Haiti: la lotta per la sopravvivenza - Amnesty International Italia

Haiti: la lotta per la sopravvivenza

22 marzo 2010

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(22 marzo 2010)

Dalla missione di ricerca di Amnesty International ad Haiti

Potrebbe essere uno dei più comuni piatti ad Haiti, ma per 5000 persone accampate in un campo di calcio a Jacmel, riso bianco e  fagioli è il loro unico piatto quotidiano dal terremoto. Le proteste per la scarsa qualità o la mancanza di sostanze nutrienti sono numerose. Nonostante la sensazione di sgranocchiare, tipica dello stomaco vuoto, alcuni hanno deciso di non mettersi in fila sotto un caldissimo sole per tre cucchiai serviti in una scodella, una brocca, un piatto o addirittura una busta di plastica. Tuttavia, i 34 recipienti sono stati svuotati in meno di un’ora. La distribuzione di cibo ha attratto chi vive vicino al campo, per lo più bambini.

Decine di donne e uomini ammassati nei campi cucinano lì. Il cibo viene consegnato al campo dal Programma alimentare mondiale. Uno dei comitati del campo ha deciso che invece di distribuire le razioni di cibo a ciascuna famiglia, queste devono cucinarlo e dividerselo.

Alcune donne incinte che abbiamo incontrato ci hanno riferito che non mangiano il cibo del campo, perché temono di ammalarsi a causa della scarsa qualità dell’acqua. Le  pillole a base di vitamine, ricevute dal personale sanitario internazionale che opera nella clinica di base del campo durante i giorni della settimana, hanno causato loro dolori allo stomaco, avendole ingerite a stomaco vuoto. Vi sono evidenti segni di malnutrizione.
La scarsità e la carenza di acqua potabile destano molte preoccupazioni e tutte le persone con cui abbiano parlato ci hanno detto che ‘l’acqua è salute, la salute è vita’.

Quando abbiamo visitato il campo, le due cisterne di acqua fornite da un’agenzia di aiuti umanitari erano totalmente vuote. L’acqua è stata raccolta all’esterno per i primi quattro giorni, e da allora il camion per la consegna non è più arrivato. Un agente della Polizia delle Nazioni Unite presente durante la distribuzione dei pasti ci ha riferito che uno dei pochi camion per la distribuzione dell’acqua a Jacmel, con molta probabilità lo stesso che trasportava acqua in questo campo, si è rotto. Fino a quando la fornitura di acqua non sarà ripristinata, gli abitanti del campo  dovranno percorrere lunghe distanze per andare a prendere acqua peraltro non potabile. Questo compito è tradizionalmente svolto da donne e bambini ma, considerate le necessità del campo, anche gli uomini sono coinvolti in questa attività, che richiede, come hanno ammesso, grandi sforzi fisici.

Per tutti gli altri, mangiare riso e fagioli sarebbe già qualcosa.

Come molte altre comunità non colpite dal terremoto, il villaggio di Las Cahobas, a 70 chilometri da Port-au-Prince a Plateau Central, ha accolto centinaia di sfollati. Molti di loro vivono da famiglie che li ospitano; quelli che non hanno legami con famiglie nel villaggio abitano in campi di fortuna e dipendono dalla generosità delle persone del posto. In entrambi i casi, si sentono abbandonati dallo stato e dalla comunità internazionale. Gli aiuti internazionali non sono quasi mai arrivati a Las Cahobas.

Abbiamo visitato una famiglia che vive in una piccola casa di legno. Prima del terremoto, la casa di famiglia era composto da i genitori e due bambini. Due giorni dopo il terremoto, 34 tra parenti, amici e conoscenti si sono trasferiti nella loro casa. Ogni giorno il capo famiglia sfama a proprie spese se stesso e altre 37 persone e assicura la frequenza scolastica per 15 bambini.

Nella stessa comunità, abbiamo incontrato un gruppo di 76 sfollati che vivono in case ancora in costruzione. Una donna di Port-au-Prince ha offerto loro questa sistemazione: loro hanno accettato, pur di non vivere nelle strade della capitale. Quando si sono spostati a Las Cahobas non immaginavano che dopo due mesi sarebbero ancora dipesi dalla generosità della donna per mangiare.

La consegna di piccoli sacchetti di riso e fagioli sia alle  38 persone che vivono in famiglia che ai 76 sfollati che abitano nella casa incompleta rappresenta una garanzia che lo stato risponderà alle loro necessità.

Il cibo non è il solo diritto che rivendicano. Tutti sono consapevoli che le autorità sono bel lontane dal realizzare il loro diritto ai servizi sanitari essenziali e a un rifugio adeguato. I bambini hanno ben chiaro cosa vogliono: vogliono andare a scuola e per fare questo, chiedono vestiti puliti e un paio di scarpe.