Giordania, giro di vite contro il movimento per le riforme - Amnesty International Italia

Giordania, giro di vite contro il movimento per le riforme

15 ottobre 2012

Tempo di lettura stimato: 3'

Dal 15 luglio al 4 ottobre, 20 attivisti di gruppi per le riforme sono stati arrestati nella capitale Amman, a Tafileh a sud e a Karek ad ovest e in altre città del paese, mentre prendevano parte, o subito dopo avervi preso parte a manifestazioni pacifiche, convocate per chiedere riforme, libertà politiche e la fine della corruzione.

Il re Abdallah, di fronte alle prime manifestazioni di protesta, nel gennaio 2011, aveva promesso cambiamenti politici, economici e sociali, lasciando anche intendere di essere pronto a un trasferimento di poteri dalla monarchia al parlamento e ad elezioni e conferimento di poteri basati sul mandato popolare ai partiti. Di riforme effettive non se ne sono però viste e le proteste sono proseguite.

Si tratta, secondo Amnesty International, di prigionieri di coscienza, che non hanno fatto né promosso l’uso della violenza.

Uno di loro è Sa’oud al-‘Ajameh, esponente del Movimento Giordania 36 (dal numero del controverso articolo della Costituzione che attribuisce al re il potere di nominare 60 senatori). Arrestato a luglio ad Amman per aver criticato il re e altre autorità durante una manifestazione di protesta contro la nuova legge elettorale che favorirebbe i candidati del governo, è sotto processo per ‘atti che mettono a rischio il sistema politico del regno’ e ‘incitamento a compiere azioni illegali’. Rischia l’ergastolo. Il 10 ottobre ha denunciato di essere stato picchiato da criminali comuni nel carcere di Um al-Loulou.

Ha denunciato di essere stato picchiato, ma durante l’arresto avvenuto il 7 settembre, anche un altro attivista, Hesham al Sarahin.

I 20 attivisti sono attesi da un processo irregolare di fronte alla Corte per la sicurezza dello stato, un tribunale speciale. Le accuse nei loro confronti sono numerose: oltre a quelle già citate, comprendono ‘insulto al re’, ‘partecipazione a raduno illegale’, ‘diffusione di notizie atte a indebolire il sentimento nazionale o a provocare disordini settari e razziali’ e ‘tentativo di cambiare la costituzione dello stato’, reato quest’ultimo per il quale è prevista la pena di morte.

In attesa del processo, la maggior parte degli arrestati si trova nella prigione di Jweideh, altri in quelle di al-Hashemy, Balqaa’ e la già ricordata Um al-Loulou. Gli avvocati lamentano di non aver avuto pieno accesso ai fascicoli dell’istruttoria e di non avere avuto il tempo necessario per poter conferire coi loro clienti.