Egitto: i militari al potere hanno fatto a pezzi le speranze dei manifestanti del 25 gennaio - Amnesty International Italia

Egitto: i militari al potere hanno fatto a pezzi le speranze dei manifestanti del 25 gennaio

21 novembre 2011

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I militari al potere in Egitto sono venuti completamente meno alla promessa di migliorare i diritti umani e si sono resi invece responsabili di un catalogo di violazioni che in alcuni casi hanno persino superato quelle dell’era di Hosni Mubarak.

È quanto ha denunciato oggi Amnesty International in un rapporto dal titolo ‘Promesse mancate: l’erosione dei diritti umani da parte dei militari al potere‘, che descrive i miseri risultati ottenuti in materia di diritti umani dal Consiglio supremo delle forze armate (Scaf), che governa l’Egitto dalla caduta del presidente Mubarak a febbraio.

Il rapporto viene diffuso all’indomani delle ultime giornate di sangue, che hanno causato molti morti e centinaia di feriti quando l’esercito e le forze di sicurezza hanno tentato con metodi violenti di disperdere le manifestazioni contro lo Scaf convocate al Cairo in piazza Tahrir.

‘Attraverso l’uso delle corti marziali per processare migliaia di civili, la repressione delle proteste pacifiche e l’estensione dello stato d’emergenza in vigore all’epoca di Mubarak, lo Scaf ha perpetuato la tradizione di governo repressivo da cui i manifestanti del 25 gennaio avevano lottato così duramente per liberarsi’ – ha dichiarato Philip Luther, direttore ad interim di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. ‘La brutale e pesante risposta alle proteste degli ultimi giorni ricorda in pieno l’era di Mubarak’.

‘Chi sfida o critica il Consiglio militare, come i manifestanti, i giornalisti, i blogger o i lavoratori in sciopero, viene represso senza pietà, nel tentativo di sopprimerne la voce. Il bilancio dello Scaf in materia di diritti umani dopo nove mesi mostra che gli scopi e le aspirazioni della rivoluzione del 25 gennaio sono stati fatti a pezzi’ – ha proseguito Luther.

Nella sua analisi sul rispetto dei diritti umani in Egitto, Amnesty International rileva che lo Scaf ha rispettato pochi dei suoi impegni pubblici e ha peggiorato la situazione in alcune aree.

Ad agosto, lo Scaf aveva ammesso che circa 12.000 civili erano stati processati dai tribunali militari, con procedure gravemente inique. Almeno 13 persone erano state condannate a morte. Tra i reati contestati agli imputati, ‘banditismo’, ‘violazione del coprifuoco’, ‘danneggiamento di proprietà’ e ‘offesa alle forze armate’.

Il caso del prigioniero di coscienza Maikel Nabil Sanad, un blogger condannato a tre anni di carcere ad aprile per aver criticato le forze armate e aver fatto obiezione di coscienza al servizio militare, è diventato un simbolo. Ad agosto, ha iniziato uno sciopero della fame e la direzione del carcere gli ha negato le medicine necessarie per curare problemi cardiaci. Continua a rimanere in carcere, in attesa dell’esame dell’appello contro la condanna, presentato a ottobre.

Nell’evidente tentativo di ridurre al silenzio le critiche degli organi d’informazione nei confronti dello Scaf, decine di giornalisti e di responsabili di programmi radiotelevisivi sono stati convocati dai procuratori militari. Le pressioni delle forze armate hanno condotto alla cancellazione di alcuni popolari programmi di attualità.

Lo Scaf aveva promesso, nelle sue prime dichiarazioni, che avrebbe ‘svolto un ruolo determinante nel proteggere i manifestanti, a prescindere dalle loro idee”; invece, le forze di sicurezza, compresi i militari, hanno soppresso con violenza parecchie proteste, provocando morti e feriti.

Il 9 ottobre, 28 persone sono state uccise dopo che le forze di sicurezza avevano disperso una manifestazione dei copti. I medici hanno riferito ad Amnesty International di ferite da arma da fuoco e di corpi stritolati dai veicoli blindati che erano passati sopra ai manifestanti. Anziché ordinare un’inchiesta indipendente, l’esercito ha annunciato che avrebbe avocato a sé le indagini e ha cercato in tutta fretta di tacitare ogni critica.

Il noto blogger Alaa Abd El Fatta, che aveva assistito alle violenze del 9 ottobre e aveva criticato la decisione delle forze armate di svolgere per loro conto le indagini, resta ancora in carcere dopo l’interrogatorio del 30 ottobre, in quello che anche in questo caso è apparso un tentativo dello Scaf di zittire le critiche per il bagno di sangue.

Amnesty International ha ricevuto resoconti credibili sull’uso di ‘baltagiya’ armati (‘banditi’) per assalire i manifestanti, una ben nota tattica risalente all’era di Hosni Mubarak.

Le torture in carcere sono proseguite anche sotto lo Scaf. Amnesty International ha intervistato detenuti che hanno denunciato di essere stati torturati in custodia militare. A settembre, è circolato un video in cui soldati e agenti di polizia picchiavano due detenuti. Dopo aver sostenuto di aver condotto un’indagine, la procura militare ha dichiarato che il video era falso, senza fornire ulteriori dettagli.

Lo Scaf, si legge nel rapporto di Amnesty International, annuncia d’impegnarsi a svolgere indagini, per sviare le critiche sulle gravi violazioni dei diritti umani. Promessa mancata anche in questo caso, dato che non è noto un solo caso in cui un responsabile sia stato portato di fronte alla giustizia.

In un noto esempio, il 28 marzo lo Scaf aveva dichiarato che avrebbe indagato sull’uso di ‘test di verginità’, cui erano state obbligate 17 manifestanti arrestate il 9 marzo. Non è stata resa pubblica alcuna informazione relativa a queste indagini. Al contrario, l’unica donna che ha denunciato lo Scaf per quanto accaduto, ha subito vessazioni e intimidazioni.

Anche gli sgomberi forzati degli abitanti degli insediamenti precari sono andati avanti dopo l’assunzione del potere da parte dello Scaf. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto la fine di queste operazioni.

L’organizzazione chiede alle autorità egiziane, compreso lo Scaf, di ripristinare la fiducia nelle istituzioni pubbliche attraverso indagini adeguate e trasparenti sulle violazioni dei diritti umani e l’abolizione della Legge d’emergenza.

A giugno, il Segretario generale di Amnesty International, Salil Shetty, ha incontrato una rappresentanza dello Scaf, sollecitando la fine della Legge d’emergenza, che  dal 1981 limitava iniquamente una serie di diritti fondamentali. A settembre, tuttavia, la Legge d’emergenza è stata estesa fino a coprire reati quali ‘disturbo alla circolazione’, ‘blocco stradale’, ‘diffusione di voci incontrollate’, ‘possesso e vendita di armi’ e ‘aggressione alla libertà di lavorare’. Le persone arrestate sulla base della Legge d’emergenza sono processate da organi speciali conosciuti come i Tribunali supremi di emergenza per la sicurezza dello stato.

‘Le forze armate egiziane non possono continuare a usare la sicurezza come una scusa per mantenere in vigore le stesse vecchie pratiche viste sotto la presidenza di Mubarak. Perché ci sia quell’effettiva transizione verso il nuovo Egitto chiesta dai manifestanti, lo Scaf deve allentare la morsa sulla libertà d’espressione, di associazione e di riunione, abolire lo stato d’emergenza e smetterla di processare i civili di fronte ai tribunali militari’.

Scarica il rapporto in inglese ‘Promesse mancate: l’erosione dei diritti umani da parte dei militari al potere’.

FINE DEL COMUNICATO                                                                              Roma, 22 novembre 2011

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