Egitto, tre anni dopo la ‘rivoluzione del 25 gennaio’, la repressione su vasta scala prosegue senza sosta

22 Gennaio 2014

Tempo di lettura stimato: 9'

In un nuovo, duro rapporto pubblicato alla vigilia del terzo anniversario della ‘rivoluzione del 25 gennaio’, Amnesty International ha dichiarato che le autorità egiziane stanno usando ogni mezzo a loro disposizione per sopprimere il dissenso e violare i diritti umani. Il rapporto, intitolato ‘La roadmap verso la repressione. Nessuna fine in vista per le violazioni dei diritti umani‘, Amnesty International dipinge un quadro sconfortante sulla situazione dei diritti e delle libertà in Egitto dalla deposizione, nel luglio 2013, del presidente Morsi.

Negli ultimi sette mesi, l’Egitto ha assistito a una serie di dannosi colpi ai diritti umani e a una violenza di stato senza precedenti. Tre anni dopo, le richieste di dignità e diritti umani della ‘rivoluzione del 25 gennaio’ restano più lontane che mai.  Parecchi dei promotori sono dietro le sbarre mentre repressione e impunità sono all’ordine del giorno‘ – ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Da ogni punto di vista, le autorità egiziane hanno stretto la morsa intorno alla libertà d’espressione e di manifestazione. Hanno introdotto leggi repressive per poter ridurre più facilmente al silenzio le voci critiche e stroncare le proteste. Le forze di sicurezza hanno avuto via libera per agire al di sopra della legge e senza timore di essere chiamate a rispondere del loro operato.

Con queste misure in essere, l’Egitto ha intrapreso decisamente la strada verso un ulteriore periodo di repressione e di scontro. A meno che le autorità non cambieranno orientamento e prenderanno misure concrete per dimostrare il loro rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, a iniziare da subito col rilascio incondizionato dei prigionieri di coscienza, è probabile che le carceri del paese si riempiranno di persone detenute illegalmente e i suoi obitori e ospedali di un numero ancora maggiore di vittime dell’uso arbitrario della forza da parte della polizia‘ – ha proseguito Sahraoui. Lo scorso fine settimana il presidente Adly Mansour ha dichiarato che la nuova costituzione egiziana favorirà la costruzione di un paese che ‘rispetta le libertà e la democrazia e rende i diritti e la giustizia una modalità di lavoro e di vita’.

Nella realtà, la situazione attuale dei diritti umani è spaventosa. Il governo egiziano sarà giudicato non dalle sue parole, ma dalle sue azioni. Le assicurazioni verbali resteranno prive di senso se la repressione sul terreno continuerà ad aumentare e se basterà un tweet per finire in prigione. Le autorità devono allentare la presa sulla società civile e consentire le manifestazioni pacifiche così come altre forme di espressione del dissenso. Le politiche in vigore sono il tradimento delle aspirazioni a pane, libertà e giustizia sociale della ‘rivoluzione del 25 gennaio” – ha commentato Sahraoui. Negli ultimi mesi, la violenza ha raggiunto livelli senza precedenti: le forze di sicurezza hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani, ricorrendo regolarmente alla forza eccessiva, a volte letale, nei confronti di manifestanti dell’opposizione e di proteste nei campus universitari.

Dal 3 luglio 2013, 1400 persone sono state uccise nel corso delle violenze politiche, la maggior parte delle quali a causa della forza eccessiva della polizia. Nessuna indagine adeguata è stata aperta sulla morte di oltre 500 sostenitori di Morsi in occasione dello sgombero, col ricorso alla forza eccessiva, del sit-in di Rabaa al-Adawiya dell’agosto 2013. Non un solo membro delle forze di sicurezza è stato incriminato per quel bagno di sangue senza precedenti.

Invece di tenere a freno le forze di sicurezza, le autorità hanno di fatto fornito loro il mandato per la repressione. Ancora una volta, in Egitto, è stata usata la retorica della ‘lotta al terrorismo’ per giustificare ampie repressioni senza distinguere tra attacchi violenti e legittima espressione del dissenso. Le forze di sicurezza dovrebbero rispondere delle violazioni dei diritti umani. Invece, consentendo loro di agire impunemente, le autorità le hanno incoraggiate. Il ciclo di abusi sarà spezzato solo quando lo stato di diritto si applicherà nei confronti di tutti, a prescindere dal ruolo gerarchico o dall’affiliazione politica‘ – ha sottolineato Sahraoui.

Dalla ‘rivoluzione del 25 gennaio’, giusto una manciata di agenti delle forze di sicurezza di basso rango è stata condannata per la morte di manifestanti.

Nei mesi successivi alla rimozione dal potere del presidente Mohamed Morsi, posti di blocco dell’esercito, personale di sicurezza ed edifici governativi sono finiti sempre più sotto l’attacco di gruppi che le autorità chiamano ‘terroristi’. Sebbene il governo egiziano abbia il diritto e il dovere di proteggere la vita e processare i responsabili di tali reati, i diritti umani non dovrebbero essere sacrificati nel nome della ‘lotta al terrorismo’.

Alla vigilia del terzo anniversario della rivolta il ministro dell’Interno Mohamed Ibrahim ha messo in guardia che le prigioni e le stazioni di polizia sono state protette con armi pesanti. In un’esibizione di forza, che dimostra tutta l’attuale baldanza delle forze di sicurezza, egli ha sfidato chiunque a provare la loro potenza.

Il più grave giro di vite è stato nei confronti della libertà di espressione e di manifestazione. Migliaia di presunti sostenitori e membri della Fratellanza musulmana sono stati arrestati per aver contestato la deposizione di Mohamed Morsi. Non sono stati risparmiati donne, uomini e bambini che esprimevano pacificamente la loro opposizione alle forze armate.

A dicembre, la Fratellanza musulmana è stata ufficialmente definita ‘organizzazione terrorista’ e ciò ha reso ancora più facile la repressione del gruppo. Il 23 dicembre, almeno 1055 associazioni caritatevoli affiliate alla Fratellanza musulmana si sono viste congelare i conti.

Durante le proteste e gli scontri sono state arrestate anche centinaia di studenti. A novembre la polizia antisommossa ha usato gas lacrimogeni e armi da fuoco all’interno del campus universitario del Cairo, uccidendo lo studente 19enne Mohamed Reda.

Attivisti e studenti non appartenenti a gruppi religiosi sono stati presi a loro volta di mira, nel tentativo apparente del governo di stroncare ogni forma di dissenso lungo tutto l’arco politico. Noti attivisti della ‘rivoluzione del 25 gennaio’ sono in carcere per aver osato chiedere diritti umani e la fine dell’impunità.

La nuova legge che limita i raduni pubblici e le manifestazioni costituisce una grave minaccia alla libertà di riunione e concede alle forze di sicurezza la licenza di ricorrere alla forza eccessiva nei confronti di dimostranti pacifici. Ne è derivata la formalizzazione della repressione di stato e il via libera agli abusi delle forze di sicurezza.

A tutto questo si aggiungono gli attacchi ai giornalisti e alla libertà di stampa, le irruzioni nelle sedi delle Organizzazioni non governative e le restrizioni alle loro attività.

È in atto un tentativo concertato di ridurre al silenzio ogni osservatore indipendente, dagli attivisti ai giornalisti fino alle Organizzazioni non governative, che rende più difficoltoso operare in Egitto e continuare a documentare e denunciare le violazioni dei diritti umani‘ – ha chiarito Sahraoui. Le autorità hanno anche cercato di utilizzare il sistema giudiziario come strumento di repressione. ‘La magistratura è usata per punire gli oppositori mentre agli autori delle violazioni dei diritti umani si permette di camminare liberi‘ – ha concluso Sahraoui.

FINE DEL COMUNICATO                              Roma, 23 gennaio 2014

Per interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it