Gli Usa devono rispondere delle uccisioni causate dai droni in Pakistan - Amnesty International Italia

Gli Usa devono rispondere delle uccisioni causate dai droni in Pakistan

21 ottobre 2013

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Amnesty International ha diffuso oggi uno dei più completi studi, dalla prospettiva dei diritti umani, sul programma statunitense relativo all’impiego dei droni.

Il rapporto dell’organizzazione per i diritti umani, intitolato ‘Sarò io il prossimo? Gli attacchi statunitensi coi droni in Pakistan‘, contiene nuove prove sulle uccisioni illegali causate nelle aree tribali del Pakistan nordoccidentale dagli attacchi coi droni – alcuni dei quali possono essere considerati persino crimini di guerra – e la pressoché totale assenza di trasparenza del programma statunitense.

‘Grazie alla segretezza che avvolge il programma sui droni, l’amministrazione Usa ha licenza di uccidere senza controllo giudiziario e in violazione degli standard basilari sui diritti umani. È giunto il momento che gli Usa rendano noto il programma e chiamino a rispondere i responsabili delle violazioni dei diritti umani’ – ha dichiarato Mustafa Qadri, ricercatore di Amnesty International sul Pakistan.

‘Che speranza di compensazione possono avere le vittime degli attacchi coi droni e le loro famiglie se gli Usa non ammettono neanche la responsabilità di determinati attacchi?’ – ha chiesto Qadri.

Amnesty International ha esaminato i 45 attacchi conosciuti tra gennaio 2012 e agosto 2013 nel Nord Waziristan, la regione del Pakistan più colpita dai droni.

L’organizzazione per i diritti umani ha condotto dettagliate ricerche sul campo riguardanti nove dei 45 attacchi. Il rapporto che ne è derivato solleva forti interrogativi su violazioni del diritto internazionale che potrebbero costituire esecuzioni extragiudiziali o crimini di guerra.

Nell’ottobre 2012 Mamana Bibi, una donna di 68 anni, è rimasta uccisa in un doppio attacco, portato a termine apparentemente con un missile Hellfire, mentre raccoglieva ortaggi nel terreno di famiglia, circondata dai nipoti.

Nel luglio 2012 18 braccianti, tra cui un ragazzo di 14 anni, sono stati uccisi in un attacco multiplo contro un povero villaggio situato nei pressi della frontiera con l’Afghanistan. Stavano per cenare, al termine di una dura giornata di lavoro.

Nonostante secondo la versione ufficiale si trattasse di ‘terroristi’, le ricerche di Amnesty International indicano che le vittime non erano coinvolte in combattimenti né ponevano alcuna minaccia alla vita altrui.

‘Non può esserci alcuna giustificazione per questi omicidi. Nella regione vi sono pericoli reali per gli Usa e i loro alleati e, in alcune circostanze, gli attacchi coi droni possono essere legali. Ma è difficile credere che un gruppo di braccianti o un’anziana donna circondata dai nipoti stessero mettendo in pericolo qualcuno, per non parlare di un’imminente minaccia contro gli Usa’ – ha commentato Qadri.

Il diritto internazionale vieta le uccisioni arbitrarie e limita l’uso legittimo della forza letale intenzionale a situazioni eccezionali. Nei conflitti armati, solo i combattenti e coloro che prendono direttamente parte alle ostilità possono essere colpiti. Al di fuori dei conflitti armati, la forza letale intenzionale è legittima solo quanto strettamente inevitabile al fine di proteggere contro un’imminente minaccia alla vita. In alcune circostanze, un’uccisione arbitraria può costituire un crimine di guerra o un’esecuzione extragiudiziale, che sono crimini internazionali.

Amnesty International ha anche documentato casi di cosiddetti ‘attacchi ai soccorritori’, in cui coloro che erano corsi in aiuto alle vittime del primo drone sono stati colpiti da un secondo rapido attacco. Se può esserci la presunzione che i soccorritori fossero membri del gruppo preso di mira, è difficile capire come possa essere fatta una distinzione del genere nel caos immediato che segue a un attacco missilistico.

Gli Usa continuano a basarsi sulla dottrina della ‘guerra  globale’ per cercare di giustificare una guerra senza frontiere con al-Qaeda, i talebani e altri gruppi ritenuti loro alleati.

La promessa di incrementare la trasparenza sui droni, fatta dal presidente Obama in un importante discorso politico del maggio 2013, deve ancora diventare realtà: gli Usa continuano a rifiutare di rendere note persino le informazioni essenziali, fattuali o di tipo legale.

La segretezza ha consentito agli Usa di agire con impunità e ha impedito alle vittime di ricevere giustizia o compensazione. Secondo quanto è noto ad Amnesty International, nessun funzionario statunitense è mai stato chiamato a rispondere di attacchi illegali coi droni in Pakistan.

Oltre alla minaccia dei droni Usa, la popolazione del Nord Waziristan finisce spesso in mezzo agli scontri tra gruppi armati ed esercito pakistano e vive nel costante timore di una violenza da cui non si può fuggire e che arriva da tutte le parti. Il programma Usa sui droni ha così portato altra sofferenza nella regione, dove si vive giorno e notte nel terrore della morte in arrivo da un drone in volo nei cieli pakistani.

‘Quello che è tragico è che i droni Usa stanno istillando nella popolazione delle aree tribali lo stesso tipo di paura che in precedenza era associata ad al-Qaeda e ai talebani’ – ha sottolineato Qadri.

Come documentato dal rapporto di Amnesty International, la gente del posto non riesce a fare molto rispetto alla presenza di gruppi come i talebani o al-Qaeda nei villaggi e nei distretti.

I gruppi legati ad al-Qaeda hanno ucciso decine di abitanti dei villaggi accusati di spiare per conto dei droni Usa. Gli abitanti di Mir Ali hanno riferito ad Amnesty International che ai bordi delle strade vengono regolarmente ritrovati corpi con su scritto che chiunque sia sospettato di fare la spia per gli Usa subirà la stessa sorte. Hanno aggiunto che, per timore di ritorsioni, non possono denunciare alle autorità locali le azioni dei gruppi armati. Alcune persone che avevano avuto il coraggio di parlare hanno iniziato a subire minacce.

Mentre il governo pakistano afferma di opporsi al programma Usa sui droni, Amnesty International è preoccupata per il fatto che alcuni funzionari e istituzioni, nello stesso Pakistan e in altri paesi tra cui Australia, Germania e Regno Unito, possano collaborare con gli Usa nel portare a termine attacchi coi droni che costituiscono violazioni dei diritti umani.

‘Il Pakistan deve favorire l’accesso alla giustizia e ad altri rimedi giudiziari per le vittime dei droni Usa. Le autorità in Pakistan, Australia, Germania e Regno Unito devono indagare su tutti i funzionari e le istituzioni sospettati di essere coinvolti negli attacchi Usa coi droni o in altri abusi commessi nelle aree tribali che possano costituire violazioni dei diritti umani’ – ha sottolineato Qadri. ‘Le autorità pakistane devono rendere note le informazioni in loro possesso su tutti gli attacchi Usa coi droni e dichiarare quali misure sono state o saranno prese per assistere le vittime di quegli attacchi’.

Il rapporto documenta infine come lo stato pakistano non protegga i diritti umani della popolazione del Nord Waziristan: dai civili feriti, morti o costretti a lasciare le loro terre a causa dei bombardamenti, all’assenza di meccanismi giudiziari e di adeguata assistenza medica.
Le autorità pakistane hanno fatto ben poco per portare in giudizio, attraverso processi equi e senza ricorso alla pena di morte, i talebani e i membri di al-Qaeda e di altri gruppi armati responsabili di abusi commessi nella regione.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno sollecitato il congresso Usa a indagare a fondo sui casi documentati dalle due organizzazioni e su altre possibili morti illegali e a rendere note all’opinione pubblica tutte le prove di violazioni dei diritti umani.

Le richieste di Amnesty International

Alle autorità degli Stati Uniti:
-rendere pubblici gli elementi fattuali e le basi legali degli attacchi coi droni portati a termine in Pakistan e le informazioni relative a eventuali indagini avviate sulle uccisioni compiute dai droni;

-assicurare indagini rapide, esaurienti, indipendenti e imparziali su tutti i casi in cui vi siano ragionevoli motivi per ritenere che gli attacchi coi droni abbiano causato uccisioni illegali;

-portare i responsabili degli attacchi illegali coi droni di fronte alla giustizia, mediante processi pubblici ed equi, senza ricorso alla pena di morte;

-assicurare che le vittime degli attacchi illegali coi droni, comprese le famiglie delle vittime di uccisioni illegali, abbiano effettivo accesso alla giustizia, alla compensazione e ad altri rimedi giudiziari.

Alle autorità del Pakistan:
-prevedere un adeguato accesso alla giustizia e alla riparazione per le vittime degli attacchi Usa coi droni e di quelli commessi dalle forze armate pakistane, e chiedere alle autorità Usa riparazione e altri rimedi giudiziari per gli attacchi coi droni;

-portare di fronte alla giustizia, mediante processi equi e senza ricorso alla pena di morte, i responsabili delle uccisioni illegali e di altre violazioni dei diritti umani nel Nord Waziristan: attacchi Usa coi droni, attacchi delle forze armate pakistane e di gruppi quali i talebani e al-Qaeda.

-rendere pubbliche le informazioni su tutti gli attacchi Usa coi droni di cui siano a conoscenza, comprese le vittime causate, e su tutta l’assistenza prestata a queste ultime.

Alla comunità internazionale:
-prendere posizione contro gli attacchi statunitensi coi droni e altre uccisioni che violano il diritto internazionale e sollecitare Usa e Pakistan a fare altrettanto. Gli stati dovrebbero esprimere una protesta ufficiale e seguire la strada dei rimedi giudiziari di diritto internazionale ogni volta che venga usata illegalmente la forza letale, da parte degli Usa o di altri stati.

-non prendere parte in alcun modo agli attacchi Usa coi droni che violino il diritto internazionale, evitando anche di condividere strutture o informazioni d’intelligence.

FINE DEL COMUNICATO            Roma, 22 ottobre 2013

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