Il G8 di Genova del 2001: Diaz, Bolzaneto e Carlo Giuliani, una ferita ancora aperta

Dal 19 al 21 luglio 2001 Genova ospitò il vertice del G8, l’incontro tra i governi delle otto nazioni più industrializzate. In quei giorni, oltre 200.000 persone arrivarono in città per partecipare a iniziative e manifestazioni contro la globalizzazione economica, in larga parte pacifiche.

Il G8 di Genova è però ricordato soprattutto per le gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante quei giorni: le violenze in strada contro persone manifestanti e giornaliste, l’irruzione notturna alla scuola Diaz, i maltrattamenti e le torture nella caserma di Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani.

A 25 anni da quei fatti, Genova 2001 resta una pagina centrale della storia italiana recente. Non riguarda solo la memoria di chi era presente: riguarda il diritto di manifestare, l’uso della forza indiscriminata da parte delle forze di polizia, l’accertamento delle responsabilità e le garanzie perché violazioni simili non si ripetano.

 

«Una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente».

 

Così Amnesty International descrisse, un anno dopo, quanto accaduto durante il G8 di Genova per evidenziare l’ampiezza e gravità delle violazioni dei diritti civili e politici e denunciare come non si fosse trattato di singoli e isolati eccessi, ma di pratiche di polizia e di gestione dell’ordine pubblico con precise responsabilità in tutta la catena di comando.

Che cosa accadde durante il G8 di Genova

Nei giorni del vertice, Genova fu attraversata da cortei, manifestazioni e iniziative del movimento cosiddetto “antiglobalizzazione”. Alcune proteste degenerarono in violenze e danneggiamenti, ma la maggior parte delle persone scese in piazza pacificamente.

Già prima del vertice, Amnesty International aveva chiesto alle autorità italiane di garantire la protezione dei manifestanti e di limitare l’uso della forza ai soli casi in cui sarebbe stato davvero necessario e legittimo.

Accadde invece il contrario. Durante le giornate del G8, persone che manifestavano pacificamente e giornalisti subirono aggressioni indiscriminate da parte di agenti di polizia. Alla fine del vertice si contarono centinaia di feriti e un morto: Carlo Giuliani, colpito da un proiettile sparato da un carabiniere in Piazza Alimonda.

Auto incendiata alla confluenza fra le vie Montevideo e Tolemaidedi Ares Ferrari/CC BY-SA 3.0/Wikimedia Commons

Auto incendiata alla confluenza fra le vie Montevideo e Tolemaide

Genova, Diaz: il raid alla scuola nella notte tra il 21 e il 22 luglio

Quando si parla della Diaz di Genova si fa riferimento all’irruzione avvenuta nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 nei locali come alloggio da alcuni manifestanti e come centro stampa del Genoa Social Forum.

Durante il raid, le persone presenti nell’edificio furono picchiate con violenza da decine e decine di agenti in tenuta antisommossa. Negli anni successivi, le sentenze avrebbero ricostruito la gravità di quanto avvenuto: percosse sistematiche, lesioni gravi, persone colpite mentre erano a terra, violenze che avevano messo in pericolo la vita di alcune di loro.

Nel 2010 la corte d’appello di Genova ritenne colpevoli 25 dei 28 pubblici funzionari accusati per le violenze commesse durante l’irruzione. Molti reati, tuttavia, finirono in prescrizione. Il processo Diaz divenne così uno dei simboli più evidenti della difficoltà italiana nel garantire piena verità, giustizia e responsabilità per le violazioni commesse da funzionari dello stato.

Bolzaneto: il carcere provvisorio e le torture

Un altro nome legato in modo indissolubile al G8 di Genova è Bolzaneto. La caserma militare fu adibita a carcere provvisorio durante il vertice. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, lì persone fermate e arrestate subirono umiliazioni, maltrattamenti e torture.

Le testimonianze e le sentenze descrissero percosse, insulti, minacce, privazione di cibo, acqua e sonno, posizioni forzate mantenute per ore anche da persone ferite. Nel 2013 la Corte di cassazione confermò in modo definitivo che a Bolzaneto erano state commesse gravi violazioni dei diritti umani.

Anche in questo caso, però, la prescrizione e l’assenza all’epoca del reato specifico di tortura nel codice penale italiano impedirono sanzioni adeguate alla gravità dei fatti. Il reato di tortura sarebbe stato introdotto in Italia solo nel 2017, a quasi 30 anni dalla ratifica da parte dell’Italia della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.

Carlo Giuliani e il simbolo di una generazione ferita

Carlo Giuliani morì il 20 luglio a causa di un colpo di pistola sparato da un carabiniere. La sua morte segnò profondamente quei giorni e ne divenne uno dei simboli più dolorosi.

Le indagini preliminari vennero chiuse senza la possibilità di esaminare in un dibattimento giudiziario le eventuali responsabilità delle forze di polizia e valutare se l’uso della forza letale fosse stato legittimo o meno ai sensi degli standard internazionali, che lo prevedono solo in caso di grave e immediata minaccia alla vita.

Per la sua vicenda, dunque, non ebbe luogo alcun processo, così come mancarono indagini sulle violenze in piazza.

Anche in questo caso, come in altre tragiche morti di persone nelle mani dello stato, si affermò una pericolosa narrazione: la distinzione tra “vittime buone” e “vittime cattive”, alle quali viene in qualche modo attribuita una responsabilità per la loro stessa morte.

Ricordare Carlo Giuliani significa ricordare che il G8 di Genova non fu solo una questione di ordine pubblico, fu una crisi democratica. La sua storia continua a essere cercata, discussa e raccontata perché parla ancora al presente: al diritto di manifestare, alla gestione delle proteste, alla necessità di regole chiare sull’uso della forza.

Ascolta la testimonianza di Elena e Heidi Giuliani, sorella e madre di Carlo.

Processi, prescrizioni e responsabilità mancate

Negli anni successivi al G8 di Genova, le indagini e i processi portarono alla luce prove di violazioni dei diritti umani commesse da appartenenti alle forze di polizia e, in alcuni casi, da personale sanitario.

L’accertamento delle responsabilità però fu parziale. In molti casi non fu possibile identificare gli autori materiali delle violenze, anche perché durante le operazioni di ordine pubblico gli agenti non avevano codici identificativi visibili su caschi e uniformi.

 

FIRMA L’APPELLO

 

La mancanza del reato di tortura, la prescrizione di molti reati e l’assenza di una commissione parlamentare lasciarono molte vittime senza piena giustizia. Alcuni funzionari condannati non furono sospesi dal servizio; altri ottennero addirittura avanzamenti di carriera negli anni successivi.

Per Amnesty International, questo resta uno dei nodi irrisolti dei fatti di Genova: non solo ciò che accadde nel luglio 2001, ma ciò che lo stato italiano non ha fatto dopo per riconoscere pienamente le violazioni, assumersi le proprie responsabilità e impedire che si ripetessero.

Perché il G8 di Genova riguarda ancora il presente

Il G8 di Genova non è soltanto una memoria del passato, è una domanda ancora aperta su come si debba intendere la democrazia in Italia.

Quando le forze di polizia operano durante manifestazioni pubbliche, devono essere formate all’uso proporzionato della forza, dotate di regole chiare e sottoposte a meccanismi efficaci di controllo. Chi commette violazioni dei diritti umani deve poter essere identificato e chiamato a risponderne.

Per questo Amnesty International chiede ancora oggi alle autorità italiane di:

  • condannare pubblicamente le violazioni dei diritti umani commesse durante il G8 di Genova e offrire scuse ufficiali alle vittime;
  • adottare misure concrete perché fatti simili non si ripetano;
  • istituire un organismo nazionale indipendente per i diritti umani;
  • rivedere le norme sulle operazioni di ordine pubblico, sull’addestramento e sull’uso della forza;
  • introdurre codici identificativi visibili su caschi e uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico.

A 25 anni da Genova 2001, la richiesta è semplice e ancora necessaria: verità, riparazioni, responsabilità e garanzie di non ripetizione.

Oriana Eliçabe/CC BY-NC-SA 2.0

5 RISPOSTE A DOMANDE SUL G8 DI GENOVA

Durante il G8 di Genova, dal 19 al 21 luglio 2001, oltre 200.000 persone parteciparono a manifestazioni e iniziative contro la globalizzazione economica. In quei giorni si verificarono gravi violazioni dei diritti umani: violenze contro manifestanti e giornalisti, l’irruzione alla scuola Diaz, maltrattamenti e torture nella caserma di Bolzaneto e la morte di Carlo Giuliani.

Nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, la polizia fece irruzione nella scuola Diaz, usata come dormitorio e centro stampa del Genoa Social Forum. Le persone presenti furono picchiate violentemente. Negli anni successivi diversi funzionari furono condannati ma molti reati finirono in prescrizione.

La caserma di Bolzaneto fu usata come carcere provvisorio durante il G8. Le persone trattenute subirono percosse, minacce, umiliazioni, privazioni e posizioni forzate. La Corte di cassazione confermò nel 2013 che a Bolzaneto furono commesse gravi violazioni dei diritti umani.

Carlo Giuliani era un manifestante di 23 anni morto durante le proteste del G8 di Genova, colpito da un colpo di pistola sparato da un carabiniere. La sua morte è diventata uno dei simboli più dolorosi dei fatti di Genova del 2001.

Si parla ancora del G8 di Genova perché molte questioni restano aperte: il riconoscimento delle responsabilità, l’identificazione degli agenti durante le operazioni di ordine pubblico, la tutela del diritto di manifestare e la necessità di impedire il ripetersi di violazioni simili.