Deludente la risposta della Shell! - Amnesty International Italia

Deludente la risposta della Shell!

21 luglio 2009

Tempo di lettura stimato: 17'

Nigeria: la risposta della Shell al rapporto ‘Petrolio, inquinamento e povertà nel Delta del Niger’ di Amnesty International è deludente

(20 luglio 2009)

In risposta al rapporto ‘Petrolio, inquinamento e povertà nel Delta del Niger‘ pubblicato da Amnesty International il 30 giugno, la Shell ha diffuso via mail una serie di dichiarazioni alla stampa. Ora, Amnesty International intende ristabilire la verità.

La Shell ha dichiarato che Amnesty International ‘dimentica che circa l’85 per cento dell’inquinamento derivante dalle attività [della stessa Shell] è causato da attacchi e sabotaggi’.

Amnesty International contesta quest’affermazione.

Intanto, quello del sabotaggio è solo un aspetto relativo a una forma di inquinamento dell’industria del petrolio: la fuoriuscita di greggio. Come messo in luce nel rapporto di Amnesty International, sono molti gli altri modi con cui l’industria del petrolio, nell’ultimo mezzo secolo, ha inquinato e minacciato l’ambiente del Delta del Niger: lo smaltimento delle scorie, il dragaggio dei fiumi e delle insenature, le trivellazioni e la costruzione delle strade che ostruiscono i sistemi acquiferi. Il sabotaggio è assente in ognuna di queste forme di inquinamento e danno ambientale. 
 
La proporzione delle fuoriuscite di greggio causate dal sabotaggio, rispetto a quelle dovute a corrosione e cattivo funzionamento degli impianti, non è determinabile poiché sulle cause della fuoriuscita di greggio nel Delta del Niger non c’è mai stata una valutazione o verifica indipendente. In molti casi l’industria del petrolio ha l’ultima parola nello stabilire la causa di una fuoriuscita, anche quando sono presenti rappresentanti dell’agenzia di composizione delle controversie. Dato che in caso di corrosione o cattivo funzionamento l’industria può essere tenuta a effettuare un risarcimento, la prassi di concedere così tanto potere alle aziende nel determinare la causa delle fuoriuscite rappresenta un conflitto d’interessi che crea evidenti problemi. Il rapporto di Amnesty International descrive casi in cui le dichiarazioni della Shell, che attribuivano la fuoriuscita di greggio a un sabotaggio, sono state messe in discussione da altre indagini o dai tribunali.
 
Per esempio, a seguito di una grande fuoriuscita di greggio a Batan nel 2002, la Shell ha comunicato al governatore dello stato del Delta che la causa era stata un sabotaggio. La compagnia lo ha fatto con una lettera inviata due giorni prima della conclusione dell’indagine sulla fuoriuscita.  Inoltre, le riprese video dell’evento, insieme alle indagini di un’organizzazione non governativa locale, raccontano una realtà diversa da quella descritta dalla Shell. Un’indagine indipendente ha dimostrato che la fuoriuscita di greggio era stata causata dal cattivo funzionamento degli impianti. Le immagini video sono disponibili sul sito www.amnesty.org.
 
La posizione della Shell sul sabotaggio come causa dell’inquinamento è stata contestata anche nei tribunali nigeriani. Ad esempio, nel caso Shell c Isaiah (1997), la Corte d’appello ha dichiarato di ‘essere convinta che la tesi del sabotaggio sia posticcia. I tre testimoni della difesa sono concordi sul fatto che un vecchio albero è caduto sulla tubatura, danneggiandola. Come può tutto questo essersi trasformato in un taglio della tubatura ad opera di uno sconosciuto? Oltretutto, non vi è alcuna prova che la tubatura sia stata ‘tagliata con un seghetto’…’

È generalmente riconosciuto che la maggior parte delle fuoriuscite di greggio, verificatesi fino alla metà degli anni Novanta, fosse dovuta a problemi infrastrutturali. Per esempio, la stessa Shell, la principale impresa presente nella zona, ha ammesso che nella gran parte dei casi, tra il 1989 e il 1994, la fuoriuscita era stata causata dalla corrosione degli impianti o da problemi operativi e che  solo il 28 per cento delle fuoriuscite era stato attribuito al sabotaggio. Nel 2007, la Shell ha aumentato questa percentuale al 70. Nella replica al rapporto di Amnesty International, la percentuale è ulteriormente salita all’85. Amnesty International riconosce che gli atti vandalici e di sabotaggio costituiscono un problema grave. Tuttavia, la Shell non ha saputo indicare in alcun modo come mai la percentuale degli atti di sabotaggio sarebbe aumentata di tre volte negli ultimi 15 anni.

La Shell ritiene che il rapporto di Amnesty International non rifletta la complessità della situazione.

Il rapporto di Amnesty International prende in esame alcune delle cause di fondo della complessa situazione conflittuale nel Delta del Niger, tra cui l’impatto di mezzo secolo d’inquinamento e danno ambientale sulla popolazione, la mancanza di un efficace sistema di accertamento delle responsabilità e di risarcimento per i danni all’ambiente e ai diritti umani e, infine, l’assenza di trasparenza e informazioni sull’impatto delle attività delle imprese petrolifere. Questi sono fattori chiave del conflitto e della povertà nel Delta del Niger. 
 
La Shell fa ripetutamente riferimento alla complessità della situazione nel Delta del Niger, come se riferirsi alla complessità per evitare di assumersi le proprie responsabilità fosse una risposta standard. La compagnia accusa le comunità locali e i gruppi violenti per le fuoriuscite di greggio, poi li accusa di impedire l’accesso per le bonifiche. Ma questa è solo una parte del problema. Una parte fondamentale del problema è proprio la cattiva condotta della Shell. Inoltre, le azioni delle comunità locali (che Amnesty International non giustifica minimamente), sono iniziate dopo anni in cui la Shell non era stata in grado o non aveva voluto prevenire l’inquinamento o bonificare le zone inquinate e dopo anni di assenza di trasparenza nelle indagini e di risarcimenti. 
 
Per esempio, nel caso della fuoriuscita di greggio verificatasi a Kira Tai, Ogoniland, il 12 maggio 2007, la comunità locale ha informato Amnesty International che la Shell aveva ammesso che la causa era stata la corrosione degli impianti, ma non aveva proceduto a una bonifica adeguata né aveva pagato i danni. Amnesty International ha poi ottenuto il rapporto sulle indagini, sottoscritto da cinque rappresentanti della Shell, dall’agenzia di composizione delle controversie e dalla comunità, che ha confermato questa versione dei fatti. Tuttavia, quando Amnesty International ha sottoposto il caso alla Shell, l’azienda ha dichiarato che si era trattato di sabotaggio, contraddicendo il rapporto ufficiale. Amnesty International ha successivamente chiesto alla Shell di fornire le ragioni per cui le conclusioni del rapporto erano state cambiate, ma non ha mai ricevuto una risposta.

Quando Amnesty International ha visitato la zona, la comunità di Kira Tai ignorava che la Shell avesse modificato le conclusioni del rapporto. Gli abitanti erano ancora in attesa del risarcimento. Quando la Shell invoca la necessità di comprendere la natura complessa della situazione nel Delta del Niger, dovrebbe rendersi conto che è questo tipo di comportamento che alimenta la sfiducia e la rabbia delle comunità locali e, dunque, il conflitto.

Puntando il dito sulla complessità e sull’operato altrui, la Shell sta semplicemente deviando l’attenzione dalla sua cattiva condotta e dalle sue azioni fallimentari. Tutto questo esaspera i problemi del Delta del Niger.

La Shell ha dichiarato che il rapporto di Amnesty International non contiene ‘nuovi approfondimenti’.

Sono le violazioni dei diritti umani in corso quelle che vanno affrontate. Invocando ‘nuovi approfondimenti’, la Shell pare voler depistare l’attenzione dalle prove già emerse e relative al fatto che:

la Shell non svolge un’azione adeguata per impedire l’inquinamento e i danni ai diritti umani. Da anni, la Shell porta avanti pratiche che danneggiano l’ambiente e la popolazione: ad esempio, gli oleodotti non hanno una manutenzione adeguata e le scorie dei processi di lavorazione vengono rilasciate nell’ambiente;
la Shell non bonifica adeguatamente le terre e le acque contaminate e non fornisce risarcimenti idonei;
la Shell manca di trasparenza all’interno del sistema di indagini congiunte sulle fuoriuscite di greggio e di risarcimento delle vittime;
la Shell non rende note le informazioni. Sebbene alcune di esse siano state fornite ad Amnesty International, spesso le comunità del Delta del Niger non hanno accesso alla benché minima informazione sull’impatto dell’industria del petrolio sulle loro vite;
la Shell non coinvolge in modo opportuno le comunità e questo alimenta il conflitto.

La Shell è al corrente di molte di queste cose. Il rapporto di Amnesty International rivolge una serie di raccomandazioni sia al governo nigeriano sia alle compagnie petrolifere, per affrontare questi problemi. La Shell deve fare pulizia (in tutti i sensi) nelle sue operazioni nel Delta del Niger.  

Amnesty International non addossa solo alla Shell le responsabilità per l’inquinamento e i danni all’ambiente del Delta del Niger e per l’impatto umano di tutto questo. Da un lato, l’azione del governo è fallimentare da decenni. Dall’altro, come sottolineato sopra e spiegato nel recente rapporto dell’organizzazione, le azioni delle comunità e dei gruppi armati solo ora costituiscono una parte significativa del problema dell’inquinamento.

La Shell dice che vuole guardare al futuro.

Per andare avanti occorre accertare le responsabilità e pagare i danni del passato. L’assenza di tutto questo significa impunità. Inoltre, se e fino a quando i problemi dell’inquinamento e del danno ambientale causati dal petrolio non saranno affrontati, la popolazione del Delta del Niger non potrà guardare al futuro ma dovrà convivere col passato della Shell, con la sua eredità di ferite all’ambiente e ai diritti umani.

La Shell ritiene che Amnesty International non abbia preso adeguatamente in considerazione le minacce alla sicurezza che l’industria del petrolio nel Delta del Niger deve affrontare.
 
L’industria del petrolio affronta grandi minacce alla sicurezza nel Delta del Niger. Il rapporto di Amnesty International descrive questa regione come una delle aree di produzione del petrolio più insicure nel mondo. Le bande e i gruppi armati sempre più spesso compiono sequestri di lavoratori o di loro familiari, bambini compresi, e attacchi contro le installazioni petrolifere. Si tratta di un problema grave, che dev’essere affrontato in modo adeguato.
 
Tuttavia, il tema dell’insicurezza in questo contesto complesso richiede un approccio multiforme. Questo vuol dire occuparsi tanto dei sintomi quanto delle cause profonde dei problemi. L’uso della forza da parte del governo nigeriano contro le minacce all’industria del petrolio nel Delta del Niger troppo spesso ha provocato gravi violazioni dei diritti umani, sia da parte delle forze di sicurezza nigeriane che dei gruppi armati. Questo acutizza anziché risolvere i problemi.

L’insicurezza nel Delta del Niger non è solo causata dalla violenza armata. È un problema di violazioni dei diritti umani, mancanza di assunzione di responsabilità, assenza di trasparenza, corruzione e grave negligenza governativa. Per certi versi, il conflitto e la violenza armata sono tanto i sintomi quanto la causa della tragedia dei diritti umani in corso nel Delta del Niger.

La Shell afferma che Amnesty International non è stata disponibile a un dialogo aperto con l’azienda mentre stava preparando il rapporto.

Amnesty International ha incontrato la Shell due volte per presentare le proprie conclusioni e intervistare i rappresentanti dell’azienda. 
 
Il primo incontro è avvenuto il 1° aprile 2008 a Port Harcourt, nel Delta del Niger. Amnesty International ha presentato le proprie conclusioni e posto domande. Il secondo ha avuto luogo il 15 settembre 2008 all’Aja, in Olanda, al quartier generale della Shell. Amnesty International aveva inviato in anticipo un elenco scritto di domande, ma la Shell ha rifiutato di rispondere alla maggior parte di esse. 
 
Amnesty International ha anche inviato alla Shell la prima bozza di tutti i più importanti capitoli del rapporto, compresi casi specifici, chiedendo un commento. L’organizzazione ha ricevuto una risposta che non prendeva in considerazione le questioni di sostanza del rapporto. Amnesty International ha poi inviato una seconda bozza del rapporto, sollecitando nuovamente una risposta. Di nuovo, l’organizzazione non ha ricevuto alcuna sostanziale risposta. I pochi commenti significativi sono stati inseriti nel rapporto.
 
Secondo la Shell, Amnesty International non è stata disponibile a un dialogo aperto bensì ‘è arrivata a Port Harcourt per sfidare [la Shell] con delle domande’. Si tratta di una dichiarazione inaccurata e che testimonia una profonda mancata comprensione del ruolo di Amnesty International. In ogni dialogo avente a tema il rapporto in oggetto, la Shell è sembrata disponibile a conversare in termini generici, fino a quando l’argomento non si focalizzava sulle sue attività nel Delta del Niger. Nel corso degli anni, Amnesty International ha avuto molte discussioni con la Shell sul Delta del Niger e sulle questioni legate ai diritti umani. Troppo spesso, dal punto di vista di Amnesty International, queste discussioni, hanno rappresentato un modo per la compagnia per rimanere ‘in contatto’, evitando al contempo di svolgere azioni significative per porre rimedio alle proprie cattive pratiche e ai propri fallimenti.

La Shell ritiene che Amnesty International non abbia adeguatamente riconosciuto il contributo dato dalla compagnia all’economia della Nigeria e allo sviluppo delle comunità del Delta del Niger.
 
Il rapporto di Amnesty International riconosce che la Shell ha fatto qualcosa di positivo per la Nigeria, ad esempio creando occupazione. Tuttavia ciò che l’organizzazione vuole chiarire alla Shell è che, dal punto di vista dei diritti umani, svolgere un’azione positiva da un lato non esonera dalle responsabilità per i danni causati ai diritti umani. Questi non possono essere messi su un piatto della bilancia.

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In sintesi, Amnesty International giudica deludente la risposta della Shell. La compagnia pare voler parlare dei complessi problemi del Delta del Niger alla stregua di un osservatore distaccato, in questo non riconoscendo che le sue attività contribuiscono a quei problemi. 

(30 giugno 2009) Delta del Niger: tragedia dei diritti umani  
(2 luglio 2009) Delta del Niger: positive le dichiarazioni di Eni Spa ma c’è molto altro da fare  
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