Guantánamo, un sintomo dei doppi standard degli Usa sui diritti umani

10 gennaio 2017

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Il 1° gennaio, a seguito di un precedente voto dell’Assemblea generale, gli Usa sono entrati a far parte per tre anni del Consiglio Onu dei diritti umani. Nella dichiarazione a sostegno della propria candidatura, gli Usa avevano promesso di promuovere i diritti contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti umani, di rispettare gli obblighi previsti dai trattati internazionali e di avere un rapporto costruttivo con gli organi di monitoraggio sull’attuazione dei trattati delle Nazioni Unite.

Dieci giorni dopo, l’11 gennaio 2017, è il 15° anniversario dalle prime detenzioni nella base navale di Guantánamo Bay, in territorio cubano: detenzioni del tutto antitetiche alla Dichiarazione universale dei diritti umani e dunque in contrasto con gli obblighi del diritto internazionale e con le raccomandazioni degli organi di monitoraggio sull’attuazione dei trattati Onu.

Ma quando si tratta di rispettare gli obblighi in materia di diritti umani, gli Usa assumono troppo spesso un approccio selettivo e, con Guantánamo, hanno scelto di ignorarli sin dall’inizio.

Per tutti questi 15 anni, gli Usa si sono vantati di essere un protagonista globale nel campo dei diritti umani. Lo hanno fatto persino quando hanno fatto ricorso alla tortura e alle sparizioni forzate, a Guantánamo e altrove. Hanno continuato a farlo anche quando hanno rifiutato di portare di fronte alla giustizia i responsabili di tali crimini di diritto internazionale, impedendo così di risarcire le vittime delle violazioni dei diritti umani e di conoscere in pieno la verità.

La creazione, il funzionamento e la mancata chiusura di Guantánamo derivano dal fatto che tutte e tre le branche del governo Usa hanno rifiutato di considerare le detenzioni secondo quanto prevede il diritto internazionale. Invece, hanno applicato un pacchetto di “leggi di guerra” derivato da una mal concepita risoluzione approvata dal Congresso dopo gli attacchi dell’11 settembre.

Nel 15° anniversario della sua apertura, a Guantánamo restano 55 detenuti, 45 dei quali senza accusa né processo. Gli altri 10 hanno subito o stanno subendo processi di fronte a commissioni militari che non rispettano gli standard internazionali sul giusto processo che gli Usa sono tenuti a osservare. Sei di loro rischiano la pena di morte.

La base navale di Guantánamo sta per avere un nuovo comandante. Prima delle elezioni, il presidente eletto Donald Trump aveva dichiarato che avrebbe tenuto aperto il centro di detenzione e lo avrebbe “riempito di altra gente cattiva”.

Circa la metà delle persone che si trovano ancora a Guantánamo, prima di esservi trasferite erano state poste in detenzione segreta nell’ambito dei programmi della Cia. La stessa base di Guantánamo è stata usata dalla Cia nel 2003 e nel 2004 come centro segreto di detenzione. Le sparizioni forzate, la tortura e i trattamenti crudeli inumani e degradanti sono stati parte integrante dei programmi della Cia, sui quali permane ancora impunità.

Amnesty International continua a chiedere al presidente Obama, anche nel poco tempo rimasto prima che lasci la Casa bianca, di adempiere alla promessa di porre fine alle detenzioni a Guantánamo e di farlo in linea con gli obblighi internazionali degli Usa sui diritti umani. Sono passati ormai quasi sette anni dal primo impegno in questo senso.

Sebbene l’amministrazione Obama abbia accusato il Congresso di aver impedito la chiusura di Guantánamo, per il diritto internazionale le leggi o i disaccordi politici interni non possono considerarsi scuse legittime per venir meno al rispetto degli obblighi internazionali.

È improbabile che gli Usa accetterebbero scuse del genere se arrivassero da altri governi. Il resto del mondo non dovrebbe accettarle quando arrivano dagli Usa.

Per ulteriori informazioni si veda il documento “Usa, promesse venute meno: la mancata chiusura di Guantánamo fa parte di un più profondo deficit in materia di diritti umani”