettato il diritto al ritorno in modo sicuro, volontario e degno e che cessino, una volta per tutte, la sistematica discriminazione ai danni dei rohingya insieme alle altre cause di fondo che hanno determinato l’attuale crisi“, ha concluso Hassan.

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