Filippine: impunità tra le forze di polizia - Amnesty International Italia

Filippine: impunità tra le forze di polizia

3 dicembre 2014

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Amnesty International ha lanciato oggi un’iniziativa per fermare la tortura nelle Filippine. L’iniziativa, nell’ambito della campagna globale “Stop alla tortura”, denuncia il dominante clima d’impunità presente nel paese, che permette alle forze di polizia di considerarsi al di sopra della legge e non essere punite per gli atti di tortura commessi.

Nonostante le Filippine abbiano ratificato due importanti trattati internazionali contro la tortura, metodi quali le scariche elettriche, le finte esecuzioni, il waterboarding (simulazione d’annegamento), la semi-asfissia con buste di plastica, i pestaggi e gli stupri continuano a essere usati per estorcere confessioni o somme di danaro.

Troppi agenti di polizia abusano del loro potere facendosi beffe del loro dovere di proteggere e servire i cittadini” – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, a Manila per il lancio della campagna. “Le leggi ci sono. Sta al governo applicarle, altrimenti rischierà di porre la polizia al di sopra della legge”. L’adozione, cinque anni fa, di una legge contro la tortura avrebbe dovuto essere uno spartiacque storico, ma da allora non c’è stata neanche una condanna. “Le Filippine mostrano un’incoerenza: il paese è esemplarmente sollecito quando si tratta di firmare i trattati sui diritti umani ma senza esemplari condanne verso i torturatori questi impegni sui diritti umani rischiano di essere promesse vuote” – ha commentato Shetty. “Il governo filippino sta perdendo l’opportunità di diventare un esempio virtuoso di impegno per il rispetto dei diritti umani in Asia”.

Nel rapporto presentato oggi a Manila, Amnesty International ha incluso oltre 55 agghiaccianti testimonianze raccolte dal 2009, l’anno dell’introduzione della legge contro la tortura; 21 delle persone intervistate erano minorenni quando subirono la tortura. Otto hanno dichiarato di essere state minacciate con le armi o di essere state sottoposte a un gioco chiamato “la ruota della tortura”. Il rapporto denuncia anche una serie di tentate esecuzioni extragiudiziali, compresi i racconti di due persone cui gli agenti di polizia spararono e che vennero credute morte.

Darius Evangelista, un facchino arrestato nel marzo 2010 a Manila, venne portato nell’ufficio privato di un commissario di polizia, con gli occhi coperti dal nastro adesivo. Il commissario disse “Finitelo!”.

Il resto si vede in un filmato registrato con un telefonino. Evangelista è disteso nudo. Un uomo in borghese seduto di fronte a lui tira più volte una corda legata ai genitali. Nelle inquadrature compaiono anche agenti in divisa. La sua testa mozzata, con tre ferite da colpi d’arma da fuoco, venne ritrovata poco tempo dopo. Nessun agente di polizia è stato condannato. Tre dei sette agenti sospettati di aver torturato Evangelista sono ancora in libertà.

Lo spietato operato delle forze di polizia spesso si associa alla totale mancanza d’attenzione per i dettagli.

Jerryme Corre è stato arrestato il 10 gennaio 2012 nella provincia di Pampanga mentre stava andando a visitare un parente. Inseguito da più di 10 uomini in borghese e armati di pistola, venne bloccato in strada e picchiato. Portato in una stazione di polizia, lo sottoposero per ore a scariche elettriche, pestaggi coi bastoni di legno e simulazione d’annegamento. Durante gli interrogatori, tra un insulto e l’altro, lo chiamavano con un altro nome. Alla fine, un ufficiale avvisò che si era trattato di un errore ma l’uomo venne comunque incriminato.

Le vicende di Darius Evangelista e di Jerryme Corre hanno portato la fiducia dei cittadini nelle forze di polizia ai livelli minimi. Un recente sondaggio di Transparency International ha rilevato che il 69 per cento dei filippini ritiene che la polizia sia corrotta. Eppure il governo non ha preso provvedimenti.

Poche persone hanno il coraggio di presentare denuncia, sapendo che rischieranno rappresaglie, intimidazioni e minacce da parte degli stessi agenti di polizia o da malviventi da questi assoldati.

Rowelito Almeda, 45 anni, è stato picchiato e sottoposto a scariche elettriche per cinque giorni in un ufficio segreto della polizia a Laguna, a sud della capitale Manila, dove gli agenti usavano una “ruota della tortura” per stabilire che tipo di tortura avrebbero inflitto alle loro vittime. È stato salvato dalla Commissione per i diritti umani ma dopo la sua denuncia, la polizia ha offerto una somma di denaro a suo cugino per ucciderlo.

Di conseguenza, molte vittime della tortura non rivelano l’inferno che hanno subito. Cinque delle persone intervistate da Amnesty International hanno raccontato di aver ritirato l’iniziale denuncia a causa delle minacce e delle intimidazioni ricevute.

La vasta maggioranza delle persone intervistate da Amnesty International non ha mai sporto denuncia. Altre ritengono che sia una cosa inutile, dato che la Commissione per i diritti umani dal 2001 – anno della sua istituzione – ha ricevuto 457 denunce, su nessuna delle quali è stata mai pronunciata una condanna.

Chi presenta denuncia deve superare una serie di ostacoli burocratici, a causa di regole e procedure incoerenti e non chiare. Le denunce vengono spesso archiviate per ragioni tecniche. Tra le sue raccomandazioni al governo filippino, Amnesty International chiede di istituire un’unica commissione indipendente ed efficace per ricevere le denunce nei confronti delle forze di polizia.

Dopo cinque anni dall’introduzione della legge, dopo centinaia di denunce e zero condanne, è dolorosamente ovvio che la normativa contro la tortura non viene applicata. Occorre uno sforzo congiunto per sradicare la tortura e la cultura dell’impunità che la perpetua, a partire da misure efficaci di prevenzione e, quando non bastino, procedere con indagini approfondite, condanne adeguate e meccanismi indipendenti di denuncia per assicurare che nessuno sia al di sopra della legge” – ha concluso Shetty.