Eritrea: 20 anni d'indipendenza ma ancora senza libertà - Amnesty International Italia

Eritrea: 20 anni d’indipendenza ma ancora senza libertà

7 maggio 2013

Tempo di lettura stimato: 19'

Il 24 maggio 1993, l’Eritrea è stata formalmente riconosciuta come nazione indipendente in seguito a un referendum supervisionato dalle Nazioni Unite  che ne ha confermato la separazione dall’Etiopia, contro la quale aveva combattuto una guerra durata 30 anni. Vent’anni dopo le euforiche celebrazioni e la promessa d’indipendenza, migliaia di prigionieri di coscienza e politici patiscono nelle prigioni eritree senza accusa né processo, solo per aver espresso la propria opinione, professato la propria religione o per aver tentato di fuggire alla repressione nel loro paese.

Durante i 20 anni dell’indipendenza dell’Eritrea, il governo del presidente Isaias Afewerki è ricorso sistematicamente ad arresti e detenzioni arbitrarie per reprimere tutta l’opposizione, mettere a tacere i dissidenti, e punire chiunque si rifiutasse di accettare il sistema repressivo. Migliaia di prigionieri politici e di coscienza sono scomparsi mentre erano detenuti in segreto e in isolamento, senza accusa né processo e senza avere contatti con il mondo esterno.

Tra i detenuti ci sono oppositori e critici – reali o sospettati – del governo, politici, giornalisti, membri di gruppi religiosi registrati e non, persone che cercavano di sfuggire o disertare il servizio nazionale obbligatorio a tempo indeterminato o di scappare dal paese. Al posto degli individui che si sono sottratti, sono stati arrestati loro familiari.
Senza alcuna eccezione nota, nessuno di questi migliaia di prigionieri è mai stato accusato o processato né ha potuto incontrare un avvocato. Le loro famiglie non sanno dove si trovino esattamente e, in molti casi, non hanno più avuto loro notizie.

La segretezza di queste detenzioni li rende particolarmente vulnerabili a torture, maltrattamenti o uccisioni illegali. Molti sarebbero morti nelle prigioni; i prigionieri vengono torturati e sottoposti a diverse forme di maltrattamento per punirli, interrogarli oppure a scopo di coercizione.

Le condizioni di detenzione sono pessime e, per se stesse,  equivalgono a trattamento o punizione crudele, disumana e degradante. Di frequente i detenuti sono tenuti in celle sotterranee o in container di metallo, spesso in località situate nel deserto e quindi esposti a calore e freddo estremi. Acqua, cibo e servizi sanitari sono scarsi.

Nel suo 20esimo anniversario d’indipendenza, l’Eritrea è un paese dove i diritti umani sono sistematicamente violati. Amnesty International sollecita il presidente Isaias Afewerki a:

rilasciare tutti i prigionieri di coscienza arrestati per aver esercitato pacificamente i loro diritti alla libertà di espressione, opinione, associazione o religione o la loro identità come familiari dei disertori;
accusare le persone sospettate di un reato penale riconoscibile, altrimenti rilasciarli immediatamente;
rendere noto subito dove si trovino e lo stato di salute di tutti i prigionieri e far sì che ricevano tutte le cure mediche necessarie;
fermare il ricorso alla tortura.

Arresti e detenzioni

Queste migliaia di arresti dimostrano l’assoluta intolleranza verso il dissenso da parte del governo e del presidente Isaias Afewerki; questo dissenso può avere la forma di critiche reali o sospettate verso il governo e sono considerate critiche anche le discussioni sulle riforme e  i diritti umani; è considerato dissenso anche se una persona non si uniforma al sistema restrittivo imposto dallo stato, che comprende le limitazioni alla libertà religiosa e l’obbligo di svolgere il servizio nazionale a tempo indeterminato; è dissenso, inoltre, se una persona tenta di lasciare il paese per sottrarsi a quest’obbligo.
È impossibile saper esattamente quanti prigionieri di coscienza e prigionieri politici siano attualmente o siano stati detenuti in modo arbitrario in Eritrea. Ma si tratta almeno di 10.000 persone.

DETENUTI

Prigionieri politici e di coscienza
Il governo eritreo, e in particolare il presidente Isaias Afewerki, non tollera alcun dissenso, neanche da parte dei membri più autorevoli del governo. Il partito in carica non può mettere in discussione le politiche del governo. È ammesso un solo partito politico – quello al potere, il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (Pfdj) – e dal 2001 non ci sono media indipendenti che possano esaminare l’operato del governo.

Molti di coloro che hanno portato l’Eritrea all’indipendenza eritrea patiscono in celle, in isolamento, per aver tentato di esercitare i diritti sanciti dalla mai attuata Costituzione del loro nuovo paese. Con loro ci sono migliaia di prigionieri di coscienza e politici. Centinaia di persone sono state arrestate per dissenso, reale o presunto, o perché si opponevano al governo. Tra questi ci sono membri di rilievo del governo, giudici, persone che avevano combattuto per l’indipendenza e dipendenti di organizzazioni non governative, assieme a innumerevoli altre persone.

Il caso più lungo caso di detenzione, di cui è a conoscenza Amnesty International, riguarda Mohamed Meranet, un giudice della città di Keren arrestato il 17 luglio 1991 – poco dopo l’indipendenza de facto dell’Eritrea dall’Etiopia. Nonostante non siano state date le motivazioni di questo arresto, secondo fonti non ufficiali sarebbe sospettato di aver intrattenuto relazioni con il governo etiope. Da oltre 22 anni, Mohamed Meranet è in detenzione arbitraria, senza accusa, processo, revisione giudiziaria e senza poter incontrare un avvocato. Da allora, la sua famiglia non ha più avuto sue notizie.

Da settembre 2001, i politici di alto profilo che componevano il G15, sono detenuti in isolamento in un luogo segreto. Sono stati arrestati dopo aver scritto una lettera aperta ai membri del partito al potere chiedendo riforme e dialogo democratico.

L’imprenditore Senay Kifleyasus è stato arrestato nell’ottobre 2011 ed è detenuto arbitrariamente in un luogo sconosciuto. La sua famiglia non ha ricevuto alcuna motivazione per il suo arresto, ma si crede abbia a che fare con un cablogramma non censurato di Wikileaks secondo il quale un uomo, la cui identità sarebbe assimilabile a quella di Senay, avrebbe criticato la ‘disastrosa gestione del paese’ del presidente Isaias.

Il 21 gennaio 2013, un gruppo di 200 soldati ha occupato il ministero dell’Informazione nel pieno centro di Asmara e mandando in onda un messaggio che chiedeva il rilascio di tutti i prigionieri politici e per l’attuazione della Costituzione del 1997. Da allora almeno 187 persone sono state arrestate e detenute in località sconosciute. Tra gli arrestati, ci sono persone in posizioni di alto profilo tra le autorità, quali Abdullah Jaber, capo del dipartimento degli Affari organizzativi del partito al potere, Ibrahim Toteel, governatore della regione del Nord del Mar Rosso, Mustafa Nurhussein, governatore della regione del Sud, e Ahmed Alhag, ministro delle Attività estrattive.

Sono ignoti i luoghi in cui sono detenuti. Data questa segretezza – come per tutti i prigionieri politici in Eritrea – e la natura dei loro atti di dissenso, queste persone sono considerate ad alto rischio di tortura e maltrattamenti.

Giornalisti
Il 19 settembre 2001 il governo eritreo ha chiuso le attività della stampa indipendente e arrestato 10 giornalisti. I 10 sono in detenzione segreta e arbitraria e in isolamento – senza accusa né processo – da allora. Secondo notizie non confermate, diversi di loro sono morti in detenzione.

Da allora, nel paese non c’è libertà di stampa. Ciò nonostante, giornalisti impiegati negli organi di stampa statali continuano a essere arrestati.

Un giornalista arrestato prima delle misure repressive del settembre 2001 è ancora detenuto senza accusa o processo. Gebrehiwot Keleta, 49 anni, cronista del giornale Tsegenay, è stato arrestato nel giugno del 2000 dopo aver incontrato, con altri giornalisti, un ufficiale dell’ambasciata americana.

Nel febbraio 2009 l’intero staff di Radio Bana – stazione radio sponsorizzata dal ministero dell’Istruzione, che trasmette programmi educativi – è stato arrestato. La maggior parte di loro è stata rilasciata successivamente, ma alcuni rimangono detenuti senza accusa né processo.

Religiosi
Nei 20 anni dall’indipendenza dell’Eritrea, migliaia di religiosi sono stati arrestati per aver esercitato il loro diritto alla libertà di religione.

Nel 2002, il governo ha ritirato la registrazione dei gruppi religiosi di minoranza e ha ordinato a tutte le religioni non registrate di registrarsi, di fornire informazioni sui loro membri e finanze, e di chiudere i luoghi di culto finché non si fossero registrati. Successivamente, sono state ufficialmente riconosciute solo quattro culti: la Chiesa eritrea ortodossa, le Chiese cattolica e luterana e l’Islam. Da allora, migliaia di persone sono state arbitrariamente detenute per aver professato una religione non autorizzata dallo stato e subiscono tortura e coercizione affinché rinneghino il loro credo.

I gruppi cristiani stimano che i cristiani detenuti in Eritrea siano tra i 2000 e 3000. Più di 100 sarebbero stati arrestati tra gennaio ed aprile 2013.

Persone che sfuggono al servizio nazionale
Dal 1995 migliaia di persone in Eritrea sono state arrestate o trattenute per aver cercato di fuggire dalla prospettiva della leva a tempo indeterminato nella forma del servizio nazionale.
Tutti i cittadini tra i 18 e i 40 anni hanno l’obbligo di svolgere il servizio nazionale. Il periodo iniziale di 18 mesi, generalmente consiste in sei mesi di servizio militare e 12 mesi nei servizi militari o governativo. Tuttavia, questo periodo è spesso esteso a tempo indeterminato. Gran parte della popolazione adulta è attualmente impegnata nel servizio nazionale obbligatorio, molti sono stati chiamati alle armi da oltre 10 anni. Fonti non ufficiali sostengono che in alcuni casi sono stati reclutati minori a 17 anni di età.

Coloro che vengono reclutati nel servizio nazionale sono assegnati ai lavori forzati in progetti statali e privati e nelle imprese. Il salario di base per il servizio nazionale è di 450 nakfa (circa 30 dollari) al mese.

Nonostante il rischio di essere catturati e duramente puniti, il tasso di diserzione dal servizio nazionale è molto alto. I renitenti alla leva o disertori vengono arbitrariamente trattenuti, senza accusa né processo, spesso per un periodo che va da uno a due anni. Quando tornano in libertà, sono costretti a tornare a ricoprire il loro incarico nel servizio nazionale.

Persone che fuggono dal paese
Le restrizioni e le violazioni dei diritti fondamentali e libertà, la prospettiva della leva a tempo indeterminato sotto forma di servizio nazionale e le limitate opportunità di lavoro e istruzione, spingono migliaia di eritrei, ogni mese, a tentare la fuga dal paese. Quando una persona viene colta nel tentativo di scappare, sono previsti l’arresto arbitrario e la custodia cautelare; i casi di arresto sono stati numerosi e spesso sono stati periodi di detenzione di uno o due anni.

Familiari dei disertori o persone che scappano
Le famiglie di coloro che tentano la fuga dal paese vanno incontro a rappresaglie, compresa la possibile reclusione come punizione per l’abbandono del regime da parte del familiare, e per essersi sottratto al servizio nazionale. Il governo eritreo ha arrestato numerosi familiari di coloro che hanno abbandonato la leva o hanno disertato e che non avevano pagato cospicue multe.

Condizioni delle prigioni
Esiste un’estesa rete di luoghi di detenzione in Eritrea. Grandi strutture carcerarie, prigioni ad alta sicurezza più piccole, prigioni nei campi militari, e stazioni di polizia sono utilizzati per trattenere prigionieri di coscienza e prigionieri politici per lunghi periodi.

Alcuni luoghi di detenzione sono ben noti, altri sono segreti o appositamente costruiti, e altri ancora sono improvvisati. Il numero esatto dei centri di detenzione in Eritrea non è noto, ma secondo alcune stime sarebbero oltre 200.

Esercito, intelligence militare e polizia hanno le proprie prigioni. Ogni divisione dell’esercito ne possiede una. Alcune si trovano nei campi militari, altre in luoghi diversi. Viene regolarmente riportato che nei centri di detenzione nei campi militari di Sawa, Me’eter, Mai Serwa e Wi’a vi siano persone detenute per aver esercitato la loro fede, evaso il servizio nazionale o tentato di fuggire dal paese; ma anche per presunte infrazioni durante il servizio nazionale, ad esempio per aver praticato una religione vietata, indisciplina o per aver tentato di abbandonare il servizio.  Il Servizio nazionale di sicurezza avrebbe numerose prigioni nel paese, di cui almeno tre ad Asmara; si sospetta che in alcuni luoghi si utilizzino edifici civili come prigioni. Si crede che molti politici, giornalisti e leader religiosi siano detenuti in prigioni ad alta sicurezza, tra cui Eiraeiro, a nord della strada tra Asmara e Massawa, e Karchele ad Asmara. Prigionieri di alto profilo sono trattenuti in isolamento presso località ignote.

Numerosi centri di detenzione usano celle sotterranee e container di metallo per trattenere i prigionieri, spesso in località situate nel deserto ed esposte a caldo e freddo estremi; questo comporta che celle sotterranee e container – che amplificano le temperature estreme proprie dei luoghi di detenzione  – siano molto caldi durante il giorno e freddi di notte. Le condizioni sono così estreme che i prigionieri non possono sedersi o sdraiarsi senza scottarsi la pelle.

Le celle sotterranee e i container da trasporto solitamente non sono ventilati e ai prigionieri è negata la possibilità di vedere la luce del giorno. Le celle non hanno servizi sanitari e, secondo quanto riportato da ex detenuti, ai prigionieri è concesso di uscire solo per brevi momenti per poterne usufruire, una o due volte al giorno.

Il cibo è scarso e di bassa qualità, l’acqua è fornita in quantità limitate, nonostante le alte temperature in molti dei luoghi di detenzione. Testimonianze di ex-detenuti riportano come spesso l’acqua offerta fosse sporca, non potabile. Malattie e patologie sono diffusissime e spesso di registra un sovraffollamento dei luoghi di detenzione.

Amnesty International ha ricevuto molte denunce di morti nelle carceri, per  tortura, suicidio o per le condizioni  pessime. Tra questi si contano anche decessi per patologie curabili quali malaria e per l’eccesso di caldo,  per cibo e servizi igienici inadeguati. Non esiste trasparenza né tantomeno un procedimento ufficiale per informare le famiglie della morte del congiunto deceduto. Molte famiglie non hanno idea se i loro parenti siano vivi. A volte si verifica una fuga di notizie tramite persone che sono amiche delle guardie o che le corrompono, a seguito di ricoveri ospedalieri o da parte dei prigionieri rilasciati. Il governo dell’Eritrea continua a rifiutarsi di confermare o smentire queste denunce e di fornire informazioni su dove si trovino i prigionieri e sul loro stato di salute.

Tortura e maltrattamento

Tortura e altre forme di maltrattamento sono diffuse a scopo di punizione, interrogazione  o coercizione. Un metodo punitivo frequentemente denunciato consiste nel legare i prigionieri con delle corde in posizioni dolorose per lunghi periodi. Spesso il prigioniero, legato, è lasciato sotto il sole per molto tempo. Una delle posizioni maggiormente denunciate è quella dell’ ‘elicottero’, dove le mani e i piedi della vittima sono legati dietro la schiena, con il corpo sdraiato e la faccia rivolta al suolo, sotto il sole del deserto, la pioggia o il freddo delle notti. Questo tipo di punizione viene praticata per un certo numero di giorni; il massimo dei giorni denunciati è stato 55 nella prigione dell’isola Kebir delle Dahlak, ma spesso si tratta di una o due settimane. Il prigioniero viene tenuto legato in questa posizione 24 ore su 24, ad eccezione di due o tre brevi intervalli durante i pasti o per usufruire dei servizi igienici.

Alcuni ex-detenuti hanno detto che gli sono stati legati i gomiti dietro la schiena o lo hanno visto fare ad altri prigionieri. Un uomo ha riferito ad Amnesty International di aver visto un suo compagno detenuto e amico perdere una mano per esser stato legato in questo modo.

Un altro metodo spesso denunciato consiste nel forzare i detenuti a camminare su oggetti taglienti a piedi nudi, o rotolarsi a terra sopra pietre affilate o sul terreno ruvido. Alcune volte i prigionieri sono obbligati a denudarsi prima.