Egitto: le vittime della repressione delle proteste meritano giustizia - Amnesty International Italia

Egitto: le vittime della repressione delle proteste meritano giustizia

19 maggio 2011

Tempo di lettura stimato: 9'

Le autorità egiziane devono garantire giustizia a tutte le vittime della violenta repressione che si è abbattuta sulle proteste di massa dell’inizio del 2011, provocando almeno 840 morti.

È quanto ha dichiarato Amnesty International, diffondendo un nuovo rapporto, intitolato ‘L’Egitto insorge. Uccisioni, arresti e torture nel corso della ‘Rivoluzione del 25 gennaio”. Il rapporto viene reso noto due giorni prima del processo nei confronti dell’ex ministro dell’Interno Habib El Adly, il quale deve rispondere di varie imputazioni, tra cui l’uccisione di manifestanti.

Secondo Amnesty International, se da un lato le autorità egiziane hanno iniziato a chiamare a rispondere del loro operato alcuni dei funzionari accusati di gravi violazioni dei diritti umani, dall’altro molte vittime della brutalità delle forze di sicurezza rischiano di essere escluse dalla giustizia.

‘Il processo nei confronti di alti funzionari sospettati di essere i responsabili dell’oltraggioso uso della forza eccessiva contro manifestanti pacifici è un primo passo essenziale’ – si legge nel rapporto di Amnesty International. ‘Ma l’azione delle autorità in favore delle vittime deve andare ben oltre. I familiari dei manifestanti uccisi, le persone rimaste gravemente ferite e coloro che hanno subito detenzioni arbitrarie e torture, anche da parte dell’esercito, si aspettano che le autorità si occupino di loro in via prioritaria. Questo significa accertare la verità su quanto accaduto, fornire un’adeguata riparazione e garantire che i responsabili saranno portati di fronte alla giustizia’.

Il rapporto di Amnesty International contiene prove schiaccianti dell’uso della forza eccessiva, segno di flagrante disprezzo per la vita, con l’intento di disperdere e sopprimere le proteste contro l’ex presidente Hosni Mubarak. Molti manifestanti sono morti dopo essere stati raggiunti da colpi di arma da fuoco nella parte superiore del corpo, alla testa e al petto: segno, questo, della volontà di colpire deliberatamente persone che non rappresentavano alcuna minaccia o, quanto meno, di uno sconsiderato uso delle armi.

Nelle proteste sono rimaste ferite oltre 6000 persone, alcune delle quali in forma permanente. Il coordinatore dell’ospedale da campo di piazza Tahrir ha dichiarato ad Amnesty International di aver soccorso circa 300 persone con ferite da colpi d’arma da fuoco agli occhi, con conseguente perdita della vista.

Il 16 febbraio l’ex primo ministro Ahmed Shafik ha reso noto che i familiari dei manifestanti uccisi durante le proteste avrebbero ricevuto un vitalizio di 1500 sterline egiziane al mese o un versamento unico di 50.000 sterline egiziane nel caso in cui la vittima non avesse persone a suo carico.

Amnesty International ha affermato che molto di più dovrebbe essere fatto in favore delle persone rimaste ferite in modo grave, compreso il pagamento delle spese mediche. Funzionari governativi hanno fatto sapere che stanno cercando di capire come aiutare i manifestanti, ma Amnesty International non è al corrente di alcuna azione finora intrapresa.

Inoltre, ha precisato Amnesty International, l’ammontare del risarcimento economico dovrebbe essere valutato caso per caso, tenendo anche conto della gravità della violazione e del danno subito.

Il 14 aprile, la Commissione per l’accertamento dei fatti sulle proteste istituita dal governo egiziano ha reso pubblica una sintesi del suo rapporto, in cui l’ex ministro dell’Interno viene ritenuto responsabile delle uccisioni dei manifestanti. Amnesty International, pur apprezzando complessivamente le conclusioni cui la Commissione è pervenuta e il modo con cui ha cooperato col procuratore generale, ritiene che l’esito dei suoi lavori sia stato troppo circoscritto.

La Commissione non ha pubblicato un elenco completo dei manifestanti uccisi né i particolari sulla loro morte, cosa invece essenziale affinché i familiari delle vittime e la società egiziana nel suo complesso possano fare i conti col trauma di quanto è accaduto. Inoltre, la Commissione non ha indagato a fondo sui singoli casi di detenzioni arbitrarie, torture e altri maltrattamenti, compresi quelli attribuiti alle forze armate.

Il rapporto di Amnesty International documenta numerosi casi di tortura durante la detenzione, nei giorni delle manifestazioni: percosse con bastoni e fruste, scariche elettriche anche su zone sensibili del corpo, obbligo di rimanere in posizioni dolorose per lunghi periodi di tempo, offese verbali e minacce di stupro.

Molte vittime di tortura hanno chiamato in causa i soldati. Fouad (non è il suo vero nome), 36 anni, è stato arrestato il 29 gennaio e trasferito nella prigione militare di Heikstep: ‘Quando siamo entrati nel blocco, i soldati ci hanno fatto sdraiare a pancia in giù nel corridoio, ci hanno picchiato con bastoni e fruste e hanno usato la corrente elettrica’.

Amnesty International ritiene che le vittime di tortura debbano ricevere una riparazione adeguata e che le autorità debbano proclamare in modo chiaro l’impegno a sradicare la tortura.

Molte persone arrestate nel corso delle proteste sono state processate da tribunali militari, nonostante fossero civili. Il ricorso a procedure del genere viola i requisiti fondamentali del giusto processo e dei processi equi e continua a sollevare dubbi sull’effettivo impegno delle forze armate egiziane a istituire lo stato di diritto nel paese.

Amnesty International ha sollecitato lo svolgimento di ulteriori indagini sulla morte di almeno 189 detenuti durante una rivolta carceraria.

‘Molte centinaia di persone che hanno subito gravi violazioni dei diritti umani durante questo periodo sono ancora in attesa di ricevere giustizia, come le famiglie delle vittime di omicidio illegale, i detenuti sottoposti a tortura e le vittime dell’uso della forza eccessiva da parte delle forze di sicurezza in contesti non indagati dalla Commissione governativa’ – rileva il rapporto di Amnesty International.

‘Le autorità egiziane hanno molto da fare per ripristinare la fiducia nelle istituzioni, sin qui viste come strumento di repressione e ostacolo alla giustizia. Devono iniziare abolendo le leggi che hanno consentito di commettere violazioni dei diritti umani e prendendo misure per evitare che quelle violazioni si ripetano’.

Amnesty International ha trasmesso le sue conclusioni al procuratore generale affinché possano contribuire alle indagini nei confronti dei responsabili delle violazioni dei diritti umani.

Ulteriori informazioni

Il rapporto ‘L’Egitto insorge. Uccisioni, arresti e torture nel corso della ‘Rivoluzione del 25 gennaio” si basa prevalentemente sulla missione di ricerca effettuata da Amnesty International tra il 30 gennaio e il 3 marzo 2011 nella Grande Cairo, nel governatorato di Beni Suef, ad Alessandria, Suez, Port Said ed El Mahalla.

Scarica il rapporto in inglese ‘L’Egitto insorge. Uccisioni, arresti e torture nel corso della ‘Rivoluzione del 25 gennaio”

FINE DEL COMUNICATO                                                                              Roma, 19 maggio 2011

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